Dal blog https://www.lafionda.org
9 Set , 2026|Angelica Cavone e Giuseppe Libutti
Negli ultimi anni una parte del mondo sociale, culturale e cooperativo ha progressivamente assunto strumenti e linguaggi che appartengono alla cultura dell’innovazione sociale, della sostenibilità economica e della valutazione d’impatto.
Il cambiamento non è soltanto terminologico, perché quando esperienze nate intorno a diritti, bisogni collettivi, mutualismo e conflitto cominciano a descrivere il proprio valore attraverso indicatori, rendimenti sociali, business plan e misurazioni monetarie, cambia anche il terreno sul quale quelle esperienze chiedono di essere riconosciute.
Valutare un intervento è necessario, ma monetizzarne il valore è un’altra cosa. Un servizio sociale, un centro culturale, un’esperienza abitativa o un’attività educativa possono e devono essere valutati per la qualità delle relazioni che producono, per l’accesso ai diritti che rendono possibile, per la capacità di ridurre disuguaglianze e di creare autonomia e partecipazione. Non c’è però alcuna necessità di tradurre questi risultati nell’unità di misura del mercato per renderli più credibili.
Quando lo si fa, si introduce un principio diverso, perché ciò che vale viene progressivamente ricondotto a ciò che può essere comparato, quantificato e reso compatibile con una logica di investimento.
Questa trasformazione si è vista con chiarezza anche nel percorso che ha accompagnato la Delibera 104 di Roma Capitale e il successivo dibattito sui beni e sugli spazi sociali. Quella vicenda nasceva da un problema reale, cioè la necessità di riconoscere la funzione sociale di patrimoni pubblici utilizzati da realtà associative, culturali e territoriali e di costruire un quadro diverso dalla pura logica patrimoniale.
Rete Solid ha rivendicato pubblicamente di avere promosso quel percorso e di avere visto recepita una parte molto consistente della propria proposta, mentre Spin Time figura tra le realtà della rete.
Il punto critico sta però nel modo in cui quel riconoscimento viene costruito. Se la funzione sociale di un bene deve essere dimostrata attraverso progettazione, valutazione d’impatto, sostenibilità economica e capacità di produrre risultati misurabili, il rischio è che il diritto all’uso sociale venga progressivamente subordinato alla capacità di tradurre quell’uso in un progetto tecnicamente leggibile dall’amministrazione.
Non tutte le realtà hanno le stesse risorse, le stesse competenze e la stessa capacità di produrre business plan, indicatori, documenti complessi e valutazioni. Un collettivo informale, una piccola associazione di quartiere o un gruppo di abitanti partono da una posizione molto diversa rispetto a soggetti più strutturati.
La partecipazione rischia così di diventare una competenza professionale e il riconoscimento della funzione sociale un premio alla capacità di rappresentarla nel linguaggio giusto. È un problema politico, non tecnico, perché introduce nuovi criteri selettivi proprio dentro strumenti che dovrebbero servire a rendere più accessibili beni e spazi.
È su questo terreno che la vicenda di Spin Time diventa significativa. La valutazione secondo cui ogni euro investito nella regolarizzazione dell’esperienza produrrebbe 1,95 euro di valore sociale può essere comunicativamente efficace, ma sposta il discorso dal diritto alla convenienza. Spin Time non dovrebbe essere difeso perché produce più valore di quanto costa, ma perché il diritto all’abitare e la funzione sociale della proprietà possono porre limiti alla rendita anche quando questo non conviene al proprietario.
Quando invece si accetta di dimostrare che una soluzione sociale è anche economicamente più efficiente, si entra in un campo nel quale il proprietario può utilizzare lo stesso criterio e arrivare a una conclusione opposta. Se un altro uso dell’immobile produce maggiore valore economico, la controversia rischia di ridursi a una disputa sui numeri, mentre scompare la questione politica fondamentale: chi decide l’uso della città e quali limiti l’interesse generale può imporre alla proprietà.
Nel caso di Spin Time questa contraddizione assume una forma particolarmente concreta. Investire SGR gestisce il fondo proprietario dell’immobile di via Santa Croce in Gerusalemme nel quale si trova l’esperienza. Secondo la ricostruzione disponibile, il fondo non ha accettato una cessione dell’immobile al Comune alle condizioni ipotizzate nell’ambito del Piano Casa, mantenendo invece aperta una diversa prospettiva di valorizzazione immobiliare.
Non c’è in questo nulla di sorprendente. Investire SGR fa ciò che un fondo immobiliare è chiamato a fare: valorizzare un patrimonio nell’interesse degli investitori. Il problema nasce quando chi dovrebbe contestare quella logica sceglie di legittimarsi attraverso categorie simili, come se il conflitto potesse essere superato dimostrando che il diritto è anche conveniente.
La questione diventa ancora più interessante se si osserva che Investire SGR è anche uno dei soggetti che hanno dato vita alla Fondazione Roma REgeneration, insieme a DeA Capital Real Estate SGR e Fabrica Immobiliare SGR. È proprio in questo intreccio che emerge con particolare chiarezza il problema politico del linguaggio attraverso il quale oggi viene rappresentato il sociale.
Roma REgeneration utilizza infatti precisamente il lessico dell’inclusione, della sostenibilità, della partecipazione e dell’impatto sociale e, nello stesso tempo, dichiara l’obiettivo di offrire agli investitori una visione chiara di dove e come intervenire nella città. Non c’è una contraddizione formale tra le due cose, ed è proprio questa assenza di contraddizione a essere significativa.
Il linguaggio del sociale non sostituisce quello dell’investimento ma in esso viene incorporato. La partecipazione diventa una competenza progettuale, l’inclusione un parametro, l’impatto sociale un elemento del piano economico. Un quartiere culturalmente vivo può aumentare il valore immobiliare, un progetto partecipato può ridurre conflitti e opposizioni, la sostenibilità può rendere più attrattivo un investimento.
È significativo, da questo punto di vista, che Open Impact, soggetto impegnato nella valutazione dell’impatto sociale di Spin Time abbia partecipato anche al percorso promosso da ROMA REgeneration ETS costituita, tra gli altri, dalla stessa Investire SGR. Non si tratta di stabilire incompatibilità personali o professionali, ma di osservare quanto uno stesso apparato concettuale possa circolare senza difficoltà tra esperienze sociali che cercano riconoscimento e soggetti finanziari impegnati nella valorizzazione immobiliare.
È qui che emerge una contraddizione più ampia, che riguarda anche iniziative come “Vivere, Abitare, Cooperare”, festival di economia sociale che si terrà dal 17 al 20 settembre. Il programma si propone di discutere rendita, finanziarizzazione, beni comuni e trasformazioni post-capitaliste, ma nello stesso tempo mantiene al centro strumenti come la valutazione d’impatto e una concezione della cooperazione spesso pensata come capacità di produrre valore sociale dentro un quadro economico dato.
La nostra perplessità non consiste nel dire che chi utilizza questi strumenti abbia aderito consapevolmente al neoliberismo. Il punto è che una parte del lessico con cui oggi si immagina l’alternativa è già stata assorbita dal sistema che si vorrebbe trasformare. Sostenibilità, inclusione, partecipazione e impatto non sono più parole estranee al capitale immobiliare e finanziario, che le utilizza ormai stabilmente per qualificare investimenti, ridurre rischi, aumentare consenso e valorizzare territori.
La vicenda di Roma REgeneration rende questo passaggio particolarmente evidente. Il capitalismo urbano contemporaneo non ha bisogno di dichiararsi contrario al sociale, perché può incorporarlo nei propri processi di valorizzazione. Il sociale può essere perfettamente integrato in una strategia di investimento.
Per questo non basta dichiararsi contro la rendita se poi si continua a misurare il sociale con strumenti costruiti sulla logica dell’investimento. Non basta parlare di beni comuni se il loro riconoscimento dipende dalla capacità di dimostrare sostenibilità economica e produzione di valore. Non basta invocare la cooperazione se questa finisce per occupare soltanto gli spazi lasciati liberi dal mercato senza mettere in discussione proprietà, rendita e distribuzione della ricchezza urbana.
La questione è tanto più rilevante perché il linguaggio della rigenerazione urbana ha reso molto più difficile distinguere interessi differenti. Anche grandi operatori immobiliari parlano di inclusione, partecipazione e impatto sociale, e non c’è nulla di sorprendente. Proprio per questo una posizione realmente critica non può fermarsi alla qualità sociale di un progetto.
Deve chiedere chi possiede, chi decide, chi beneficia dell’aumento di valore e quali beni vengono sottratti stabilmente al mercato. Se queste domande scompaiono, la rigenerazione rischia di diventare il nome con cui si tengono insieme processi molto diversi, mentre la distinzione tra uso collettivo e valorizzazione immobiliare diventa sempre più sfumata.
La stessa contraddizione attraversa l’economia sociale. Se il suo obiettivo è dimostrare di essere una versione più inclusiva e responsabile del mercato, il suo potenziale trasformativo rimane limitato. Se invece vuole modificare realmente i rapporti di forza, deve interrogare la proprietà e la rendita, rivendicare patrimonio pubblico e forme collettive di possesso, costruire strumenti che impediscano la privatizzazione del valore prodotto socialmente e accettare che esistano attività necessarie anche quando non sono economicamente convenienti.
Un centro antiviolenza non ha bisogno di dimostrare quanto denaro fa risparmiare al sistema sanitario. Una biblioteca pubblica non deve provare di produrre un ritorno economico. Un servizio sociale può essere costoso e continuare a essere necessario. Una casa non diventa un diritto perché lo sgombero costerebbe di più.
Il problema della monetizzazione sta tutto qui. Quando un diritto viene difeso perché conveniente, diventa più fragile nel momento in cui smette di esserlo. E quando il conflitto viene sostituito dalla ricerca continua di soluzioni compatibili con tutti gli interessi, la politica perde la capacità di scegliere quale interesse debba prevalere.
Esistono conflitti che non si risolvono con una migliore progettazione. Se un fondo vuole aumentare il rendimento di un immobile e chi lo abita vuole sottrarlo alla rendita, non siamo davanti a un problema di dialogo tra stakeholder. Siamo davanti a interessi diversi, e la politica serve proprio a decidere come regolarli.
Per questo Costituzione e conflitto restano due riferimenti indispensabili. La Costituzione perché stabilisce che il mercato non è l’unico principio ordinatore della società e che la proprietà incontra limiti posti dall’interesse generale. Il conflitto perché quei limiti non si affermano spontaneamente, ma sono il risultato di rapporti di forza, organizzazione sociale e decisione politica.
Da questo punto di vista, tanto la narrazione costruita intorno a Spin Time quanto iniziative come “Vivere, Abitare, Cooperare” meritano una riflessione più radicale di quella che spesso viene loro rivolta. Il problema non è che parlino troppo poco di sociale, ma che rischino di parlare del sociale con categorie che ne riducono la forza politica, trasformando diritti e bisogni in valori da misurare, rendere sostenibili e inserire dentro modelli economici compatibili.
La Delibera 104 mostra che questo processo non riguarda soltanto il rapporto con i grandi investitori, ma anche il modo in cui il pubblico riconosce e seleziona le esperienze sociali. Spin Time mostra cosa accade quando il diritto all’abitare viene difeso anche attraverso il linguaggio della convenienza. Roma REgeneration mostra quanto quello stesso lessico possa convivere senza difficoltà con gli interessi della valorizzazione immobiliare. “Vivere, Abitare, Cooperare” mostra infine quanto questa contraddizione attraversi ormai anche gli spazi che si propongono di costruire un’alternativa.
Non sono episodi separati. Sono parti di uno stesso passaggio culturale. Se si vuole davvero mettere in discussione la rendita, non basta costruire esperienze socialmente migliori dentro il mercato. Occorre anche stabilire ciò che dal mercato deve essere sottratto.
È questa la questione che dovrebbe stare al centro della discussione. Non quanto valore economico produce un’esperienza sociale, ma quale società rende possibile, quali rapporti di potere modifica e quali diritti sottrae alla logica della convenienza.
Quando si abbandonano insieme la Costituzione come limite alla proprietà e il conflitto come strumento di trasformazione, resta il mercato. Magari più inclusivo, più sostenibile e più capace di parlare il linguaggio del sociale.
Ma resta il mercato. Di: Angelica Cavone e Giuseppe Libutti