Colonizzazione dell’inconscio

Dal blog https://www.lafionda.org/

16 Ott , 2026|Simone Fossella |

Come il neocapitalismo ha trasformato la violenza economica in patologia psichica

Denaro. Tassi. Debito. Vincoli. Bilanci. Bollo. Aria. Ticket. Turno. Timbro. Mutuo. Manca l’aria. Panico. Che il capitalismo sia il più grande gioco di prestigio ideologico che una mente potesse partorire è un dato. Che la sua frattura, esposta, durante le varie crisi economiche venga dipinta con tratti di calamità naturale anziché come risultato di scelte politiche, di gestione dei flussi, di compressione salariale e di imposizione di un modello unico di società, è il colpo di genio definitivo: il concetto che si fa dio.

Un’interpretazione del mondo, estranea al reale, che diviene idea prevalente. È l’esatta definizione di delirio. Il sistema è, di fatto, delirante. Farebbe sorridere, se non facesse ammalare, l’autoreferenzialità di un sistema che si auto-costruisce, auto-impone e auto-punisce, in un circolo vizioso per metà; l’altra metà è il virtuosismo degli utili, dei colossi che, ironia della sorte, sono immuni alla calamità e immuni alla patologia. Questione di anticorpi, chissà.

“Il problema non è che il lavoro sia duro, è che sento di non bastare mai […] Aspetto la fine del turno per godermi il resto della giornata. Però poi non so come riempirlo questo resto. Mi sento svuotato da un lato e irritato dall’altro. Ma io amavo quello che faccio.” (35 anni, ingegnere informatico.)*

Fatto sta che, numeri alla mano, su tre lavoratori dipendenti italiani, uno (31,8% secondo l’indagine Censis)[1], soffre di burnout critico. Che tradotto vuol dire “esaurimento” psicofisico, estraneità, sentimenti negativi verso la propria mansione. Mansione che, magari, era stata scelta per passione decenni fa e che subisce nel tempo un processo di de-sublimazione trasformandosi in un’arma del sistema: lavorare per passione, sequestrare la passione nel lavoro e consumarla in beni eteronomici per sentirsi appagati, quel giusto che basta, e poter ricominciare domani.

La calamità esiste, in effetti, per buona parte dei lavoratori, ma è un’epidemia di malattia mentale (per la precisione un’epidemia che riguarda il 17% della popolazione italiana che, nell’anno, presenta un problema di salute mentale, a quanto emerge dal Global Burden of Desease dell’università di Washington)[2]. Un’epidemia che la retorica politica ed economica preferisce liquidare bollando come “snowflakes” chi si ammala, chi performa di meno, chi si allontana, chi, “ingenuamente” si ostina a mettere in discussione l’attuale meccanismo.

Sei tu ad essere fragile, a mancare di resilienza. Perché la finzione ha bisogno che tu sia convinto che l’ansia, la depressione, siano un deficit della tua forza di volontà anziché, come invece è, sintomi di un corpo, ed una mente, che rifiutano di essere fagocitati.

“Il mio capo mi ha consigliato un corso di “stress management” e di mindfulness, perché l’ambiente è dinamico e devo imparare a gestire la pressione. Ma come faccio a meditare se il carico di lavoro è letteralmente raddoppiato in sei mesi? Sto crollando.” (29 anni, consulente aziendale.)*

Proprio su questo concetto, nello specifico riguardo alla popolazione giovanile fra i 16 e i 24 anni, si è espresso recentemente Peter Fonagy, docente presso la University College London, in una review indipendente pensata per rispondere ad una semplice domanda: perché questa esplosione di richieste di aiuto, diagnosi e liste d’attesa per la salute mentale?

Lavoro, di concerto con oltre cento esperti e comprendente anche i familiari di persone con disturbi mentali, che individua le radici del crollo psichico, crollo che, questo sì, è un dato, obiettivo ed esistente, anche nell’incertezza economica e occupazionale cronica[3].

Ergo, non sono i giovani ad essere “fiocchi di neve”, è la realtà in cui vivono e viviamo ad essere, spesso, tossica. Resa tossica da una logica neoliberista che opera una “colonizzazione” del nostro inconscio sequestrando la nostra dimensione più intima. L’inconscio è una struttura psichica dinamica, orienta i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre modalità di esistenza. Proprio per questa sua natura permeabile, permeabile anche alle condizioni materiali di vita esterna, finisce per incorporare i rapporti di forza della realtà in cui viviamo.

Risulta pertanto intuibile che il nostro mondo interiore possa plasmarsi sui contorni di un regime di “crisi” finanziaria perenne in cui l’evocazione perpetua di una scarsità monetaria, quindi artificiale, viene introiettata nelle vesti di una minaccia esistenziale generando uno stato di ansia e di tensione psichica. Davanti a questa ondata, la clinica interviene facendo ciò che è chiamata a fare: curare il sintomo, trattare la patologia, alleviare la sofferenza.

Il paradosso non risiede tuttavia nell’atto terapeutico ma nell’isolamento in cui avviene. L’opera di de-politicizzazione delle cause materiali della sofferenza, riducendole ad una questione intrapsichica, è subdola ed efficace. Il rischio diventa pertanto trattenere in studio, come patologie isolate, quelle che sono delle prevedibili conseguenze di una pressione ambientale violenta. La cura del sintomo, o della sindrome, diventa l’argine di un sociale che appalta la gestione dei propri fallimenti alla resistenza psicofisica dei singoli.

“lo so che i farmaci mi aiuteranno a dormire e a togliere questa angoscia, e le chiedo di darmeli perché non ce la faccio più. Ma domani torno in quell’ufficio con gli stessi ritmi e lo stesso clima. Ho bisogno di stare bene per non perdere il posto, ma è il posto che mi sta consumando” (51 anni, impiegata amministrativa.)*

L’individuo può deprimersi quando la frustrazione, il senso di colpa, prendono il sopravvento di fronte al mancato raggiungimento di standard performativi fantasiosi, imposti dall’esterno ma vissuti come intimi imperativi categorici.

Ancor prima che i sintomi erompano in modo clinicamente conclamato, d’altro canto, la persona ha già trascorso parte della sua esistenza prostrata a regole patogene nell’illusione di “farcela”. In questa illusione, il desiderio profondo è distorto, incanalato nell’ossessione del successo economico, del diventare “ricchi” o, quantomeno e più semplicemente nella sua drammaticità, permettersi un mutuo.

È un’opera casuale e senza dolo questa? Mah. Un prestito economico, in uno scenario di scarsità artificiale, non è solo strumento finanziario che rende accessibile la proprietà; nel momento in cui la persona firma, il debito opera come una camicia di forza. L’ansia legata alle fluttuazioni dei tassi, l’angoscia della rata, il terrore dell’insolvenza.

Quanto margine danno alla persona di esprimere il proprio dissenso? Di esprimere la propria “malattia”? Questa tensione cronica satura i pensieri, altera il sonno, si interiorizza come unica alternativa possibile.

“La notte mi sveglio alle tre con una morsa al petto e la sensazione di soffocare. Faccio i calcoli. Se l’indomani vado in ufficio sorridendo pure.” (33 anni, project manager.)*

Seppure il sintomo venga letto come “crisi” individuale, esso altro non è che l’ultimo afflato della nostra libertà: la “sottomissione” psicologica avviene prima, è prima del sintomo, nelle fasi di relativo benessere psichico. Un esempio tanto attuale e tanto drammatico può sottolineare la catena dei rapporti fra psiche e capitale ed occorre dapprima chiarire alcuni concetti delle più recenti analisi fenomenologiche della patologia mentale concentrandoci, nel caso specifico, sui vissuti depressivi.

La “vecchia” depressione, intesa come malattia della perdita, legata quindi al passato, al lutto, al rimpianto, sta occupando sempre meno spazio a favore di una depressione “nuova” che si configura invece come patologia dell’istantaneità, dell’immediatezza a discapito della progettualità[4].

La colonizzazione di terreni personali intimi operata meticolosamente dal neoliberismo ha avuto una conseguenza drammatica fra le altre: ha distrutto la progettualità a lungo termine, come la possibilità stessa di acquistare o affittare una casa. Il tempo emotivo ha subito una trasformazione: si è frammentato, o meglio, si è cristallizzato in un presente immediato e puntiforme. Il mancato successo istantaneo, la mancata possibilità di una gratificazione a breve/medio termine, diviene patogena proprio perchè il sistema ha cancellato le radici del passato e non ha garantito le prospettive del futuro.

La persona viene lasciata in un vuoto presente in cui il valore dell’esistenza si consuma nella performance quotidiana che, per lo più, è fine a sé stessa. Tuttavia, performare senza un fine, o quanto meno, performare senza un fine concretamente raggiungibile genera frustrazione finchè la persona diviene consapevole della netta discrepanza fra ciò che pensiamo di dover raggiungere e la realtà.

Se ciò che vogliamo raggiungere lo chiamassimo ad esempio, e semplicemente, abitare una casa, in un contesto mondo in cui parti politiche sembrano “affannarsi” nel favorire gli interessi dei retailers, ciò significherà, praticamente, un prezzo casa sempre più elevato e sempre più lontano dalla possibilità dei molti. Per un genZ, per un millennial, la discrepanza di cui sopra, è già realtà. Il desiderio di abitare, il desiderio casa, fatto primordiale al pari dell’istinto di sopravvivenza, è frustrato da un gioco che ha favorito un prezzo inimmaginabile per i più. Ecco, quindi, la differenza fra ciò che desidero e ciò che ottengo.

È una frattura della psiche che, per sua natura, non sanguina ma può deprimersi, disperarsi, angosciarsi. Se le risorse sono scarse, se i diritti diventano privilegi concessi dal mercato, la sopravvivenza stessa del singolo viene inesorabilmente legata, negli strati più intimi del suo essere, alla capacità di iper-performare. È qui che il trucco “magico”, prende luogo, anche in quegli ambulatori che la psiche sono chiamati a “curarla”: si assiste cioè alla metamorfosi della violenza economica in sofferenza intrapsichica.

Il conflitto sociale fra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la propria esistenza viene tradotto in un conflitto all’interno dell’individuo escludendo dalla colpa il vero carnefice. L’ansia da prestazione, il senso di inadeguatezza cronica, il burnout non sono altro che l’estremizzazione neurovegetativa di un autoricatto: ci ammaliamo perchè il sistema esige che l’unico modo legittimo di esistere sia la produzione, il guadagno e, in questi termini, il “successo”.

Le storie dei nostri pazienti suscitano una domanda spontanea, come spontanea dovrebbe essere la risposta: è giusto ammalarsi di lavoro? Ovviamente no. È giusto ammalarsi mentalmente di lavoro? Assolutamente no. Minacciati dalla “crisi”, autoindotta da regole auto-prescritte, il margine di manovra per non essere marginalizzati quali reietti, nullafacenti, poveri, si fa sempre più stretto.

La risposta, sana nella sua follia, è l’incremento di patologia mentale da lavoro. Indagine OSH Pulse: il 29% dei lavoratori europei (di nuovo, quasi uno su tre), dichiara di soffrire di stress, depressione o ansia collegati al o aggravati dal proprio impiego[5], dato che i più giovani, la tanto temuta GenZ sta affrontando di petto ponendo il proprio benessere psicofisico davanti al “sacrificio” lavorativo. Folli giovani che hanno imparato a rifiutarsi e, nel rifiuto, a pretendere salute.

“Quando il medico mi ha proposto i quindici giorni di mutua, la mia prima reazione è stata: se mi assento, chi fa le mie consegne? Mi licenzieranno, chi mi paga il mutuo? Non posso permettermi la malattia. Devo prendere qualcosa per rimettermi in piedi subito, anche se so che quel posto mi sta uccidendo” (42 anni, corriere)*.

La drammatica urgenza del “rimettersi in piedi”, dettata da necessità reale ovviamente, risponde ad uno dei costrutti più abusati dalla pandemia da Covid in poi: la resilienza. Elevata a virtù morale assoluta, anche del lavoratore, e spesso utilizzata magistralmente per spostare la responsabilità dell’usura, fisica e mentale, ponendola sulle spalle della vittima.

Chiariamo, la resilienza in valore assoluto è un fattore protettivo per l’individuo; tuttavia, in un sistema dove vigono regole da mercato, il rischio è la normalizzazione della tossicità dell’ambiente. Il rischio è la riduzione della salute a una tecnica di ottimizzazione della prestazione.

In questo panorama neurovegetativo a pezzi, la ricerca della salute mentale si pone ad un bivio: la cura delle sindromi in quanto tali o la cura delle sindromi figlie di fattori ambientali da rifiutare. Se il crollo psichico è la risposta ad un sistema patogeno, guarire non può significare resettare e tornare a produrre in silenzio, non può significare “resilienza”. Il “sintomo” può assumere una sua identità politica e porsi a difesa della ritirata del soggetto dalla reificazione.

Curarsi vuol significare anche ottenere la lucidità necessaria a non ammalarsi più; a smettere di subire il ricatto della finta scarsità. È necessario che chi cura, e chi è curato, riacquistino la consapevolezza di essere ognuno parte di un unico ingranaggio che può essere interrotto pretendendo il diritto al rifiuto e il diritto a respirare. Se la diagnosi è politica, anche la terapia deve uscire dai propri confini. Non si tratta della ricerca dell’ennesima tecnica di adattamento allo stress, del rafforzamento alla resilienza; si tratta della riappropriazione collettiva del conflitto.

Curarsi, oggi, deve voler significare in primis de-medicalizzare il disagio sociale. Quell’ingranaggio non va riparato meccanicamente affinchè torni a roteare in una catena di montaggio, con buona pace dei tayloristi. Quel sintomo va invece curato, certo, ma anche accolto, ascoltato e validato come una legittima forma di difesa, di “ribellione” neurobiologica ad un ambiente che non ci va. Sul piano pratico, la transizione dal malessere all’azione curativa deve esplicarsi innanzitutto nel sottrarre il “burnout” alla sfera della colpa individuale rispostando il palcoscenico del conflitto dall’individuo al suo esterno; vale a dire “collettivizzare” il malessere da lavoro e da capitale toccando quindi con mano quanto poco rara sia la nostra condizione, e trasformarlo in “vertenza” collettiva nei luoghi di lavoro e nel sistema mondo.

Così come necessario è dare un nome all’elefante nella stanza: la causa primaria di questo tipo di sofferenza è l’assenza di un’alternativa materiale reale al lavoro salariato. Finché la sopravvivenza dipenderà dal vendere il proprio tempo, la nevrosi individuale, in una psicosi universale, è sempre dietro l’angolo.

E in questo, spostare il paradigma che “certifica” la “fragilità” del singolo iniziando a certificare la tossicità dei contesti di produzione. Tutelare la salute mentale diventa un atto di resistenza dinnanzi ai colpi inesorabili con cui il fattore mondo continua ad essere plasmato. Gli anni a venire saranno gli anni del deficit al 3,1%, gli anni dei tagli per pagare le guerre mentre la spesa sanitaria in rapporto al Pil è già bella e congelata fino al 2029.

Sono questi gli ingredienti, finti, che costruiranno la vita, reale, di persone reali che realmente entrano negli ambulatori psichiatrici e psicologici e che hanno già colonizzato e costruito simulacri sui territori strappati alla persona. Mentre i tecnici abilmente contano i decimali dei prodotti interni, ci ammaliamo di una scarsità inventata e potenzialmente risolvibile domani, convinti di una nostra innata fragilità al cospetto di un tessuto sociale psicotico. Convinti di non poter dire no.


[1] Comunicato stampa Censis 21/02/2025: “Il lavoro che stressa: rischio burnout per un dipendente su tre”.

[2] Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME). 2024. Global Burden of Disease Study 2021 (GBD 2021) Results. Seattle, WA: IHME, University of Washington. Healthdata.org

[3] Fonagy, Peter. Independent review into mental health conditions, ADHD and autism: Interim report. London: Department of Health and Social Care, 2026. GOV.UK Independent Review.

[4] G. Stanghellini, C. Muscelli (2017): Istantaneità. Cultura e psicopatologia della temporalità contemporanea FrancoAngeli editore.

[5] European Agency for Safety and Health at Work (EU-OSHA). OSH Pulse 2025: Occupational safety and health in the era of climate and digital change. Luxembourg: Publications Office of the European Union, 2025. EU-OSHA OSH Pulse Survey.


* Il testo virgolettato è estratto dai colloqui con i pazienti nel rispetto del loro anonimato.

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