Una breccia per il futuro

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Lorenzo Zamponi 30/10/26

Il primo sciopero generale della stagione è un successo nelle piazze grazie soprattutto a una grande mobilitazione studentesca e giovanile. Un varco nella narrazione dominante viene aperto, contro guerra, politiche sociali e repressione. Si tratta ora di trarre lezioni dalla convergenza dello scorso anno e proseguire su questa strada, anche verso il 20 novembre

La goccia batte sulla pietra per anni lasciando tracce poco visibili e poi, da un giorno all’altro, si apre una breccia. In questi anni si è raccontata l’Italia come un paese addormentato, incapace di conflitto e mobilitazione. Le piazze di oggi, in cui lo sciopero generale proclamato da alcuni sindacati di base (Usb, Usi-Cit, Unicobas, Sial Cobas, Adl Cobas, Clap, Cobas) è diventato una mobilitazione molto più ampia, grazie soprattutto alla vasta partecipazione studentesca e giovanile, possono sembrare quindi una sorpresa inspiegabile.

Dal primo numero di Jacobin Italia, ormai otto anni fa, che dedicò un articolo ai «conflitti inaspettati» prodotti dalla nostra società, vi raccontiamo una storia diversa.

Ci sono stati gli scioperi del clima, un’ondata di partecipazione enorme uccisa dalla guerra e dalla scelta delle élite di trasformare la transizione ecologica in riconversione bellica.

Ci sono state le innovative quanto dimenticate piazze di Black Lives Matter del giugno 2020. C’è stato il movimento femminista, capace come nessun altro di incidere profondamente nella coscienza collettiva. Ci sono state le mille lotte del lavoro, prima fra tutte quella emblematica, per capacità di resistenza e prospettiva, della ex Gkn di Campi Bisenzio.

C’è stata la solidarietà nei confronti di Gaza, prima nella forma più piccola, ma in grado di sedimentare coscienza, delle occupazioni studentesche, e poi in quella delle maree dell’autunno scorso.

E ora ci sono un milione di persone in decine di piazze, anche fuori dai capoluoghi di provincia, in una dinamica simile a quella vista per lo sciopero del 22 settembre dell’anno scorso. Tangenziali bloccate a Milano e Bologna, acampada a Roma, ovunque manifestazioni grandi, non aggressive ma determinate, con una composizione ampia e un chiaro protagonismo giovanile. Pratiche, quelle dei grandi cortei cittadini a bloccare i nodi infrastrutturali, che ridanno senso allo sciopero generale, sulla scia di quanto già avvenuto nelle mobilitazioni per Gaza e la Global Sumud Flotilla dello scorso anno.

Ci sono stati cortei studenteschi anche dove non ce n’erano di sindacali. La sensazione è che la voglia di andare in piazza, sull’esempio di tanti altri paesi del mondo, sia tanta da rendere quasi ininfluente la convocazione: c’è più gente che cerca piazze da riempire, qualsiasi esse siano, che viceversa.

Le piazze di questi giorni e di queste settimane sono il portato del lungo processo di accumulazione di rabbia e di presa di coscienza sociale, generazionale e politica di questi anni, ma rappresentano anche un salto di qualità. Sono, come accade poche volte, e quasi solo a opera degli studenti, in questo paese, portatrici di una vertenza generale. Segnalare l’indeterminatezza delle rivendicazioni come un limite è superficiale: quella indeterminatezza è una virtù, perché le rende capaci di parlare a soggettività diverse, raccontando da diversi punti di vista la stessa storia, e cioè che il sistema è una fregatura, e non ci si casca più.

Dietro a vertenze diverse di diversi pezzi di società, si intravede un racconto comune: la rivendicazione di un futuro negato da una situazione economica resa inaccettabile, in termini di costo della vita, casa e salari, dalle politiche del governo Meloni e dalle avventure belliche dell’amico Trump. Lo stesso futuro che è minacciato dalla prospettiva della guerra segnata dal riarmo europeo e dalla catastrofe climatica, a cui assistono passive quando non complici classi dirigenti la cui credibilità è stata azzerata dalla scelta di chiudere gli occhi sul genocidio palestinese.

Una prospettiva generazionale, quindi, ma capace di parlare alla società intera. Fa impressione leggere sugli striscioni «Riprendiamoci il futuro» o «Noi la crisi non la paghiamo», slogan dell’Onda studentesca di quasi vent’anni fa. Ma in fondo, pur in un contesto diverso, alcuni meccanismi sono simili, prima fra tutti la capacità del movimento studentesco di farsi soggetto generale. Un movimento capace, almeno per ora, di resistere a provocazioni e tentativi di criminalizzazione.

La prima sfida, ora, è quella della continuità e della convergenza.

Cercando di imparare dalle lezioni del movimento dello scorso autunno, cioè dalle convergenze che sono riuscite a incrinare i rapporti di forza e dalle divisioni che invece hanno spento troppo presto la dinamica di mobilitazione.

C’è un altro sciopero generale in campo, quello proclamato dalla Cgil per il 20 novembre, e se anche quello diventasse un grande appuntamento per tutto il movimento, sarebbe un ulteriore salto di qualità per far crescere la mobilitazione.

A seguire, la sfida della vertenzialità: destra e media hanno gioco facile a liquidare queste piazze come generiche e prive di contenuti, se non emergono rivendicazioni chiare in grado di inchiodare il governo alle sue responsabilità, come del resto è avvenuto in Spagna sulla questione della casa.

D’altra parte, come si è detto, l’assenza di un piano vertenziale specifico, per ora, ha permesso al movimento di entrare in risonanza con settori molto vasti della popolazione, facendo dell’opposizione al governo e al sistema in generale un «significante vuoto» in cui diverse soggettività hanno potuto riflettere la propria condizione e le proprie aspirazioni. Trovare un equilibrio, in questo senso, non sarà banale, soprattutto in un movimento molto composito e non dotato di infrastrutture organizzative particolarmente strutturate.

L’impatto sulla politica istituzionale, al momento, è tutt’altro che definito: il governo e la destra perseguono la strategia della paura rappresentandosi come i difensori dell’ordine minacciato dal caos islamocomunista.

L’impressione è che questa strategia funzioni in alcuni settori sociali ma non in altri: la criminalizzazione dei danneggiamenti di Milano non è stata accolta dal consenso unanime che avrebbe raccolto in altre occasioni e, anzi, quella rabbia e l’indignazione per la politica repressiva messa in campo dal governo (con l’assurda persecuzione di Youssef Siher) sembrano aver trovato risonanza e riconoscimento soprattutto tra i più giovani.

All’interno dell’opposizione, solo le forze di sinistra (Alleanza Verdi-Sinistra, Potere al Popolo, Rifondazione comunista) si sono viste in maniera riconoscibile in piazza, mentre Partito democratico e Movimento cinque stelle, strutturalmente meno a proprio agio in contesti di movimento, provano a fare da sponda con una certa timidezza, in vista di una futura piazza convocata e gestita dai partiti stessi.

L’esempio di Pedro Sánchez, in grado di mettere al centro della propria agenda politica piazze convocate contro il suo stesso governo, tarda a radicarsi.

Una breccia, in ogni caso, è stata aperta, in uno spazio pubblico normalmente sequestrato dalle guerre culturali. Chiunque sia interessato a cambiare le cose, in qualsiasi modo, è invitato a metterci le mani, allargarla, buttarcisi dentro.

*Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019).

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