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15 Agosto 2026 Marco Bersani
Foto di Markus Spiske su Unsplash
di Marco Bersani*
*articolo pubblicato su il manifesto del 15 agosto 2026 per la Rubrica Nuova Finanza Pubblica
Mentre l’Europa è immersa nella quarta ondata di caldo estremo, dentro un’estate divenuta fisicamente e psicologicamente insopportabile, in cui la disperata ricerca di refrigerio da parte di decine di milioni di persone si accompagna a incendi boschivi senza precedenti e a condizioni di lavoro che mettono a repentaglio la salute, le narrazioni mainstream continuano a spiegare la crisi ecoclimatica stando ben attente a nascondere il nodo di fondo.
Non si parla qui delle posizioni negazioniste, riguardo alle quali è la realtà concreta e quotidiana a renderne evidente l’assoluta idiozia; si parla di quella cultura trasversale che tende a spiegare la crisi ecoclimatica come un cambiamento epocale oggettivo, inevitabile, neutrale e che riguarda tutte e tutti, sia in riferimento alle responsabilità, sia per quanto riguarda gli effetti.
Non è così.
Basta leggere l’ultima analisi di Oxfam International di fine luglio scorso per rendersene conto.
Il rapporto analizza le conseguenze sul clima dovute alle attività delle compagnie del settore fossile, a partire dai dati di S&P Capital Trucos, che monitora l’impatto ambientale di 18mila grandi società di tutto il pianeta.
Il dato che emerge è che le emissioni di sole cinque grandi imprese (British Petroleum, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergy) sono state in grado di provocare un quarto di tutte le ondate di caldo estremo tra il 2000 e il 2023. Sono le medesime imprese, con in aggiunta l’italiana ENI, che si apprestano in questo 2026 a celebrare utili per 147 miliardi di dollari.
Tuttavia, nessuna trivella, gasdotto, centrale o terminal sarebbe realizzabile senza prestiti bancari e finanziari. Ed ecco l’edizione 2026 di Banking on Climate Chaos (rapporto annuale a cura di otto organizzazioni non governative internazionali) e spiegare come, dall’Accordo di Parigi del dicembre 2015 al dicembre dello scorso anno, le compagnie fossili abbiano ricevuto da 65 banche qualcosa come 8700 miliardi di dollari (2,4 miliardi ogni giorno di ogni anno per dieci anni). Tra queste, vi sono Unicredit e Intesa Sanpaolo che nel solo 2025 hanno concesso 9,6 miliardi di dollari alle industrie fossili.
Naturalmente, oltre ai prestiti bancari, l’industria fossile può contare su investimenti massicci da parte dei grandi fondi finanziari, a partire dai Big Three, i tre colossi mondiali del risparmio gestito (Blackrock, Vanguarde e State Street), i quali, nonostante la retorica delle dichiarazioni pubbliche, in cui abbondano concetti come “transizione ecologica” e “sostenibilità”, sono presenti come azionisti di peso nel capitale sociale di tutte le più importanti compagnie del settore fossile, a cui garantiscono flussi stabili di capitali.
Da ultimo, ma non per importanza, vi sono i governi che, nonostante la sottoscrizione di accordi internazionali, continuano a sussidiare l’industria fossile senza soluzione di continuità, per cifre che superano i 7mila miliardi di dollari l’anno (22 miliardi in Italia).
Ecco allora spiegati due concetti.
Il primo riguarda la falsità della narrazione “siamo tutti sulla stessa barca”. C’è chi subisce le conseguenze della crisi climatica e chi si arricchisce alimentando la catastrofe climatica e mettendo in pericolo economie, ecosistemi, biodiversità e vite umane.
Basti ricordare come a livello globale, il 10% più ricco della popolazione mondiale (771 milioni di individui) emette in media 31 tonnellate di CO2 per persona all’anno ed è responsabile di circa il 48% delle emissioni globali.
Il secondo riguarda il fallimento dell’ideologia del mercato come unico regolatore sociale. Ciò a cui assistiamo è il risultato di decenni di libertà di movimento dei capitali, di finanziarizzazione dell’economia, della società, della natura e della vita.
Se il mercato è il problema, non può essere la soluzione.