Alcune nazioni già vivono gli impatti di El Niño, altre si stanno attrezzando in attesa che arrivino. E in Europa le previsioni restano molto incerte.
da http://www.lifegate.it – Andrea Barolini, 17 Settembre 2026
Le conseguenze concrete di El Niño cominciano a farsi sentire in numerose regioni del mondo. Il fenomeno climatico ciclico, che consiste in un riscaldamento anomalo delle acque del Pacifico equatoriale, si annuncia come ormai noto di intensità straordinaria, tanto da essere stato già battezzato un “super-El Niño”. Il suo apice, come indicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), è previsto per la fine dell’anno in corso.
El Niño sta già provocando anomalie termiche molto elevate nel Pacifico equatoriale
Lo stesso organismo delle Nazioni Unite, ha precisato che il fenomeno è normalmente associato a un aumento delle precipitazioni e delle inondazioni in alcune regioni dell’America Latina, dell’Africa orientale e della porzione meridionale degli Stati Uniti. Al contrario, favorisce condizioni di siccità nell’Australia settentrionale e orientale, in Indonesia, in Africa australe e in alcune zone dell’Asia meridionale, in ragione della diminuzione dell’attività monsonica. Allo stesso modo, si prevede una riduzione dell’attività degli uragani nell’Atlantico.
In questo caso, i dati relativi all’intensità di El Niño, lasciano temere il peggio. L’agenzia statunitense Noaa ha avvisato che l’intensificarsi del fenomeno si sta già traducendo in anomalie termiche particolarmente marcate, con temperature sulla superficie del Pacifico di 3 gradi superiori rispetto alla media e ben 10 gradi nelle acque profonde. Di conseguenza, nei paesi africani dell’Est si temono precipitazioni nettamente superiori al normale, se non addirittura violente, nel corso della “stagione delle piogge lievi”, che va da ottobre a dicembre. In alcune nazioni, gli impatti sono per già presenti. Altre, al contempo, si stanno attrezzando per cercare di non farsi trovare impreparate.
Indonesia, Filippine e Thailandia temono per il settore agricolo e l’acqua potabile
L’Indonesia, in particolare, figura tra gli stati più esposti, poiché le piogge monsoniche sono fortemente dipendenti dalle correnti marine del Pacifico. Ciò significa che più El Niño si rafforza, più la temperatura dell’acqua nella parte occidentale dell’oceano si raffredda, diminuendo nettamente le precipitazioni. Ne discende che un fenomeno particolarmente marcato rappresenta una minaccia diretta per il settore agricolo, nonché per la disponibilità di acqua potabile: il rischio, in questo senso, rischia di essere catastrofico.
Anche alcune nazioni vicine all’Indonesia risultano particolarmente vulnerabili. È il caso, ad esempio, delle Filippine della Thailandia, che hanno già registrato una crescita dei prezzi del cibo, legata in particolare alla produzione di riso: il genere alimentare più direttamente dipendente dalle precipitazioni.
In Australia probabili condizioni di siccità, in allerta i coltivatori di grano
Al contempo, anche l’Australia ha cominciato a patire i primi effetti inquietanti: le acque a nord e ad est dell’immensa isola dell’Oceania hanno subito un raffreddamento. Anche in questo caso, la riduzione dell’umidità nell’aria provocherà con ogni probabilità condizioni di siccità durante l’inverno e la prossima primavera.
Nella stagione fredda, inoltre, si rischiano ondate di gelo che possono, altrettanto, nuocere al settore agricolo. In particolare, i coltivatori di grano sono già stati chiamati ad adattare le loro strategie agricole alla presenza di El Niño.
America Latina, un continente estremamente esposto
Anche in America Latina si attendono (e in alcuni casi si vivono già) gli impatti del fenomeno climatico. In Honduras, ad esempio, numerosi climatologi hanno avvertito sui gravi rischi che si stanno correndo . Nella porzione occidentale della nazione caraibica, una situazione di grave siccità perdura ormai dallo scorso mese di maggio.
Il settore agricolo già in crisi in Honduras
Si tratta di una conseguenza diretta dei cambiamenti climatici, alla quale si sta accavallando proprio El Niño. Secondo quanto riferito da un reportage di Radio Canada, che cita un’organizzazione non governativa americana, nella regione di Marcala, molti produttori hanno già perso quasi la metà dei loro raccolti. Dal mais al caffè, sono numerose le colture che patiscono la mancanza di precipitazioni. Il che si riverbera non soltanto sulle condizioni economiche della popolazione, ma anche sulla sicurezza alimentare. Ed è probabile che i prezzi aumentino anche in Europa, soprattutto per produzione importate come, appunto, il caffè.
In Perù morti di fame migliaia di uccelli marini
La situazione appare ancora più sconcertante in Perù, come raccontato dal New York Times. Già a partire dalla metà di luglio, le emittenti televisive hanno diffuso immagini drammatiche di migliaia di uccelli marini (pellicani, cormorani e pinguini, tra gli altri) morti sulle spiagge settentrionali e sulle isole al largo della costa. Più a sud, quasi 10mila leoni marini sono stati ritrovati senza vita.
Il ministero dell’Ambiente ha chiesto di conseguenza l’apertura di un’inchiesta: dopo poco è stata scartata l’ipotesi di un’influenza aviaria. E la constatazione dell’analisi è stata chiara: “Le autopsie indicano che gli stomaci degli animali erano vuoti, con tracce di vegetali che normalmente non fanno parte della loro alimentazione. Sono morti di fame”, ha spiegato al quotidiano francese Le Monde Lady Amaro, specialista di fauna marina presso il Servizio nazionale per le foreste e la fauna selvatica.
Tale sovramortalità così generalizzata costituisce uno dei primi effetti associati a El Niño. L’autunno e l’inverno australe (da marzo a settembre) sono stati caratterizzati da temperature record sia a terra che nel mare. In alcuni casi, si sono superati i 6 gradi centigradi rispetto alla media del periodo. Quanto basta per stravolgere gli ecosistemi, gli spostamenti degli animali e la loro capacità di nutrirsi.
Un caso evidente è rappresentato dalle acciughe, specie fondamentale nella catena alimentare al largo delle coste peruviane, che circola normalmente nelle acque fredde della corrente di Humboldt, che scorre da Sud a Nord lungo il fianco sinistro dell’America Latina. Risultato: il pescato è passato dagli 1,3 milioni di tonnellate del maggio 2025 alle 32.800 quest’anno. Se si considera che le esportazioni raggiungono più di 40 nazioni e rappresentano l’1 per cento del Prodotto interno lordo del Perù, si comprende la portata della crisi.
Al contempo, già si registrano piogge torrenziali, come quelle che hanno colpito alla metà di agosto la capitale Lima, nella quale vivono 10 milioni di persone poco preparate a precipitazioni di tale entità.
In Argentina, Paraguay e Uruguay si temono inondazioni
In Argentina, il Servizio meteorologico nazionale ha confermato che gli impatti di El Niño sono già presenti e aumenteranno fino alla prossima primavera. Nelle regioni nord orientali, in particolare, si prevedono precipitazioni superiori alla media. In alcuni casi, gli accumuli potranno risultare superiori a 300 millimetri localmente.
Ciò fa temere per i grandi bacini fluviali, non soltanto argentini ma anche del Paraguay e dell’Uruguay. Il rischio non è soltanto di inondazioni, ma anche di gravi danni per le produzioni rurali, nonché rischi per la sicurezza delle popolazioni che abitano lungo i corsi d’acqua, come nei casi dei fiumi Paraná e Iguazú.
Mega-incendi in Colombia, limitato il numero di navi nel Canale di Panama per la siccità dovuta a El Niño
In Colombia, si teme invece lo sviluppo di mega-incendi, come quelli che si sono sviluppati nei dipartimenti di Tolima e di Nariño nella seconda metà di agosto. L’effetto combinato della crisi climatica e di El Niño rischiano di aggravare ancor di più la situazione, per via delle condizioni meteorologiche e dello stato della vegetazione.
Al contempo, a Panama si fanno i conti con il livello dell’omonimo Canale, nel quale a causa della siccità provocata proprio da El Niño le autorità sono state costrette a ridurre il numero di navi autorizzate all’attraversamento. Attualmente, la media giornaliera è di 32 transiti al giorno, rispetto ai 36 di agosto, e da ottobre si prevede di scendere a 29,5.
In Africa decine di nazioni esposte agli impatti di El Niño
Anche numerose nazioni africane attendono e temono gli effetti del riscaldamento delle acque del Pacifico equatoriale. Il Madagascar, ad esempio, è uno dei paesi più esposti, assieme a Mozambico e Malawi, secondo un rapporto pubblicato dall’Ocha (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari).
“A partire dalla fine del 2026 – spiega l’organismo dell’Onu – alcune zone dell’Africa orientale potrebbero registrare precipitazioni superiori alla media, aumentando il rischio di inondazioni improvvise, esondazioni fluviali e frane”. A rischio ci sono Burundi, Etiopia, Kenya, Ruanda, Somalia, alcune zone della Tanzania e dell’Uganda, “in particolare nelle aree a bassa altitudine e urbane con scarso drenaggio.
Le inondazioni potrebbero danneggiare abitazioni, strade, scuole e strutture sanitarie, ostacolando al contempo l’accesso degli aiuti umanitari”, prosegue il documento dell’Ocha. Che ricorda anche come “alcune comunità si stiano ancora riprendendo dalle inondazioni del 2024 causate da El Niño”, come nel caso della contea del fiume Tana, in Kenya.
Ma anche in Africa settentrionale e nel mondo arabo le inquietudini aumentano. Sebbene alcune aree potrebbero godere di più precipitazioni del normale, si temono temperature particolarmente elevate ed eventi meteorologici estremi.
L’impatto in Europa resta incerto e sarà comunque indiretto
Molto più complessa è la situazione che riguarda invece l’Europa. Le informazioni in questo senso si accavallano e appaiono spesso contraddittorie tra loro. Già prima dell’estate era stato erroneamente indicato che il caldo stagionale sarebbe stato esacerbato da El Niño, le cui conseguenze si manifesteranno però a livello globale nel prossimo autunno-inverno.
Di recente, è stato riportato che “tra anomalie bariche estreme, potrebbe scendere un vortice polare con temperature mai viste – specie sul nord Europa, ma con cascami rilevanti anche sull’Italia – e una collegata crisi del gas, dell’energia, che potrebbe essere senza precedenti”. El Niño porterebbe dunque in Europa un’ondata di gelo estremo nei mesi freddi.
La realtà, spiega Luca Lombroso a ilmeteo.net, meteorologo presso l’Osservatorio geofisico dell’università di Modena e Reggio Emilia, è un’altra: “L’influenza in Europa è indiretta e avviene tramite le teleconnessioni”. Quanto alla “rottura” del vortice polare, essa “non significa, ammesso che avvenga, più freddo in Europa. Dipende da dove si dirige il lobo gelido, perché se si trova più a est o più a ovest può causare per opposto situazioni di blocco a matrice calda”.
“Una rottura del vortice polare dovuta a El Niño non vuol dire necessariamente gelo”
Parlando al quotidiano francese Reporterre, Éric Guilyardi, climatologo dell’Istituto Pierre-Simon Laplace e specialista di El Niño, è dello stesso avviso: il fenomeno “ha un’influenza molto indiretta ed esistono numerosi altri elementi molti più importanti per quanto riguarda la meteorologia europea”.
Al contrario, le previsioni stagionali del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) confermano che le temperature invernali saranno probabilmente sopra la media. La sola regione con segnale “neutro” è il nord Europa. Il Mediterraneo, compresa l’Italia, è invece in piena anomalia positiva.
Nessuno può prevedere cosa accadrà nel nostro continente, dunque. Ma appare probabile che a prevalere possa essere l’andamento di lungo termine attuale, figlio dei cambiamenti climatici, che tende a portare temperature più alte della media.