Il sud dell’Iraq senza marciapiedi, donne escluse dagli spazi pubblici

Dal blog https://lorenzotrombetta.substack.com

Lorenzo Trombetta 28 luglio 26

Riprendo qui sotto il mio pezzo per l’ANSA pubblicato ieri 27 luglio 2026 su un tema in Italia poco noto in ambito divulgativo ma che ha invece un impatto significativo nei rapporti sociali e politici in una regione strategica nel Mediterraneo orientale, a due passi da dove l’ENI gestisce i suoi impianti energetici.

Una via di Bassora nell’estate del 2015 (foto di Lorenzo Trombetta)

(di Lorenzo Trombetta) – Nelle città petrolifere del sud dell’Iraq il marciapiede non esiste, un’assenza che di fatto spinge le donne fuori dallo spazio pubblico. Mentre nell’affollata capitale Baghdad ci si lamenta di marciapiedi dissestati e interrotti, più a sud, nella regione che genera circa il 90 per cento delle entrate petrolifere dello Stato e dove il cittadino comune vede poco o nulla di quella ricchezza, quel margine calpestabile tra gli edifici e la carreggiata manca del tutto: restano l’asfalto e il cemento, strade che d’estate sollevano polvere soffocante e d’inverno affondano nel fango.

A raccontarlo è Amani al-Hasan, ricercatrice e giornalista irachena che scrive dal sud del paese, in un’inchiesta pubblicata in arabo dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour. “Ho girato diverse città del sud dell’Iraq, ma raramente mi sono sentita libera di camminare per strada”, scrive.

Ogni volta che sta per uscire Amani al-Hasan sente “un peso sul petto”: mettere piede fuori equivale ad avventurarsi in territorio ostile, in strade che sembrano interamente occupate dagli uomini. “Nelle nostre città il semplice uscire di casa diventa una lotta contro l’ambiente stesso”.

Senza marciapiedi, senza percorsi illuminati, senza piccoli parchi di quartiere dove sedersi con un libro o incontrare un’amica, la strada resta appannaggio delle automobili e del movimento maschile. Camminare, per una donna, diventa allora un’azione che pretende un motivo e una scadenza, un tragitto meccanico dal punto “a” al punto “b”.

“Per noi giovani donne lo spazio pubblico non è mai neutro”, scrive al-Hasan. Ci si sente osservate, giudicate, misurate sulle aspettative altrui, finché l’uscire si riduce a “un atto puramente utilitario”, in “un ambiente che non mi accoglie, non mi vede e non riconosce il mio diritto di esistere”.

L’esclusione, argomenta, è incisa nella pianificazione urbana stessa, pensata a misura di una società patriarcale. Il marciapiede, in questa lettura, protegge il corpo di chi passa e, allo stesso tempo, prova che anche le donne hanno diritto alla città. La sua scomparsa rientra invece in una più ampia “geografia dell’ esclusione”: “ogni dettaglio brutale dell’assetto caotico della città mi ricorda che la mia presenza è soltanto un’intrusione”. Una condizione che spinge al-Hasan a sentirsi “straniera nella città in cui sono nata e cresciuta”.

Bancarella a bordo strada a Bassora nel 2015 (foto di Lorenzo Trombetta)

Chiuso lo spazio esterno, restano due rifugi: la propria stanza, dietro le spesse tende che sbarrano la vista verso l’esterno, e i grandi centri commerciali, che accolgono le donne soltanto come consumatrici, sfinendole economicamente e psicologicamente in cambio di un diritto provvisorio a stare fuori casa. Nessuno dei due luoghi, osserva l’autrice, è una scelta di isolamento: è la conseguenza di una città che non lascia un solo spazio aperto e gratuito in cui respirare.

La rivendicazione finale di al-Hasan è minima. “Non chiediamo progetti fantasmagorici né spazi di lusso”, ma solo una pianificazione urbana che garantisca pari diritti e inclusione alle donne, quasi la metà della società irachena secondo il censimento di fine 2024: “marciapiedi percorribili, strade illuminate che rompano il buio, luoghi aperti e sicuri”. I fondamenti, insomma, della “cittadinanza urbana” e dell’uguaglianza umana: una città che non tratti le donne come un elemento in eccesso, in ansiosa attesa di rinchiudersi di nuovo dietro porte serrate. (ANSA).

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