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27 Ott , 2026|Silvano Poli |
Note di redaz- (GG) – chi ha la necessità di capire queste scatole infernali che continuano a chiamare democrazia occidentale per elezioni, qui è accontentato, munirsi di pop corn e bevande indigeste
Dopo quasi mezzo secolo di spettacolarizzazione è piuttosto normale che si finisca a raccontare e guardare le elezioni americane con un occhio cinefilo, in cerca di vittorie e sconfitte emozionanti e stravolgimenti alla House of Cards. Più che a una sequenza di colpi di scena, l’elezione di midterm somiglia a una serie di scatole cinesi, fatte di divini dettagli, di lunghe dinamiche di grassroots politics e di interessi economici. Iniziando da quella più grande, quella federale che riempie i giornali, se ne trova un’altra, composta dai governi statali e dai loro poteri su questioni dirimenti per il livello superiore, e dentro questa un’altra ancora, composta da leggi sottoposte direttamente agli elettori e da cariche locali che i grandi media tendono a ignorare.
Naturalmente, la scatola più piccola, fatta di temi civici e questioni di economia locale, è la più vicina alla vita quotidiana degli americani, decide indirizzi e tendenze che nel medio periodo influiscono sulle altre scatole. Conviene dunque aprirle una per volta.
Il 3 novembre è la data fissata da una vecchia legge per chiudere le urne. Il martedì successivo al primo lunedì del mese è un criterio fissato nel 1845 per non intaccare i giorni di mercato, il periodo di raccolta e le attività locali. Ma negli Stati Uniti ormai, quarantasette Stati più il District of Columbia permettono di votare in anticipo. Dobbiamo tenere presente che il 3 novembre non è “il giorno del voto”, ma l’ultimo giorno in cui è possibile votare. Molti dei voti di questa elezione sono già stati espressi.
Già nel 2024 oltre ottanta milioni di voti, più della metà dell’affluenza complessiva, sono stati espressi in anticipo, di persona o per posta. Nell’ultimo tratto di campagna, commentatori e candidati sono pronti a infiammarsi e a giocarsi tutto nel rush finale, ma l’elezione di medio termine è un processo lungo e disperso, in cui ogni Stato fissa le proprie regole, e i sondaggi che ci vengono proposti in questi giorni fotografano un elettorato che in parte ha già votato e non può più cambiare idea.
Il voto per posta è anche terreno di scontro con la Casa Bianca. A marzo Trump ha firmato un ordine che prevede liste federali di elettori idonei e impone al servizio postale di consegnare le schede solo a chi vi compare. Un giudice lo ha bloccato dopo il ricorso di 23 Stati e del District of Columbia, ma il 27 luglio la Corte Suprema ha lasciato via libera all’amministrazione, anche se non è chiaro quanto l’ordine potrà essere applicato prima del voto.
A chi giustifica queste restrizioni con la lotta alle frodi conviene ricordare che lo Utah, con una verifica annunciata a gennaio dal vicegovernatore repubblicano Deidre Henderson, ha passato al setaccio 2.069.640 registrazioni attive, trovando un solo non cittadino, che non aveva mai votato, a cui se ne aggiungono quattro individuati in una verifica precedente.
La scatola più grande, come detto, è quella federale. Si rinnovano per intero i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, che restano in carica due anni. Oggi la Camera è ripartita tra 218 repubblicani, 214 democratici, un indipendente (Kevin Kiley) e due seggi vacanti – Florida e Texas. La maggioranza è fissata a 218: ai democratici bastano quattro seggi netti per riprendersi la Camera.
A meno di due settimane dal voto i mercati di previsione assegnano a questa eventualità circa il 90% di probabilità, mentre la media dei sondaggi sul voto generico dà ai democratici un vantaggio di otto punti. Sarebbe tuttavia un errore leggere in queste cifre la promessa di un’onda blu. Le midterm sono un’elezione ostica, specie negli ultimi anni, e per aver effetti servono percentuali maggiori. Nel 2010, durante il primo mandato di Obama, i democratici persero 63 seggi; i repubblicani ne persero 40 nel 2018, alle prime midterm di Trump.
Una vittoria di questo tipo è improbabile, per ragioni che riguardano la geografia dell’elettorato democratico, concentrato nelle grandi aree metropolitane, e soprattutto per le mappe dei collegi – come vedremo.
La corsa al Senato, invece, è molto diversa. La Camera alta non fa distinzioni di popolazione: conta cento senatori, due per Stato. Il 3 novembre se ne rinnovano 35, 33 seggi ordinari e 2 elezioni speciali – i senatori di Florida e Ohio sono stati nominati a metà mandato per sostituire il nuovo segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance. Allo stato attuale, 22 di questi seggi sono repubblicani e 13 democratici.
Con il Senato a maggioranza rossa per 53 a 47, ai democratici servono quattro seggi netti: con tre si arriverebbe al 50 pari e, in caso di parità, decide il voto del vicepresidente. Un’impresa non facile, eppure, ancora pochi mesi fa anche solo una vittoria del genere sembrava un’eresia. Oggi, sebbene non facile, non è più considerata impossibile, con la partita che si gioca su una decina di Stati.
Il grado di certezza di questi seggi è, ovviamente, diverso. Prima di scendere ai livelli successivi conviene allora spiegare il lessico con cui gli analisti classificano o corsa. Una corsa Safe (o Solid) è una campagna elettorale già decisa: il partito favorito vince quasi certamente, con margini ampi. Likely indica un vantaggio netto ma non blindato, in cui una sorpresa è possibile. Lean indica un vantaggio contenuto, in cui lo sfavorito è ancora in partita. Toss-Up, letteralmente testa o croce, indica una corsa che può andare in qualunque direzione.
Alcuni osservatori aggiungono Tilt per un vantaggio appena accennato. È importante specificare che non si tratta di probabilità calcolate, ma, più che altro, di giudizi qualitativi che cambiano al variare dei sondaggi.
Nel Maine la repubblicana Susan Collins, Highlander in carica dal 1996, affronta il democratico Troy Jackson, subentrato dopo il ritiro di Graham Platner. Nel North Carolina l’ex governatore democratico Roy Cooper corre contro Michael Whatley, ex presidente del comitato nazionale repubblicano e già dato per perdente.
Per questo, il gruppo di spesa repubblicano per il Senato avrebbe smesso di investire nella sua campagna per dirottare quei fondi sul Kansas, dove un democratico non vince un seggio senatorio dal 1932. La sfida è tra il pastore metodista Adam Hamilton, alla guida della più grande congregazione metodista del Paese, e il senatore uscente Roger Marshall, fedelissimo di Trump[1].
In Ohio l’ex senatore democratico Sherrod Brown cerca la rivincita contro Jon Husted (nominato per sostituire Vance); in Alaska l’ex deputata Mary Peltola sfida il senatore uscente Dan Sullivan; in Iowa la repubblicana Ashley Hinson e il democratico Josh Turek, ex atleta paralimpico, si contendono il seggio di Joni Ernst.
Tra i main events spicca la corsa al seggio senatoriale del Texas, dove Ken Paxton, procuratore generale e campione MAGA che ha strappato la ricandidatura a John Cornyn, affronta l’ex insegnante e prossimo pastore James Talarico. Un democratico non vince un seggio al Senato in Texas dal 1988, ma Talarico è un personaggio unico, dotato di una grande retorica, abile nel sottrare il linguaggio omiletico alla destra.
Lo dimostrano il suo successo nei sondaggi e la sua capacità di raccogliere oltre 60 milioni di dollari contro i 10 di Paxton. Decisivi i due seggi democratici scoperti di Michigan e New Hampshire. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff affronta il repubblicano Mike Collins. In South Carolina la morte di Lindsey Graham ha visto la nomina a senatrice della sorella Darline. Senatrice in carica per nomina, con l’appoggio di Trump ha vinto il ballottaggio repubblicano alle primarie del 25 agosto contro il deputato Ralph Norman.
La sua sfidante è la pediatra democratica Annie Andrews[2]. In Nebraska, infine, l’indipendente Dan Osborn, ex sindacalista, sfida il senatore Pete Ricketts in una corsa che gli ultimi sondaggi danno in sostanziale parità[3]. Maine e Alaska sono gli unici due Stati in cui si vota con il sistema a scelta ordinata: l’elettore non sceglie un solo candidato ma li ordina per preferenza, e se nessuno supera il 50% al primo conteggio viene eliminato l’ultimo e le sue seconde scelte passano agli altri, fino a che uno raggiunge la maggioranza[4].
Sotto il livello federale si trova la scatola statale, meno seguita oltreoceano. Si votano 36 governatori, diciotto repubblicani e diciotto democratici, con il conteggio degli Stati che vede in vantaggio 26 a 24 i repubblicani. Si rinnovano 88 delle 99 camere legislative statali, attualmente 57 a maggioranza repubblicana e 39 democratica[5].
Per quanto concerne il processo elettorale i governi statali legiferano su aspetti fondamentali come le regole del voto, la forma dei collegi e, soprattutto, la certificazione dei risultati: un compito che da qualche anno non è più una formalità. Questa è, inoltre, la prima elezione in cui tali poteri sono stati usati senza pudore per decidere in anticipo la composizione della Camera. Le corse statali da seguire sono anche qui essenzialmente dieci.
Cinque di queste sono in bilico, secondo l’Associated Press. In Georgia la democratica Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta, sfida il repubblicano Rick Jackson per il seggio lasciato da Kemp; in Nevada il procuratore generale Aaron Ford affronta l’uscente Joe Lombardo; in Ohio l’ex direttrice della sanità statale Amy Acton si misura con l’imprenditore Vivek Ramaswamy; in Wisconsin David Crowley, a capo della contea di Milwaukee, gareggia con il deputato Tom Tiffany per un seggio rimasto libero.
Lean per ora verso i democratici, secondo il Cook Political Report citato dall’Associated Press, ci sarebbero l’Arizona della governatrice Katie Hobbs, contro il deputato Andy Biggs; il Michigan di Jocelyn Benson contro John James; l’Iowa di Rob Sand contro Zach Lahn, che sarebbe un cambio di mano; e l’Oregon della governatrice Tina Kotek contro Christine Drazan. Pende verso i repubblicani il Kansas, dove la senatrice statale Cindy Holscher sfida Ty Masterson, presidente del Senato locale. A queste si aggiunge l’Alaska, la quinta corsa in bilico.
Sulla scheda, oltre ai nomi, gli elettori troveranno anche molte leggi. Secondo la National Conference of State Legislatures sono 132 i quesiti statali fissati per novembre, per lo più rinvii delle assemblee legislative[6]. Il primato spetta alla California, dove gli elettori troveranno quattordici quesiti, tra cui la Proposition 40, la tassa una tantum del cinque per cento sui patrimoni dei miliardari residenti (circa 200 persone) che propone di destinare il 90% del gettito alla spesa sanitaria, per compensare i tagli federali.
Principale promotore è il sindacato SEIU-UHW, sostenuto da Bernie Sanders. La osteggiano il governatore Newsom, che il 9 ottobre scorso ha appoggiato una proposta rivale, la Proposition 42, e una parte della Silicon Valley: il solo Sergey Brin, cofondatore di Google, avrebbe speso oltre 100 milioni di dollari per fermarla, a fronte di un’imposta che lo riguarderebbe per circa 13 miliardi. Secondo un sondaggio del Manhattan Institute i contrari sono il 50% e i favorevoli il 35%[7].
Gli elettori della California troveranno poi anche una proposta sull’obbligo di un documento d’identità per votare, un’iniziativa che autorizza obbligazioni fino a venticinque miliardi di dollari per finanziare mutui integrativi a chi compra una casa nuova[8] e una riforma della legge ambientale californiana voluta dalla Camera di commercio. Culturalmente e simbolicamente decisiva anche la sfida referendaria del Missouri, dove si vota per l’Amendment 3, che abroga il diritto all’aborto approvato nel 2024 e vieta la gran parte delle interruzioni di gravidanza. Nevada, Idaho e Virginia si muovono invece in senso opposto e sottoporranno agli elettori una proposta per sancire il diritto all’aborto fino alla vitalità del feto; per i temi progressisti, in Virginia si vota anche per abrogare il divieto costituzionale di matrimonio omosessuale.
Sei Stati (Arizona, California, Colorado, Nevada, North Carolina e Ohio) si esprimeranno sull’obbligo di mostrare un documento d’identità per votare e altri sei (Alaska, Arizona, Arkansas, Kansas, South Dakota e West Virginia) sulla cittadinanza come requisito. In Alaska si vota anche per riformare il sistema, abrogare le primarie a quattro e, soprattutto, l’attuale sistema di voto a scelta ordinata, così caro ad alcuni politologi, ma meno apprezzato dai cittadini.
Sul fisco i quesiti vanno in direzioni opposte: gli elettori del Colorado sono chiamati ad esprimersi sul passaggio dell’imposta progressiva sul reddito dal 3,7 all’8,4% e, contemporaneamente, su una proposta per un tetto alla tassazione del 4,4%. Nello Stato di Washington si vota su un’iniziativa che abroga la tassa del 9,9% sui redditi oltre il milione di dollari e per vietare le imposte sul reddito; il Tennessee propone un quesito per vietare le imposte statali sulla proprietà.
Infine, ci sono i commissari, la scatola più piccola e spesso neppure citata. In molti Stati, infatti, si eleggono anche le cariche di quello che noi definiamo i “tecnici”: i commissari sono i membri degli organi collegiali che regolano settori come elettricità, gas, acqua e petrolio, fissano le tariffe che pagano famiglie e imprese e autorizzano gli investimenti dei servizi pubblici.
In nove Stati (Alabama, Arizona, Georgia, Louisiana, Montana, Nebraska, North Dakota, Oklahoma e South Dakota) se ne eleggono quattordici. Sono cariche che incidono direttamente sulle tariffe pagate da milioni di famiglie e imprese. In Georgia, ad esempio, il voto vale il controllo dell’organo che approva gli aumenti di tariffa della società elettrica Georgia Power. Sono infatti in palio due dei cinque seggi della Public Service Commission, oggi a maggioranza repubblicana per tre a due.
I commissari georgiani sono eletti in tutto lo Stato, ma devono risiedere in un distretto numerato: nel Distretto 3 si assiste al rematch tra il democratico Peter Hubbard, già in carica dopo aver vinto la speciale del 2025 e Fitz Johnson; nel Distretto 5, rimasto vacante perché Tricia Pridemore corre per la Camera, la corsa è tra Shelia Edwards (democratica), Josh Tolbert (repubblicano) e Thomas Blooming (libertario).
In breve, i democratici devono vincere entrambi i seggi per conquistare la maggioranza; se ne perdono anche uno solo la lasciano ai repubblicani. Nel Texas del main event, la corsa alla Railroad Commission – che a dispetto del nome regola petrolio e gas e vota su permessi di trivellazione e oleodotti – è osservata anche fuori dal Texas.
Il rinnovamento che sta vivendo lo stato della stella solitaria tocca, appunto, anche il livello locale, con il repubblicano Bo French, già dirigente del partito a Tarrant County, sfidato dal democratico Jon Rosenthal, ingegnere petrolifero e deputato di Houston: Rosenthal potrebbe essere il primo democratico eletto alla commissione dagli anni Novanta[9].
Il tema caldo che attraversa molte delle corse locali è però un altro: i data center. Hubbard sostiene, in un’analisi propria, che gli sconti sull’elettricità riservati a questi impianti comportano oltre un miliardo di dollari di costi di infrastruttura per i cittadini. Al momento, tutti i candidati, persino Tolbert, che pure sostiene la crescita del settore, affermano che le aziende dovrebbero pagare i costi di modifica della rete e i costi aggiuntivi.
In Louisiana sono in bilico i distretti 1 e 5; in quest’ultimo un impianto gigantesco ha suscitato numerose proteste. In Texas Greg Abbott, che cerca il quarto mandato contro la deputata statale Gina Hinojosa, ha ordinato a settembre di sospendere i permessi per i data center in attesa di verifiche su rete e acqua. Il malcontento, del resto, ha già lasciato le sale dei consigli comunali per arrivare nelle schede: in otto Stati si voterà su 39 quesiti – 21 solo in Ohio – che, in vari modi, propongono di vietare o limitare i data center. In Kansas la città di Ottawa decide se bandirli completamente, in una battaglia in cui i comitati locali hanno trovato sostegno da entrambi i partiti[10].
Un sondaggio dell’Università del Massachusetts ad Amherst sostiene che il 65% degli americani sarebbe contrario alla costruzione di un data center nella propria comunità e solo l’11% dice di accettarlo[11]. La questione ha ripercussioni anche a livello nazionale: in Ohio Sherrod Brown conduce la sua campagna per il Senato etichettando Husted, che da vicegovernatore ha difeso gli sgravi per il settore, come «il volto dei data center».
Terminate le scatole e i vari livelli è possibile fare alcune considerazioni. Per ora mi limito a quella più evidente, poiché quelle di ordine politico necessitano specificazioni e argomentazioni ulteriori. Al di là dello scontro di personalità che piace raccontare ai media, a dominare è ancora la vecchia formula clintoniana “it’s the economy, stupid”. In particolare, il tema più trasversale è l’economia di prossimità e non gli indicatori macro: bollette e carovita valgono molto più di dati occupazionali e tassi della Federal Reserve, per non parlare di woke e identity politics.
Resta una considerazione di ordine teorico, che l’oggetto stesso della contesa richiama. Il federalismo americano nasce da un’intuizione di Madison nel Federalist n. 10: in una repubblica estesa e articolata in più livelli le passioni di una fazione si diluiscono e nessuna maggioranza può riprodursi identica ovunque. Le “scatole cinesi” dei vari livelli possono leggersi, in questo senso, come un dispositivo che ha l’effetto di impedire che un solo nome occupi tutte le schede. Oggi, tuttavia, accade proprio questo.
Le fazioni sono diventate nazionali, e ciascun livello viene usato per trasmettere dall’alto ciò che avrebbe dovuto frenare: i governi statali ridisegnano i collegi del Congresso, i quesiti locali riproducono le divisioni di Washington, e persino l’organo che approva le tariffe elettriche entra in una campagna che va sempre più ad assomigliare ad un plebiscito indiretto sul presidente.
Anche se meno visibile, questo è uno dei motivi per cui da anni si parla di difficoltà della democrazia americana: le istituzioni non vengono abbattute, ma il loro disegno originario finisce per lavorare in senso opposto alla funzione per cui fu concepito.
L’architettura nata per frammentare il potere si è trasformata in un modo di concentrazioni. La domanda per chi la osserva dall’esterno è se le scatole si contengano ancora l’una nell’altra o se ormai siano una sola divisa.