Dal blog krisisinfo@substack.com
di Giorgio Livas 28/10/26
Dall’attacco a un aeroporto della RAF alle dispute con Ankara, Nicosia è sempre più al centro delle tensioni nel Mediterraneo orientale.
Carta geografica di Cipro intitolata «Cypri insvlae nova descript.» del 1573, incisa da Joannes van Doetecum il Vecchio e tratta dall’atlante di Abraham Ortelius. Wikimedia Commons. Licenza: CC0.
La parte settentrionale occupata dalla Turchia, le basi militari britanniche, una folta comunità russa e relazioni sempre più strette con Israele fanno di Cipro un crocevia di interessi e rivalità. La trasformazione della politica estera turca e il rafforzamento dei legami con Atene e Tel Aviv ridisegnano gli equilibri regionali. Tra infrastrutture energetiche, sovranità marittima e presenza militare, Nicosia cerca di rafforzare la propria sicurezza in un contesto di crescenti tensioni.
IN BREVE
Scontro energetico La disputa sul cavo elettrico sottomarino riaccende le tensioni geopolitiche tra Atene ed Ankara per il controllo delle rotte.
Vulnerabilità strategica L’attacco alla base della RAF nel marzo 2026, durante la guerra in Iran, ha mostrato i rischi che corre Cipro, esposta ai conflitti mediorientali pur non partecipandovi.
Autonomia regionale La Turchia persegue una politica estera autonoma, pur essendo parte della NATO. Ankara punta sulla proiezione marittima e sull’influenza nel Mediterraneo orientale.
Nuove alleanze Nicosia stringe legami militari e di sicurezza con Stati Uniti e Israele per compensare i propri limiti e rafforzare il proprio peso diplomatico.
La disputa sul Great Sea Interconnector, il collegamento elettrico sottomarino tra Grecia e Cipro, riporta al centro della scena le tensioni tra Atene, Nicosia e Ankara. Nell’ottobre 2026, la Turchia ha contestato le attività preparatorie del progetto, sostenendo che alcune delle aree interessate ricadono sotto la propria giurisdizione marittima. Dal canto loro, la Grecia e Cipro hanno respinto quest’interpretazione.
Anche se il 22 ottobre le dichiarazioni del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan hanno aperto uno spiraglio per un’intesa, il contrasto di fondo non è risolto. La controversia riguarda un’infrastruttura energetica, ma la posta in gioco è più ampia: chi può esercitare la propria sovranità sul Mediterraneo orientale e definire le regole della sua trasformazione strategica?
La risposta passa anche dalla crescente militarizzazione della regione. L’attacco con un drone contro la base britannica della RAF Akrotiri, nel marzo 2026, durante l’escalation del conflitto con l’Iran, ha mostrato quanto Cipro sia esposta alle crisi del Medio Oriente.
L’isola non è più soltanto un punto d’osservazione sul Levante. È una piattaforma dalla quale transitano capacità militari, intelligence, logistica e operazioni di evacuazione occidentali. Il raid, pur senza provocare vittime, ha messo in luce una contraddizione: Cipro non partecipa necessariamente alle operazioni militari condotte dalle forze che usano le proprie basi sul suo territorio, ma può subirne lo stesso le conseguenze.
Nel 1974, il colpo di Stato contro l’arcivescovo Makarios e l’intervento militare turco cambiarono per sempre la storia di Cipro. Oggi, a oltre mezzo secolo di distanza, l’isola è ancora una linea di frattura tra interessi e ambizioni contrapposti. Ma la posta in gioco non riguarda soltanto la sua divisione. Riguarda il controllo delle rotte marittime, le infrastrutture energetiche e gli equilibri militari del Mediterraneo orientale.
La posizione geografica spiega soltanto una parte di questa centralità. Situata davanti alle coste del Levante e lungo le rotte che collegano il Mediterraneo al Canale di Suez, l’isola è anche un mosaico di sovranità e presenze militari. La Repubblica di Cipro controlla la parte meridionale, mentre nel Nord opera l’amministrazione turco-cipriota, riconosciuta internazionalmente soltanto da Ankara. La zona cuscinetto delle Nazioni Unite separa le due aree; il Regno Unito mantiene la sovranità sulle basi di Akrotiri e Dhekelia, che occupano circa il 3% del territorio dell’isola.
Su uno spazio relativamente piccolo convivono così la Guardia Nazionale cipriota, il contingente greco dell’ELDYK, le forze turche dislocate nel Nord, i militari britannici e il personale della missione UNFICYP (la forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite a Cipro, ndr). A questa presenza si aggiungono la cooperazione con gli Stati Uniti, i rapporti militari con Israele e il rafforzamento dei legami con l’Egitto e con partner europei come la Francia. Cipro è diventata un crocevia strategico nel quale convergono interessi che talvolta coincidono, ma che su questioni fondamentali rimangono incompatibili. La divisione dell’isola e la delimitazione delle giurisdizioni marittime sono fra queste.
Per comprendere l’evoluzione della politica estera di Ankara occorre però guardare anche alla fine della Guerra fredda. Per decenni, la posizione della Turchia nella NATO è stata letta soprattutto attraverso la sua funzione di contenimento dell’Unione Sovietica e, successivamente, della Russia. Con la dissoluzione dell’ordine bipolare, questo ruolo ha perso la sua esclusività. La Turchia ha acquisito maggiore spazio di manovra e ha cominciato a perseguire con più decisione obiettivi regionali propri, senza per questo abbandonare l’Alleanza atlantica.
Il cambiamento non consiste dunque in una rottura con l’Occidente, quanto nella ricerca di un’autonomia strategica più ampia. Ankara continua a essere un membro importante della NATO, grazie alla propria posizione geografica e alle capacità militari, ma cerca di evitare che questa appartenenza definisca da sola le priorità della sua politica estera. L’Alleanza rimane una risorsa, anche negoziale, ma non è più l’unico orizzonte entro cui collocare le ambizioni turche.
In questo spazio si inseriscono orientamenti differenti, che sarebbe sbagliato confondere in un’unica dottrina. La Mavi Vatan, la Patria blu, attribuisce un ruolo centrale al controllo degli spazi marittimi e alla proiezione navale nel Mar Nero, nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. Il panturchismo richiama i legami culturali, linguistici e politici con le popolazioni turcofone, soprattutto nel Caucaso e in Asia centrale. Il panislamismo valorizza la solidarietà tra società musulmane. Il neo-ottomanesimo, invece, richiama in forme diverse l’eredità storica e le reti d’influenza dell’antico spazio imperiale ottomano.
Non si tratta di un programma coerente in ogni sua parte, né di principi che guidino sempre e automaticamente le decisioni di Ankara. Sono piuttosto riferimenti politici e strategici che, in combinazioni variabili, sostengono la rappresentazione della Turchia come potenza regionale autonoma.
La fine della Guerra fredda ha ampliato lo spazio entro cui Ankara poteva perseguire queste ambizioni, che durante il precedente assetto bipolare dovevano confrontarsi con i vincoli della sua funzione di alleato occidentale. Oggi la Turchia può negoziare con Mosca, intervenire nei conflitti mediorientali, esercitare influenza nel Caucaso e contestare gli assetti marittimi che considera contrari ai propri interessi.
Cipro è uno dei luoghi in cui questa evoluzione si manifesta con maggiore chiarezza. La questione non riguarda soltanto un conflitto territoriale rimasto irrisolto: è anche parte della strategia con cui Ankara difende la propria presenza nel Mediterraneo orientale. La divisione dell’isola, la presenza militare turca nel Nord e le controversie sulle zone marittime si intrecciano con la volontà di impedire che gli equilibri regionali vengano definiti attraverso accordi dai quali la Turchia si senta esclusa.
Il Great Sea Interconnector è un esempio concreto di questa sovrapposizione tra economia e geopolitica. Il collegamento non mira soltanto a rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti elettrici: può integrare ulteriormente Cipro nella rete europea e consolidare i legami tra Nicosia e Atene. Un’infrastruttura sottomarina diventa così anche uno strumento capace di modificare le relazioni di dipendenza e gli equilibri regionali. La contestazione turca va letta in questa prospettiva, senza ridurla a una semplice controversia tecnica sulle autorizzazioni.
La presenza militare occidentale aggiunge un ulteriore livello di complessità. Le basi britanniche permettono a Londra di proiettare capacità verso il Medio Oriente, indipendentemente dalla sovranità della Repubblica di Cipro. La cooperazione con gli Stati Uniti, intanto, si è rafforzata nel quadro del progressivo riallineamento occidentale di Nicosia dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. A partire dall’anno fiscale 2023, Washington ha sospeso il divieto di vendita e trasferimento di armamenti a Cipro, subordinando la decisione anche a condizioni relative alla vigilanza finanziaria e alla limitazione dell’accesso delle navi militari russe ai porti dell’isola.
Questo avvicinamento non ha cancellato i legami con Mosca. Nel novembre 2025, secondo il ministero cipriota della Migrazione, i cittadini russi legalmente residenti nelle aree controllate dal governo erano 40.735, circa il 23% dei cittadini di Paesi terzi regolarmente presenti nella Repubblica. La comunità si è formata nel corso di decenni di relazioni economiche, finanziarie e professionali.
La sua influenza ha avuto riflessi anche sul piano religioso: le controversie sull’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina, riconosciuta dal patriarca ecumenico Bartolomeo nel 2019, hanno provocato divisioni all’interno della Chiesa di Cipro, mostrando quanto le rivalità tra Mosca e Costantinopoli possano riverberarsi sulle istituzioni locali.
La questione demografica si intreccia con la composizione etnica e culturale di Cipro, storicamente caratterizzata dalla presenza greco-cipriota e turco-cipriota, accanto a comunità più piccole come maroniti e armeni, riconosciuti assieme ai latini come gruppi religiosi minoritari dalla Repubblica. A queste si aggiunge una popolazione immigrata sempre più rilevante, proveniente da Europa, Asia e Medio Oriente.
Il problema, oggi, non è soltanto la crescita della popolazione, ma la sua struttura: il 19 ottobre 2026 il presidente Nikos Christodoulides ha definito «molto serio» il declino demografico, con un tasso di fecondità sceso a circa 1,3-1,4 figli per donna, ben sotto la soglia di sostituzione di 2,1. Nel 2025 la popolazione è cresciuta soprattutto grazie alla migrazione, mentre aumentava la quota degli over 65 e diminuiva quella dei minori. Il saldo migratorio fondamentale per l’economia cipriota sostiene dunque la crescita numerica, ma apre interrogativi sull’integrazione e sulla trasformazione degli equilibri sociali e identitari dell’isola[1].
In questo quadro, Nicosia si trova quindi a gestire una transizione complessa. Da una parte rafforza i rapporti militari e politici con gli Stati Uniti e con i partner europei; dall’altra conserva legami economici e sociali che non possono essere cancellati per decreto.
Queste reti possono costituire canali d’influenza, ma la loro esistenza non dimostra automaticamente un coordinamento politico esercitato dall’esterno. La stessa cautela vale per le ipotesi secondo cui scandali politici o finanziari sarebbero stati alimentati da attori stranieri per punire il governo cipriota. Senza prove verificabili, non è possibile presentarle come fatti accertati.
Un altro tassello è rappresentato dal rapporto con Israele, cresciuto negli ultimi anni sul piano economico, turistico e della sicurezza. La vicinanza geografica, gli investimenti, i collegamenti aerei e le esigenze logistiche hanno rafforzato la relazione tra Nicosia e Tel Aviv. L’isola può offrire collegamenti utili verso il Mediterraneo orientale e il Levante, mentre la cooperazione militare risponde a interessi che riguardano la sicurezza delle rotte, le infrastrutture energetiche e la gestione delle crisi regionali.
Quest’avvicinamento non configura necessariamente un’alleanza omogenea, ma contribuisce a una rete di cooperazione nella quale la dimensione economica e quella militare tendono a sovrapporsi. Per Ankara, il rafforzamento dei rapporti tra Cipro, Grecia e Israele appare come la formazione di un sistema regionale concorrente. Per Nicosia, invece, la diversificazione delle partnership rappresenta anche un modo per compensare la propria limitata capacità militare e accrescere il proprio peso diplomatico.
Ecco il paradosso dell’isola: la posizione che la rende un ponte tra Europa e Medio Oriente la espone anche ai conflitti che attraversano entrambe le regioni. Le basi britanniche, la cooperazione con Washington e i rapporti con Israele accrescono il valore strategico di Cipro, ma ne aumentano la vulnerabilità. L’attacco ad Akrotiri lo ha dimostrato con particolare evidenza. Ospitare infrastrutture militari non equivale a partecipare direttamente alle operazioni, ma può bastare a trasformare un territorio in un bersaglio.
La rete di cooperazione militare, diplomatica e infrastrutturale che si sta consolidando tra Grecia, Cipro e Israele dipende dal coordinamento di attori con interessi non sempre convergenti. E può esporre l’isola alle rivalità regionali anziché proteggerla.
In definitiva, la disputa sul Great Sea Interconnector mostra che il Mediterraneo orientale non è più soltanto una periferia dell’ordine euro-atlantico. È uno spazio nel quale le potenze regionali cercano margini d’azione più ampi e nel quale infrastrutture energetiche, sovranità marittima e proiezione militare sono diventate dimensioni inseparabili. La Turchia tenta di tradurre la propria autonomia strategica in una presenza più incisiva; Grecia, Cipro, Israele e i partner occidentali consolidano forme di cooperazione che rispondono, almeno in parte, alle medesime trasformazioni.
L’equilibrio resta instabile. Ankara non ha abbandonato la NATO, ma non accetta più che la sua politica regionale venga interpretata esclusivamente attraverso la funzione di contenimento della Russia. Cipro, dal canto suo, si avvicina agli USA, alla Francia, all’Egitto e a Israele alla ricerca di protezione. L’isola è così diventata uno dei luoghi in cui si misura la trasformazione del Mediterraneo orientale. Non un semplice avamposto militare, ma uno spazio di confronto tra strategie autonome, interessi concorrenti e dipendenze reciproche.
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Giorgio Livas Nato a Roma nel 1993, è un analista geopolitico e un ricercatore storico. Vive a Cipro, lungo la Linea verde. Si occupa principalmente di geopolitica dell’Europa orientale, Russia e mondo ortodosso, nonché di ellenismo, questione cipriota e dinamiche strategiche del Mediterraneo orientale. Ha pubblicato analisi e approfondimenti su Limes, InsideOver, Domino, Aliseo e Notizie Geopolitiche. Collabora inoltre con la stampa greca e cipriota, tra cui Simerini, occupandosi in particolare delle relazioni tra Grecia, Cipro, Turchia, Israele e Russia.