L’età dell’oro della Sanità privata

Dal blog https://sbilanciamoci.info

Roberto Romano 23 Luglio 2026

Il rapporto sulla sanità privata realizzato da Mediobanca il 22 luglio 2026 solleva delle questioni di metodo e modello economico. Esiste una distinzione, cara all’economia pubblica, che oggi sembra essere scomparsa dal dibattito sulla sanità, quella tra beni privati, beni pubblici e beni di merito.

I beni privati sono regolati dal mercato. Chi può acquistarli lo fa, chi non può ci rinuncia. I beni pubblici rispondono a una logica diversa: sicurezza, giustizia, difesa, illuminazione delle strade. Il loro beneficio è collettivo e nessuno può esserne escluso.

La sanità appartiene a una categoria ancora diversa: quella dei beni di merito. Non è un bene pubblico in senso stretto, perché le prestazioni sono individuali, ma produce benefici che si estendono all’intera collettività. Una popolazione più sana è più produttiva, riduce i costi sociali, contiene la diffusione delle malattie, accresce il benessere generale. Per questa ragione gli Stati intervengono direttamente nella sua organizzazione e nel suo finanziamento.

Ma esiste anche un’altra ragione, ancora più semplice. A differenza di qualsiasi altro mercato, nella sanità il consumatore non sceglie quando entrare nel mercato. Nessuno decide quando ammalarsi, quanto sarà grave la malattia, né quale sarà il costo della cura. Il bisogno nasce indipendentemente dalla volontà e spesso in condizioni di assoluta asimmetria informativa. È precisamente questa impossibilità di scegliere che rende il mercato sanitario diverso dagli altri e giustifica l’intervento pubblico.

Il settore privato ha certamente un ruolo. Può integrare il Servizio sanitario nazionale, offrire prestazioni aggiuntive, contribuire ad aumentare capacità produttiva e innovazione. Ma, proprio perché la sanità è un bene di merito, il privato dovrebbe rappresentare un residuo, non l’architrave del sistema.

I numeri raccontano invece un’evoluzione diversa. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari a 138,3 miliardi di euro, il 6,3% del PIL. La spesa privata ha raggiunto 64,9 miliardi, cioè il 47% della spesa pubblica, pari a circa il 3% del PIL. Nel complesso, la sanità italiana vale il 9,3% del PIL. Ma il dato più interessante riguarda la composizione della spesa pubblica. Solo il 79,2% delle risorse del Servizio sanitario nazionale viene infatti erogato attraverso strutture pubbliche; il restante 20,8% finanzia strutture private accreditate. Se quindi al privato pagato direttamente dalle famiglie si aggiunge il privato finanziato con risorse pubbliche, l’ammontare delle attività svolte da operatori privati raggiunge 93,5 miliardi di euro all’anno.

In altre parole, il cosiddetto “residuo” privato vale ormai quasi due terzi della spesa sanitaria pubblica. È difficile sostenere che un sistema di queste dimensioni svolga ancora una funzione semplicemente integrativa. La dinamica conferma questa trasformazione. Nel 2024 il giro d’affari della sanità privata è aumentato del 5,5% rispetto al 2023 e del 22% rispetto al 2019; ancora più sostenuta la crescita delle RSA.

Naturalmente il problema non è l’esistenza del privato. Il problema nasce quando il privato cresce perché il pubblico arretra. In questo caso non si integra il Servizio sanitario nazionale: lo si sostituisce progressivamente. Ed è qui che il dibattito politico appare singolarmente povero. Ogni anno si discute di quanti miliardi aggiungere al Fondo sanitario nazionale. Quasi nessuno, invece, si domanda quale debba essere il confine economico tra pubblico e privato.

Prima di aumentare le risorse, forse sarebbe opportuno affrontare una riforma della governance del sistema: verificare il funzionamento delle convenzioni, misurare gli effetti dell’accreditamento, valutare se gli incentivi siano coerenti con la missione del Servizio sanitario nazionale. Perché la questione non è ideologica, piuttosto economica.

Se la sanità è davvero un bene di merito, il mercato può essere un complemento, non il criterio ordinatore del sistema. Quando il residuo privato assume dimensioni tali da rappresentare quasi metà della spesa pubblica e oltre 90 miliardi di produzione sanitaria, il rischio è che il principio universalistico venga lentamente sostituito da un principio diverso: quello della capacità di acquisto.

E una società che affida sempre più la tutela della salute al mercato dimentica il presupposto da cui tutto nasce: nessuno sceglie quando ammalarsi.

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