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Lamia Yasin 1 Settembre 2026
Secondo gli estremisti al governo di Tel Aviv bisogna espandersi «fino a Damasco». Mentre il mondo guarda altrove si preparano i «territori levantini occupati»
Se lo vorrete, non sarà una favola»
Theodor Herzl, Altneuland, 1902
L’articolo 1 della Convenzione di Montevideo del 1933 definisce lo Stato attraverso quattro requisiti: una popolazione permanente, un governo, la capacità di intrattenere relazioni con gli altri Stati – e un territorio definito. Non si tratta di un requisito formale tra gli altri: è la condizione senza la quale la sovranità non può esistere. Il diritto internazionale è altrettanto chiaro su un corollario essenziale: l’annessione di un territorio con l’uso della forza è invalida e priva di effetti giuridici; l’occupazione militare, per quanto duratura, non trasferisce sovranità allo Stato occupante.
La Dichiarazione d’indipendenza di Israele del 1948 omette deliberatamente i confini dello Stato; nessuna legge fondamentale li fissa; nessun trattato internazionale li riconosce come definitivi. È l’unico Stato al mondo che, dalla sua fondazione, ha sistematicamente rifiutato di indicare dove finisce il proprio territorio. Non perché non lo sappia, bensì perché sa che qualsiasi risposta sarebbe, per qualcuno, provvisoria.
Questa è la traduzione istituzionale di un’idea che attraversa il sionismo fin dall’inizio: l’idea che il legame tra il popolo ebraico e la terra, Eretz Yisrael, non ammetta confini definitivi. Non tutti i sionismi l’hanno declinata allo stesso modo: la corrente laica di Ben-Gurion accettò piani di partizione ben più contenuti; quella religiosa vi pose la Halakhah al centro. Ma il ramo revisionista di Jabotinsky non lasciò mai spazio all’ambiguità sui confini. La terra era tutta, e i limiti erano sempre temporanei. È da quella tradizione, non da una fantasia messianica periferica, che discende direttamente ciò che sta accadendo oggi nel sud della Siria.
Per questo non sorprende che, nell’attuale scenario politico israeliano, erede diretto di Gush Emunim e del movimento dei coloni, oggi sostenuto apertamente da ministri in carica, si arrivi, con la naturalezza di una tappa già scritta, alle incursioni di terra in Siria. Le alture del Golan, occupate nel 1967 e annesse unilateralmente da Israele con una legge della Knesset nel 1981, sono spesso definite l’occupazione dimenticata: più della metà della popolazione drusa che vi risiede ha sempre rifiutato la cittadinanza israeliana, mantenendo la propria identità siriana.
È da quella linea di demarcazione, mai riconosciuta dal diritto internazionale, che oggi si muovono i primi avamposti oltre confine.
La genealogia di un’idea
Per capire come si arrivi da lì a qui, bisogna tornare al 3 febbraio 1919, quando la delegazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale presentò alla Conferenza di pace di Parigi un memorandum che non chiedeva i confini biblici estremi, dall’Egitto all’Eufrate, ma disegnava una mappa precisa pensata per garantire autosufficienza economica al futuro «focolare nazionale ebraico»: tutta la Palestina mandataria, il sud del Libano fino al fiume Litani e le pendici del monte Hermon, il sud-ovest della Siria – comprese le alture del Golan e la piana di Hauran – e l’intera Transgiordania, fino alla linea ferroviaria dell’Hejaz.
Quando, nel 1921-1922, il governo britannico decise di separare la sponda orientale del Giordano creando l’Emirato di Transgiordania, escludendola dal focolare ebraico, Ze’ev Jabotinsky rifiutò categoricamente quella divisione e fondò il sionismo revisionista, la cui mappa ufficiale (comparsa anche nell’emblema dell’Irgun) prevedeva uno Stato ebraico su entrambe le sponde del fiume.
Nel 1929 quell’idea divenne un inno, Smol Ha’Yarden («La riva sinistra del Giordano»), adottato dal movimento giovanile Betar e dal gruppo paramilitare Irgun: «Il Giordano ha due sponde: questa è nostra, e anche l’altra lo è». È la stessa genealogia – dalla mappa del 1919 al revisionismo di Jabotinsky – a spiegare perché il concetto di «Grande Israele» (Eretz Yisrael Hashlemah) non sia mai stato soltanto una visione messianica astratta, ma una linea politica che si è trasmessa, di generazione in generazione, fino ai governi di oggi.
Il passaggio decisivo avviene nel 1974, all’indomani della guerra dello Yom Kippur, con la fondazione di Gush Emunim (il «Blocco dei Fedeli»). Il movimento fonde il sionismo politico con il messianismo religioso: la conquista dei territori del 1967 – Cisgiordania, Gaza, Golan – non è più letta come un evento geopolitico, ma come un atto divino che avvia la redenzione.
Fondato in risposta diretta al principio «Terra in cambio di pace» – il quadro diplomatico sancito dalla risoluzione 242 dell’Onu che prevedeva il ritiro israeliano dai territori occupati in cambio della pace con i vicini arabi – il movimento adottò una strategia semplice e si rivelò efficace: insediare colonie illegali sul terreno per rendere fisicamente impossibile qualsiasi futuro accordo territoriale.
Il movimento si scioglie formalmente negli anni Ottanta, ma la sua struttura e la sua filosofia sopravvivono nel Consiglio di Yesha, l’organo di rappresentanza dei coloni, e nei moderni partiti nazional-religiosi.
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Oggi quell’eredità siede al governo nella persona di Bezalel Smotrich (Partito Sionista Religioso) e Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit). Smotrich, il principale teorico dell’annessione totale, nel marzo 2023 ha tenuto a Parigi un discorso da un podio che mostrava una mappa della «Grande Israele» comprendente l’intera Giordania; nel documentario del canale franco-tedesco Arte («Israel: Extremists in Power») ha dichiarato che la visione messianica prevede che «il futuro di Gerusalemme sia quello di espandersi fino a Damasco».
Nell’aprile 2026, durante l’inaugurazione di un nuovo insediamento in Cisgiordania, ha parlato apertamente di una «fase politica finale» volta a espandere i confini nazionali nel Libano meridionale, fino al fiume Litani, e in Siria, respingendo in modo categorico la nascita di uno Stato palestinese; due mesi dopo ha chiesto al governo il controllo militare totale della Striscia di Gaza per avviare la costruzione di tre nuovi insediamenti nel nord dell’enclave.
Ben-Gvir, erede ideologico del movimento kahanista, promuove nella piattaforma del suo partito l’applicazione immediata della sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e, nelle sue dichiarazioni pubbliche, il reinsediamento di Gaza da parte dei coloni insieme alla cosiddetta «emigrazione volontaria» della popolazione palestinese.
Le convenzioni di Ginevra, nello specifico la IV, vietano espressamente il trasferimento della popolazione civile dell’occupante nel territorio occupato, proprio perché quel trasferimento trasforma il carattere «temporaneo» dell’occupazione in uno «permanente». È esattamente il meccanismo che si osserva oggi in Cisgiordania e a Gaza, ma che si sta ripetendo, con gli stessi ingredienti, fuori dai territori palestinesi: in Siria e in Libano.
Mentre il mondo guarda altrove
In questo marasma, mentre gli occhi del mondo non sanno più dove soffermarsi e osservano tutto con il distacco di chi ha già smesso di guardare, qualcuno sta tentando di occupare la Siria. Sono quattro le occupazioni in corso contemporaneamente – Gaza, Cisgiordania, sud del Libano e sud della Siria – e tutto si muove a una velocità che è difficile persino registrare.
Se si rallenta lo sguardo, la strategia dell’occupazione israeliana rivela una traiettoria coerente e riconoscibile: la Nakba del 1948, poi i territori del 1967, le alture del Golan occupate e annesse unilateralmente, e oggi, in sequenza ravvicinata, il genocidio a Gaza – riconosciuto come tale nel procedimento avviato dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel gennaio 2024 –, la pulizia etnica in Cisgiordania, documentata da Human Rights Watch e B’Tselem, l’occupazione del sud del Libano e, adesso, i tentativi di avamposto nel sud della Siria.
È così che comincia sempre: piccoli avamposti, un numero ridotto di coloni, nei punti strategicamente più periferici del paese – lo stesso ruolo che, agli albori della colonizzazione della Palestina, fu del kibbutz: base militare all’inizio, insediamento civile poco dopo. Dovremmo già cominciare a chiamarli «territori levantini occupati».
I numeri di un’escalation
Non esiste un conteggio definitivo e ufficiale dell’intera storia del conflitto tra i due paesi, ma secondo i dati indipendenti di Acled (Armed Conflict Location & Event Data Project) e del Syrian Observatory for Human Rights, Israele ha condotto oltre 1.200 tra attacchi aerei e bombardamenti sul territorio siriano dallo scoppio della guerra civile nel 2011. Prima del 2024, Israele ha mantenuto per anni una campagna militare non dichiarata, nota informalmente come «la guerra tra le guerre», con decine di attacchi annuali mirati a distruggere i carichi di armi iraniane diretti a Hezbollah in Libano.
Il picco si registra nel dicembre 2024, subito dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad: nel giro di poche settimane l’Idf ha condotto oltre 500 bombardamenti massicci, fino a 480 raid in sole 48 ore, secondo le fonti stampa nazionali, per neutralizzare circa l’80% degli arsenali strategici e dei centri di ricerca siriani prima che potessero cadere in mano a fazioni ribelli o estremiste.
La campagna aerea è proseguita nel 2025 e nel 2026, sia per contrastare la riorganizzazione dei gruppi armati sul terreno sia per difendere la neonata zona cuscinetto nel sud del paese: nel luglio 2025 un raid senza precedenti ha colpito direttamente il ministero della Difesa e lo Stato maggiore a Damasco, mentre i dati aggregati del Syrian Observatory indicano decine di ulteriori attacchi mirati dall’inizio del 2026.
A partire dal collasso del regime di Assad, le incursioni di terra israeliane nel sud della Siria hanno subìto una trasformazione profonda, passando da operazioni di pattugliamento temporaneo a una presenza militare stabile e strutturata. L’Idf opera prevalentemente nelle province di Quneitra e Daraa, estendendo il controllo oltre la storica linea di demarcazione delle alture del Golan. Dopo l’ingresso dei carri armati nell’ex zona cuscinetto delle Nazioni Unite, Israele ha istituito una «zona di sicurezza» permanente, gestita a tempo indeterminato.
Rapporti di organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, hanno documentato la costruzione di nove basi militari stabili e avamposti fortificati sul suolo siriano, dotati di reti elettriche indipendenti, strade militari e piazzole di atterraggio; le truppe israeliane penetrano regolarmente fino a quindici chilometri di profondità dal confine precedente, distruggendo le installazioni difensive siriane preesistenti.
I dati di monitoraggio di Acled descrivono un’attività di terra sistematica e pressoché quotidiana: una media stimata tra le diciassette e le venti incursioni a settimana, con un picco di 84 operazioni registrate nel solo mese di maggio 2026, concentrate nelle aree rurali di Daraa e Quneitra. Le incursioni seguono un protocollo ricorrente: i convogli blindati entrano nei villaggi siriani – Maariya, Al-Aarda, Taranjah, tra gli altri –, impongono posti di blocco temporanei, perquisiscono le abitazioni, interrogano i civili e ispezionano i loro telefoni per mappare potenziali minacce; prima degli avanzamenti, droni israeliani rilasciano regolarmente volantini che intimano alla popolazione di non ostruire il passaggio dei mezzi militari.
Un monitoraggio indipendente e complementare proviene da Al-Marsad – Centro arabo per i diritti umani nelle alture del Golan. Il Quinto Rapporto dell’organizzazione, pubblicato nel luglio 2026 e relativo al solo primo trimestre dell’anno, documenta 169 violazioni nelle province di Quneitra e Daraa: oltre 87 incursioni militari, 40 operazioni di arresto – ciascuna con più fermati – che hanno preso di mira pastori, agricoltori e minori, la distruzione sistematica di terreni agricoli e il danneggiamento di siti del patrimonio culturale, tra cui l’Ospedale Archeologico del Golan e il Cinema Andalus.
Il rapporto, redatto dall’avvocato e ricercatore Wesam Sharaf, conclude che queste pratiche costituiscono una violazione palese del diritto internazionale umanitario e un attacco grave alla sicurezza alimentare e all’incolumità della popolazione civile.
È in questo spazio aperto dall’incursione militare che si inserisce il fenomeno più recente: gruppi di coloni israeliani oltranzisti hanno effettuato ripetute incursioni illegali nel sud della Siria, secondo quanto riportato da agenzie internazionali e dall’emittente pubblica israeliana. L’obiettivo dichiarato di queste frange estremiste è sfruttare la protezione militare della nuova zona di sicurezza per fondare i primi insediamenti ebraici stabili all’interno del territorio siriano.
Un tentativo che si allinea, punto per punto, alla visione ideologica della «Grande Israele» che attraversa questo articolo dalla mappa del 1919 a oggi.
L’amministrazione siriana provvisoria guidata da Ahmed al-Sharaa denuncia costantemente queste attività come una violazione palese della sovranità nazionale. Ciononostante, data la fragilità della transizione politica siriana, Damasco ha espresso l’intenzione di aprire canali di dialogo e di negoziare un accordo formale di sicurezza con Tel Aviv per stabilizzare i confini.
Una tappa, non un’eccezione
È così che è cominciata ogni fase precedente di questa occupazione; con un avamposto, pochi coloni, una zona di sicurezza dichiarata temporanea. Nel 1967 quel meccanismo ha prodotto l’annessione unilaterale del Golan. Se la traiettoria si ripete – ed è esattamente ciò che i dati raccontano – quello che oggi viene descritto come misura di sicurezza al confine siriano rischia di diventare, tra qualche anno, un fatto compiuto. Vale la pena iniziare a chiamarlo con il suo nome: territori levantini occupati.
*Lamia Yasin è Ph.D. in diritti umani all’Università di Padova e si occupa di società divise, movimenti giovanili e cittadinanza, con particolare attenzione alla questione palestinese in Israele e in Asia Occidentale.