Israele porta la guerra nello spazio: in sviluppo armi per colpire obiettivi sulla terra

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1 Settembre 2026 Enrica Perrucchietti

Israele prepara un nuovo salto nella propria strategia militare: portare la capacità di attacco oltre l’atmosfera e trasformare lo spazio in un nuovo fronte di guerra. Il ministero della Difesa ha inserito nel proprio piano pluriennale lo sviluppo di sistemi capaci di proteggere i satelliti israeliani da quelli ostili e, soprattutto, colpire obiettivi sulla Terra direttamente dall’orbita.

Non si tratta ancora di armi operative, ma di un programma al quale saranno destinati finanziamenti specifici e che coinvolgerà le Forze di difesa (IDF), la Direzione per la ricerca e lo sviluppo (MAFAT) e l’industria bellica nazionale.

L’obiettivo dichiarato dai vertici della Difesa è conquistare una posizione di «superiorità» nello spazio e assicurare a Tel Aviv un chiaro vantaggio nei conflitti futuri.

Il progetto si articola su più livelli.

Il primo prevede l’ampliamento delle capacità di intelligence attraverso un sistema articolato su diversi piani, in grado di sorvegliare simultaneamente più aree, giorno e notte e con qualsiasi condizione meteorologica.

Il secondo punta a rendere più sicure e continue le comunicazioni militari.

Il terzo introduce apertamente la dimensione offensiva: da un lato, sistemi destinati a difendere i satelliti israeliani da veicoli avversari, dall’altro armi spaziali capaci di raggiungere bersagli terrestri.

La distinzione tra difesa e attacco, già piuttosto elastica nelle dottrine di sicurezza israeliane, rischia di diventare ancora più labile quando viene trasferita nello spazio. A coordinare lo sviluppo saranno MAFAT, IDF e aziende della difesa, le stesse componenti che hanno trasformato Israele in uno dei maggiori laboratori mondiali per droni, missili, sorveglianza digitale e intelligenza artificiale applicata alla guerra.

Il conflitto con l’Iran ha impresso un’accelerazione al programma: durante l’operazione Roaring Lion, i satelliti sono stati impiegati per raccogliere informazioni di intelligence ad alta precisione, ampliando e aggiornando l’elenco dei potenziali obiettivi militari da colpire.

La svolta era stata anticipata il 25 giugno dallo stesso ministro Israel Katz, che aveva annunciato lo sviluppo di armi laser spaziali e dichiarato l’ambizione di fare di Israele il leader mondiale nelle capacità di attacco nello spazio.

Il ministro aveva inoltre evocato la capacità di «attaccare» e «distruggere» i sistemi nemici, senza precisare le tecnologie allo studio. Laser, strumenti di disturbo e dispositivi capaci di paralizzare o danneggiare i satelliti sono stati indicati successivamente dalla stampa israeliana come possibili soluzioni.

Nei colloqui riservati a porte chiuse, citati dalla stampa israeliana, il ministro ha fissato un traguardo più realistico: collocare Israele tra le prime cinque potenze del settore. Il Paese dispone di circa 25 satelliti, contro gli oltre 11.600 attribuiti agli Stati Uniti, più di mille alla Cina e circa 220 alla Russia, secondo Orbital Radar.

I satelliti radar Ofek 13 e Ofek 19 permettono di osservare il territorio anche di notte e attraverso le nuvole, mentre Dror 1 garantisce comunicazioni avanzate. Per Avi Berger, responsabile della Direzione spaziale, queste capacità dovranno assicurare alle IDF «libertà d’azione» e produrre «effetti» su diverse aree geografiche: formule asettiche dietro cui si delinea la possibilità di sorvegliare, costruire banche di obiettivi e, in futuro, colpire direttamente dallo spazio.

Israele entra così in una corsa già dominata da Stati Uniti, Cina e Russia, mentre il diritto internazionale mostra lacune sempre più vistose. Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, ratificato anche da Tel Aviv, vieta di collocare in orbita armi nucleari o altre armi di distruzione di massa, ma non proibisce esplicitamente il dispiegamento di armamenti convenzionali.

Una zona grigia ereditata da un accordo concepito quando i sistemi oggi progettati appartenevano ancora in larga parte alla fantascienza e che consente alle potenze di presentare l’escalation come semplice progresso tecnologico. Ogni nuova arma viene presentata come necessaria alla deterrenza, alimentando una militarizzazione che prepara inevitabilmente quella successiva.

Nel caso israeliano, la «difesa del fronte interno» torna a giustificare strumenti capaci di colpire ovunque, cancellando i limiti geografici e riducendo ulteriormente lo spazio del controllo politico. La questione non è soltanto se e quando queste armi diventeranno operative, ma quale precedente possa creare uno Stato già accusato di impiegare la propria superiorità tecnologica senza proporzione e senza riguardo per le vittime civili.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.

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