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16 Ott , 2026|Giuseppe Libutti e Angelica Cavone
Governo Meloni e Campidoglio si contendono la paternità della politica abitativa, ma, carte alla mano, i rispettivi piani rivelano un’affinità che nessuno dei due contendenti sarebbe disposto a riconoscere, tanto nell’impostazione quanto negli strumenti e perfino nei protagonisti.
All’indomani del varo del decreto nazionale, lo scorso maggio, il Campidoglio ne ha preso le distanze senza esitazioni. Il sindaco Gualtieri lo ha liquidato come inadeguato e l’assessore al patrimonio ed alla casa Tobia Zevi, intervistato dal Foglio, ha osservato che al provvedimento sembravano mancare “molti soldi e alcune idee”. Il centrodestra, per parte sua, ha replicato rivendicando il primo intervento organico da qualche decennio a questa parte e imputando alle amministrazioni progressiste l’abbandono del patrimonio pubblico.
La contesa, tuttavia, ha il sapore di una disputa di bandiera, dietro la quale si scorge una visione della città sostanzialmente condivisa. Stato e Comune acquistano immobili sul mercato, ne delegano la regia a enti e fondi immobiliari e, nel medesimo tempo, alienano o affidano in concessione i beni di cui già dispongono, guardandosi bene dal rendere noto l’unico dato che conterebbe davvero, ossia quante abitazioni pubbliche rimarranno a operazioni concluse.
Sul versante nazionale, il decreto-legge 66/2026, convertito nella legge 116 del 2 luglio, stanzia circa 970 milioni da qui al 2030 per restituire agibilità agli alloggi popolari rimasti sfitti. Il cuore dell’operazione, però, batte altrove. Un emendamento ha dirottato 1,2 miliardi del PNRR verso Cassa Depositi e Prestiti, chiamata a investirli in quote di fondi come il Fondo Nazionale dell’Abitare, mentre Invimit, la società di gestione del risparmio controllata dal ministero dell’Economia, interviene con comparti riservati alle Regioni e ai costruttori privati si domanda di realizzare alloggi da locare o cedere a prezzi calmierati.
Chiude il cerchio la facoltà di riscatto concessa agli inquilini delle case popolari, che il governo descrive come un incentivo alla proprietà e una fonte di risorse da reinvestire, ma che si traduce, a conti fatti, nella fuoriuscita di una quota del patrimonio dal perimetro pubblico.
Il Campidoglio, pur criticando l’esecutivo, ne ricalca fedelmente l’impostazione. Il Piano strategico per il diritto all’abitare 2023-2026 si propone di aggiungere tra 1.500 e 2.000 alloggi popolari con una dotazione di 220 milioni, attingendo quasi per intero a soggetti che da anni si stanno disfacendo dei propri immobili romani, non di rado fra le proteste degli inquilini.
Dall’INPS provengono 208 appartamenti, dalla Fondazione Enasarco 1.038, acquistati per oltre 250 milioni, e cento da un privato, sicché il Comune finisce per assumere il ruolo di compratore di ultima istanza di un patrimonio che il mercato non ritiene più redditizio.
Quanto al centinaio di edifici elencati in allegato al piano come possibili acquisizioni o recuperi, l’assenza di qualsiasi ordine di priorità, di motivazioni e di criteri su cosa comprare, in quali tempi e a quale prezzo ne fa un documento buono per i titoli dei giornali più che un impegno vincolante. Che la città abbia bisogno di case non è in discussione; lo è, semmai, chi decida quali acquistare e in base a quali regole.
Nel frattempo, con l’altra mano, l’amministrazione capitolina si è dotata degli strumenti per “alleggerire” il proprio patrimonio. Il Regolamento per la valorizzazione del patrimonio disponibile, proposto dalla Giunta nell’ottobre 2024 e successivamente approvato dall’Assemblea, disciplina la gestione e la dismissione di un insieme stimato fra le 1.300 e le 1.500 unità, tra abitazioni, locali commerciali, cantine e autorimesse.
Il congegno su cui si regge è il Piano delle alienazioni e valorizzazioni, poiché basta che un immobile vi sia inserito perché diventi per legge alienabile, e al suo interno figurano già l’ex Mercato dei fiori di via Trionfale, gli ex padiglioni scolastici di via Pomona e l’ex parcheggio di via Tovaglieri. A ridosso del Colosseo, intanto, sono state cedute porzioni di immobili in via della Polveriera e in via Eudossiana, per un valore stimato superiore ai due milioni.
Ancor più inquietante è la sorte riservata al patrimonio indisponibile, quello che per sua natura dovrebbe assicurare ai cittadini il godimento dei beni pubblici. Avvalendosi dell’articolo 13 del regolamento approvato con la delibera capitolina n. 104 del 16 dicembre 2022, il Comune ha già affidato in concessione un immobile pubblico per cinquant’anni perché vi si insediassero scuole private paritarie, sottraendolo così alla collettività per l’arco di un’intera generazione;
Gli strumenti di partecipazione previsti dalla delibera, a cominciare dal Forum per la valorizzazione sociale del patrimonio, sono rimasti lettera morta, con il risultato che i cittadini vengono informati del destino dei propri beni soltanto quando le decisioni sono già state prese.
Si spendono dunque centinaia di milioni per rilevare immobili da enti previdenziali e fondi, mentre si vendono o si concedono, talora gratuitamente, beni comunali che ben potrebbero essere destinati all’abitare, e nessuno ha finora ritenuto di dover spiegare come le due linee possano conciliarsi. Se la questione stenta a entrare nel dibattito pubblico, lo si deve anche a un’informazione accomodante, pronta a dare risalto agli acquisti con cifre tonde e fotografie di circostanza e assai meno sollecita nel dar conto delle dismissioni, che restano confinate fra le righe delle delibere.
A questo quadro si aggiunge l’esperienza dei municipi, dove alcune iniziative vengono indicate come il segno di una sinistra capace di tradurre i propri principi in azione amministrativa. L’esempio più citato è il progetto “Vicini di Casa” del Municipio III, raccontato da RomaToday l’8 ottobre.
Il progetto riunisce l’agenzia per il diritto all’abitare Ada, una coabitazione in un bene confiscato, un programma di Housing First e Casa3, la struttura di via Monte Fascia destinata a chi ha subito uno sfratto. Secondo i dati del municipio, in ventitré mesi lo sportello Ada ha accolto 498 persone, con richieste cresciute della metà rispetto al primo anno, e ha mediato in una quarantina di sfratti esecutivi, ottenendo un accordo con la proprietà o una sistemazione alternativa. I risultati sono stati presentati il 15 ottobre nella sala consiliare di piazza Sempione, alla presenza, fra gli altri, dei presidenti di varie commissioni capitoline.
Proprio perché l’esperienza viene proposta come modello, conviene discuterla sul piano politico, a partire dai numeri. Per quelle quaranta famiglie la mediazione ha fatto una differenza concreta, e questo va riconosciuto. Ma quaranta sfratti evitati in quasi due anni sono circa uno ogni due settimane e mezzo, mentre l’aumento delle richieste mostra un’emergenza che cresce molto più rapidamente degli strumenti messi in campo.
Il nodo principale però riguarda l’impostazione. Lo sportello è stato affidato tramite bando a un’associazione e si sostiene anche grazie al contributo di una fondazione privata. La coabitazione è gestita da una cooperativa. Il nuovo fondo di garanzia, finanziato con risorse filantropiche, servirà a tutelare i proprietari che affittano sul mercato privato.
In questo schema l’intervento pubblico si limita a facilitare l’incontro tra domanda e offerta, assumendosi parte del rischio della proprietà, mentre le sei stanze di Casa3 restano l’unico, modesto, apporto di alloggi pubblici. Chi lavora ogni giorno in questi servizi fa il possibile con i mezzi a disposizione, e non è a loro che si rivolge questa critica. La questione è quale politica della casa un’amministrazione di sinistra intenda praticare.
Una politica fondata su intermediazione e assistenza può attenuare i casi più urgenti, ma non cambia i rapporti di forza tra inquilini e rendita. Per farlo servono un patrimonio abitativo pubblico, risorse stabili e la volontà di rivendicarli, ed è su questo terreno che una svolta andrebbe misurata.
Nello stesso giorno in cui usciva quel resoconto, Repubblica dedicava a Roma, ribattezzata “la Capitale degli sfratti”, la seconda puntata della propria inchiesta sull’emergenza abitativa, contando oltre 1.500 interventi dell’ufficiale giudiziario nell’arco di un anno, all’incirca quattro al giorno, in una città dove i bed and breakfast si moltiplicano e chi attende un alloggio popolare resta in graduatoria per anni.
Nessuno può pretendere che un municipio arresti da solo un simile meccanismo, ma il Campidoglio avrebbe a disposizione uno strumento per frenarlo, vale a dire un protocollo d’intesa con la Prefettura che scaglioni le esecuzioni e garantisca il passaggio da un’abitazione all’altra. I sindacati degli inquilini lo invocano da anni e la stessa Assemblea capitolina lo aveva sollecitato con una mozione approvata alla vigilia del Giubileo, ciononostante non è mai stato adottato.
Alla luce di tutto ciò, la cerimonia di piazza Sempione assume i contorni di una celebrazione di un modello di stampo liberista, che riduce le politiche pubbliche sull’abitare alla gestione delle conseguenze dell’emergenza, rinunciando ad affrontarne le cause strutturali. Una celebrazione che finisce, peraltro, per offrire una passerella proprio a quegli esponenti politici che si sono resi protagonisti di scelte inadeguate e che non sono stati capaci di ottenere neppure il minimo indispensabile: l’approvazione di un protocollo per la graduazione degli sfratti.
Eppure, quegli stessi esponenti politici non avevano perso occasione per farsi fotografare davanti alla Prefettura, annunciando ripetutamente come imminente l’approvazione di un protocollo che, a distanza di tempo, continua a rimanere sulla carta. Alle fotografie, agli annunci e alle promesse non è seguito alcun risultato concreto, ma ciò non impedisce agli stessi protagonisti di tornare oggi sulla scena per celebrare politiche che, anziché garantire il diritto alla casa, si limitano ad amministrarne la negazione.
Anziché pretendere dal Campidoglio un protocollo che garantisca una tutela effettiva alle persone sottoposte a sfratto, il Municipio preferisce trasformare le proprie iniziative in una passerella auto celebrativa. Il risultato è l’ennesimo encomio al sindaco Gualtieri: prima celebrato per le case acquistate, ora per i servizi destinati a chi la casa l’ha già perduta. Un paradosso politico evidente, nel quale si celebrano le risposte all’emergenza senza interrogarsi sulle responsabilità di chi non è stato capace di prevenirla.
E, soprattutto, senza che nessuno trovi il coraggio di chiedere conto alla maggioranza capitolina degli impegni rimasti disattesi e delle politiche strutturali sull’abitare che continuano a mancare.
Di riforme strutturali, del resto, non si scorge traccia. Le dismissioni proseguono, gli acquisti restano svincolati da criteri pubblici e il protocollo giace in un cassetto, mentre i due schieramenti seguitano a contendersi un’etichetta, come attestava a maggio il titolo del Foglio, “La destra fa la sinistra sul Piano casa”, pur applicando nei fatti la medesima ricetta. Fare la sinistra, in materia abitativa, vorrebbe dire costruire un patrimonio pubblico destinato a restare tale e a crescere, non un sistema in cui alle istituzioni spetta la gestione degli sportelli e al privato, con o senza scopo di lucro, la fornitura delle case e di una parte delle risorse.
Anche gli interpreti, d’altronde, sono i medesimi, dagli enti previdenziali impegnati a liberarsi del mattone ai fondi in cerca di rendimenti garantiti dal pubblico, fino alle società pubbliche che fungono da raccordo; a mutare sono soltanto le conferenze stampa. Quelli che qualcuno ha definito “fondi senza cuore”, lungi dall’essere gli antagonisti di questi piani, ne sono i soci.
Una politica della casa degna di questo nome muoverebbe da un censimento completo dei beni posseduti da Stato, Regione e Comune, sospenderebbe ogni dismissione fino all’esaurimento della graduatoria, subordinerebbe ciascun acquisto a criteri trasparenti e condurrebbe finalmente in porto il protocollo sugli sfratti. Fino a quando ciò non avverrà, Roma e Palazzo Chigi continueranno a polemizzare in pubblico e ad agire allo stesso modo in privato. Sgombrare il campo da queste narrazioni richiederà una battaglia lunga, ma è da qui che occorre ripartire.