Mettere il debito in frigorifero

Dal blog https://volerelaluna.it/

27-10-2026 – di: Alfonso Gianni

Il denso articolo di Guido Ortona, pubblicato il 17 settembre, ha, dal mio punto di vista, soprattutto un pregio: quello di farci uscire dalla diatriba euro sì-euro no, Italexit sì-Intalexit no e invece di prospettare una soluzione per “liberarsi dal ricatto del debito”.

Un compito tanto più urgente quanto più e più rapidamente sta crescendo il debito dei paesi europei, fra cui il nostro. Secondo Eurostat, a fine primo trimestre 2026 i rapporti debito/Pil più elevati erano in Grecia (143,5%), Italia (138,9%), Francia (117,6%), Belgio (109,1%) e Spagna (101,6%). Già così la collocazione del nostro paese è tutt’altro che eccellente. Ma il vero guaio è che è destinata a peggiorare. Infatti il divario tra la Grecia – non molto tempo fa considerata e trattata come la pecora nera d’Europa – e noi si sta restringendo.

Tra marzo 2025 e marzo 2026 il rapporto debito/Pil è cresciuto in Italia mentre in Grecia si è ridotto. È quindi del tutto probabile che a fine 2006 tale rapporto superi quello della Grecia, diventando così l’Italia il paese più indebitato nell’Unione europea.

Il debito non è un male in sé a condizione che lo Stato orienti la sua spesa sociale e di investimento in modo da favorire o meglio imprimere uno sviluppo qualitativamente diverso, innovativo e quindi capace di incrementare anche quella grandezza che con una categoria rozza – ma per ora non sostituita – chiamiamo il prodotto interno lordo. In questo modo il debito si pagherebbe da sé.

Ma se invece il costo degli interessi sul debito pubblico sovrasta gli effetti della crescita economica succede il contrario, ovvero sono gli interessi stessi che si mangiano tutto quanto l’incremento del prodotto eventualmente realizzato. È quanto è accaduto e accade da noi. Non è una novità creata dal Governo Meloni, che pure un suo apporto negativo in questo senso lo ha dato e generoso.

Ma è da più di un quarto di secolo che la crescita si misura in decimali di punto e assistiamo a un deperimento costante del nostro sistema produttivo. L’unica parentesi è quella costituita dal periodo successivo alla pandemia da Covid, quando un’inflazione elevata ha sospinto gli effetti della crescita al di là degli interessi sul debito.

L’Italia non è affatto un “paese cicala” come i governi dei “paesi frugali” del Nord Europa hanno cercato di dipingerci e lo dimostra il fatto che, come ha rilevato giustamente Guido Ortona, il nostro è un paese «estremamente virtuoso riguardo alla spesa pubblica». Purtroppo, mi permetto di aggiungere. Infatti «dal 1991 al 2025, con le uniche eccezioni del 2009 (crisi dei subprime) e degli anni della pandemia, l’Italia è sempre stata in attivo primario», costituendo un’anomalia rispetto ai maggiori paesi della Ue.

Il Governo Meloni vanta il primato della longevità, ma la melonomics è un completo fallimento. Dal 2022 il debito è cresciuto di ben oltre 500 miliardi e le previsioni sono tutt’altro che confortanti, come si può leggere anche nell’ultimo Documento programmatico di bilancio (Dpb).

Quando il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti afferma che l’Italia fa fatica a crescere ed è «un mezzo miracolo che, nonostante i nuvoloni, vada ancora così», non fa altro che compiere un’ammissione di colpa cui non è in grado di porre alcun rimedio. Essersi aggrappati alla speranza che il rapporto debito/Pil si mantenesse entro il 3% è l’ultima dimostrazione di una classe dirigente che costruisce illusioni che non era difficile prevedere come facilmente smentibili da una impietosa realtà.

Quindi, se non vogliamo che la situazione precipiti ulteriormente, non possiamo semplicemente ribadire la giustezza in linea teorica dei principi keynesiani in merito di spesa e di investimenti pubblici – quei principi cassati perfino dalla Costituzione con la sciagurata introduzione nell’articolo 81 del pareggio di bilancio operata nel 2012 – ma serve che il problema della crescita del debito venga affrontato rapidamente e in modo efficace.

Ancora più sarà indispensabile che ciò avvenga per il Governo che verrà dopo l’auspicata – ma tutt’altro che garantita, casomai incerta – sconfitta delle destre nelle prossime elezioni politiche. E il punto è proprio come liberarsi dal ricatto del debito.

La novità, che dovremmo cogliere e raccogliere, è che il tema non è più solo circoscritto ad una discussione tra economisti, ma sta diventando nel contesto europeo una proposta di politica economica alternativa a quelle fin qui praticate.

Mi riferisco in particolare all’idea lanciata in Francia, altro paese che soffre di un debito pubblico ingente e crescente, da Jean-Luc Mélenchon, con la quale il leader de La France insoumise intende caratterizzare anche la sua annunciata corsa all’Eliseo. La proposta ha aperto un dibattito nel paese transalpino; ha ricevuto, come è inevitabile, violente critiche dal lato mainstream, ma soprattutto un aperto sostegno di un numero consistente di economisti in particolare delle Università francesi (il cui testo è pubblicato integralmente nel numero 81 della rivista trimestrale Alternative per il Socialismo di imminente uscita, ove compare anche un ampio commento di Sandro De Toni) ed è risuonata, che è forse la cosa più importante, anche nelle recenti vivaci manifestazioni che in queste settimane stanno attraversando e scuotendo il paese d’oltralpe. Insomma è diventata finalmente un tema di lotta sociale e di classe nel contesto europeo.

Del resto non si tratta di una proposta del tutto nuova. Mélenchon ne aveva già parlato al tempo della pandemia, pubblicando nel giugno del 2020 un libretto programmatico dal titolo significativo: Faire tomber le mur de la dette, ottenendo un giudizio positivo da parte di moltissimi economisti, fra i quali Thomas Piketty.

In sostanza Mélenchon ha proposto di cancellare una quota consistente del debito pubblico francese, cioè il 18% attualmente detenuto dalla Banca centrale europea, circa 469 miliardi di euro. Non vengono toccate le obbligazioni detenute da privati, né quelle delle banche, o compagnie di assicurazione o fondi pensionistici.

Mentre Olivier Blanchard, ex capoeconomista del Fondo monetario internazionale ha definito con insolita finezza “idiota” lo stesso dibattito sulla proposta, altri, come il banchiere d’affari Matthieu Pigasse, hanno condiviso pubblicamente la possibilità di cancellare, o meglio congelare, una parte del debito pubblico senza che ciò possa provocare i temuti sconquassi del sistema economico e finanziario.

Secondo Joachim Nagel, il presidente della Deutsche Bundesbank, candidato alla successione di Christine Lagarde al vertice della Bce, il congelamento di parte del debito proposto da Mélenchon violerebbe l’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che vieta alla Bce di concedere prestiti agli Stati. A questa contestazione alla validità della proposta motivata sul terreno giuridico dei regolamenti europei, hanno risposto sia esponenti di La France Insoumise, sia il folto gruppo dei già citati economisti francesi.

Si è ricordato innanzitutto che a partire dal 2015 la Bce ha operato acquisti da creditori privati di titoli di Stato dell’eurozona e che tale azione è stata considerata conforme al diritto europeo dalla Corte di giustizia della Ue già nel 2018, consolidando quindi un’interpretazione del divieto contenuto nell’articolo 123 del Tfue di finanziamento monetario degli Stati come limitato al solo prestito diretto.

La Bce non è obbligata a ridurre il proprio bilancio, come invece avrebbe deciso di fare, ovvero di ridurre lo stock dei debiti pubblici entrati in proprio possesso particolarmente nel periodo che dal 2015 arriva al 2024. Potrebbe al contrario operare una scelta opposta, cioè rinnovare quei debiti al fine di sottrarli al mercato.

Il che corrisponde appunto a ciò che Mélenchon ha indicato con l’efficace espressione “mettere i debiti in frigorifero” con l’obiettivo di porli al riparo dalla speculazione. Non solo, ma la Bce potrebbe, come ha già fatto in un recente passato, essere anche più audace nell’acquisto di titoli di Stato, svolgendo fino in fondo l’auspicabile ruolo di “stabilizzatore in ultima istanza”, prevenendo così le crisi dei debiti sovrani che invece le scelte dell’austerità praticate dai vari governi su indirizzo della Ue hanno dimostrato di non sapere evitare, anzi al contrario di essere tra i fattori che le provocano.

Per cercare di fare in qualche modo fronte al dilagante debito pubblico statunitense – oltre 40mila miliardi di dollari – la stessa Fed a fine 2025 aveva riaperto operazioni di quantitative easing e, dal canto suo, il Dipartimento del Tesoro Usa il 19 agosto di quest’anno ha comunicato l’intenzione di incrementare “di almeno il doppio” la dimensione delle operazioni di riacquisto di debito pubblico a lunga scadenza, portandola dagli attuali 2 miliardi di dollari per operazione ad almeno 4 miliardi.

Cifre tutt’altro che travolgenti, se le compariamo alla enormità del debito Usa, ma comunque significative di una strada percorribile e che invece la Bce ha abbandonato. Naturalmente la competizione fra Fed, che poi ha rallentato nuovamente l’acquisto di titoli, e il Tesoro Usa è stata letta da vari commentatori all’interno di uno scontro politico, in vista delle elezioni di Mid-Term, fra l’amministrazione Trump e il capo della Fed Kevin Warsh, che pure era stato insediato in quel ruolo per volontà del tycoon.

Ma forse è più utile leggere la vicenda, per quanto ci è possibile fare in questa sede, partendo dalla irritazione che l’intervento del Tesoro Usa ha creato sia a Wall Street, sia in ambienti finanziari europei. Ne è un esempio evidente l’articolo di Stanley Druckenmiller comparso nel Wall Street Journal del 24 agosto (“Let the Bond Market Speak”) secondo cui il Tesoro avrebbe presentato come sostegno alla liquidità un intervento che di fatto governa i prezzi.

Lo definisce “price management – and a mistake”. Il rendimento dei titoli è un segnale, e va lasciato parlare, poiché sarebbe «l’unico disciplinatore fiscale rimasto agli Stati Uniti», l’unico segnale che il Congresso non può ignorare. Inoltre – afferma – il finanziamento con l’emissione di buoni a breve equivarrebbe a una forma di quantitative easing che sconfinerebbe nell’area di competenza della Fed.

E qui, seppure attraverso un percorso in partibus infedelium, arriviamo a un punto nodale: quello dei rapporti fra Tesoro e Banca centrale. In Italia venne risolto con il famoso divorzio all’inizio degli anni Ottanta di andreattiana memoria.

Dopo 40 e più anni, dopo varie crisi del debito sovrano, dopo l’acquisito strapotere dei mercati finanziari e delle continue manovre dei fondi di investimento dovrebbe essere lecito domandarsi se è proprio vero che l’indipendenza della Banca centrale è fattore di garanzia per la stabilità e la sovranità finanziaria, sia che quest’ultima la riferiamo ai singoli Stati o alla Ue.

Quanto è avvenuto fin qui ci suggerisce piuttosto il contrario. Come commentano gli economisti francesi nel loro appello comparso su NouvelObs il 22 agosto «la questione del finanziamento degli Stati tramite la Banca centrale dovrà essere posto. I vincoli imposti dai trattati europei non rappresentano una legge economica ma una scelta istituzionale, oggi datata». Una scelta, aggiungerei, a favore di quei centri del finanzcapitalismo il cui potere sopravanza ormai quello degli Stati, per cui il ritorno ad una dimensione e ad una moneta nazionali non risolverebbe alcun problema.

Naturalmente la proposta avanzata da Mélenchon non è l’unica possibile sul piano tecnico. Quella offerta da Ortona è infatti diversa poiché consiste nella trasformazione dei titoli del debito pubblico «in titoli a lunghissima scadenza, per esempio 50 anni rinnovabili, o addirittura in perpetuity, un titolo senza scadenza». Del resto i già citati sostenitori della proposta de La France Insoumise avvertono che «potremmo anche considerare di trasformare questi titoli in un debito a lunghissimo termine, o anche perpetuo, con un tasso debole o nullo». Quindi proposte diverse, ma che possono anche incrociarsi positivamente e sono comunque indirizzate ad uno stesso fine, quello di sottrarsi al predominio del mercato finanziario e della speculazione.

Certamente mi rendo conto che il problema non è solo economico né tanto meno di tecnica finanziaria e monetaria.

Il problema, come si suole dire, è politico. E lo è veramente in questo caso, anche se spesso questa affermazione fiorisce sulla bocca dei “benaltristi” per evitare di scendere nel concreto. Perché con la crisi, sia economica che politica, dei due paesi, cioè Francia e Germania, su cui finora si è fondata la Unione europea in una prospettiva funzionalista e intergovernativa, e con la guerra che ci avvolge, è il destino stesso dell’Europa ad essere messo in discussione più di quanto lo fosse già nel passato.

In queste condizioni prevederne l’implosione non è solo un timore per alcuni o un desiderio per altri, ma un esito sempre più possibile. Sarebbe quindi necessario che la sinistra pensasse a come evitarlo o, non potendo o volendolo fare, a come immaginare il futuro dell’Europa oltre l’attuale Unione europea nello scenario mondiale.

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