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Di Gianni Alioti – 2 Novembre 2026
Essendo emotivamente coinvolto nella magnifica vittoria di Lula e della democrazia in Brasile, dico subito che le mie valutazioni su quanto di eccezionale è successo nel secondo turno delle elezioni presidenziali non sono distaccate.
Non potrebbe essere altrimenti per chi nella Fim Cisl ha accompagnato, grazie al lavoro internazionale di Alberto Tridente, la traiettoria di un giovane operaio Luiz Inácio Da Silva, detto Lula, presidente del sindacato dei metalmeccanici di São Bernardo do Campo (area industriale di São Paulo), sin dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso. Anni nei quali il popolo brasiliano era ancora sottomesso a un regime militare autoritario, insediato al potere dal golpe del 1964 fino al 1985.
Come ha scritto il giornalista Sérgio Lirio, redattore-capo della rivista Carta Capital, la vittoria di Lula è “La vittoria di un’idea”. I 64 milioni 256 mila e 232 elettori brasiliani che hanno votato Lula al secondo turno (10 milioni e 376 mila in più di quanti lo avevano votato al primo turno) non lo hanno scelto tanto sul piano politico, quanto per il progetto sociale e la difesa democratica che lui rappresenta.
Il 25 ottobre 2026 è stato un punto di svolta. Molti brasiliani che al primo turno si erano astenuti o avevano votato in bianco o nullo, nel ballottaggio hanno votato per Lula, percependo il momento critico in cui era in gioco direttamente il futuro democratico del paese. E stesso ragionamento deve aver fatto la maggioranza dei 9,1 milioni di coloro che avevano votato candidati minori (quasi tutti di destra ed estrema destra), la cui scelta nel secondo turno è migrata a favore di Lula.
La vittoria di Flavio avrebbe, infatti, concentrato nelle mani della famiglia Bolsonaro (e del suo partito il PL) un potere immenso. Al controllo del Senato e di buona parte della Camera dei Deputati, al controllo diretto di sei Stati (Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà, Rio de Janeiro, Rondonia e Roraima), si sarebbe aggiunta la presidenza della Repubblica e il Governo Federale.
Una concentrazione di poteri che a pochi giorni dal voto, aveva portato Flavio Bolsonaro a dichiarare con malcelata arroganza, che una volta eletto presidente della Repubblica avrebbe cambiato la Costituzione, prolungato da 4 a 6 anni il suo mandato presidenziale e nominato 4 nuovi giudici in sostituzione di altrettanti componenti del Supremo Tribunale Federale attuale. Con l’obiettivo esplicito di ridimensionare l’indipendenza del potere giudiziario nei confronti del potere politico.
Inoltre, pensando di aver già vinto, lo schieramento bolsonarista si è dedicato in ottobre, più che a consolidare il consenso elettorale, a discutere al proprio interno della composizione del futuro governo, finendo con il creare un certo sconcerto e inquietudine per la rozzezza dei ministri indicati in dicasteri chiave e per le misure da loro annunciate sul piano economico e sociale, sui tagli al sistema sanitario pubblico e sulla militarizzazione delle favelas. Finendo per aumentare il rigetto di Flavio Bolsonaro anche tra coloro che non erano sostenitori di Lula. La sua vittoria, per queste persone, avrebbe legittimato istituzionalmente il ruolo violento delle milizie paramilitari e la loro aggressività contro la popolazione povera e contro i giovani afro-discendenti.
A fronte di queste minacce istituzionali alla democrazia brasiliana e al rischio di perdere molti dei diritti civili e sociali garantiti dalla Costituzione brasiliana c’è stata, subito dopo la sconfitta di Lula al primo turno, una straordinaria e spontanea mobilitazione popolare che si è caricata sulle proprie spalle il compito di rovesciare i pronostici.
Protagonisti i giovani che, a partire dalle manifestazioni degli studenti di Niteroy (prima) e di Rio de Janeiro (dopo), hanno fermato l’onda nera riversandosi in milioni nelle strade e piazze del Brasile a sostegno di Lula.
Con il passare dei giorni è cresciuto anche il coinvolgimento sempre più convinto della società civile organizzata, dai movimenti ai sindacati dei lavoratori. Questi ultimi rinvigoriti, dopo tante aspettative frustate, dalla conquista della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario da 44 a 40 ore settimanali, con il relativo diritto a due giorni di riposo nella settimana.
E, ritornata la speranza, la campagna a sostegno di Lula ha preso nuovo slancio, riuscendo per la prima volta ad invertire lo storico dominio bolsonarista in internet, acquisendo la padronanza di nuovi linguaggi e modalità efficaci nell’uso dei social network e dei canali di messaggi come WhatsApp.
Non dimentichiamo che durante il primo turno delle presidenziali, è stato accertato che Meta la big tech di Mark Zuckerberg proprietaria di Facebook, Instagram e Whatsapp ha ostacolato la comunicazione social della campagna di Lula e, al contrario, ha favorito sfacciatamente il suo rivale Flavio. Non solo. Ha anche determinato l’elezione al Congresso di giovanissimi candidati del PL (come Nikolas Ferreira, Lucas Pavanato, Júlia Zanatta), garantendo ai loro post e video decine di milioni di visualizzazioni grazie un uso interessato degli algoritmi.
La risposta digitale a queste manipolazioni dell’informazione mediante i social network è stato il canale “Exército do Lula”, creato dal giovane deputato federale di Minas Gerais, André Janones su WhatsApp che, a tre giorni dal voto, ha raggiunto i 10,5 milioni di follower, diventando il 2º maggiore canale dell’applicativo in Brasile e il 15° nel mondo.
L’impatto è stato straordinario, in quanto milioni di persone hanno imparato a condividere pubblicazioni, commentare i video, ricercare parole chiave su Google e, allo stesso tempo, rilanciare gli hashtags su X, cominciando a capire il funzionamento opaco degli algoritmi che i proprietari delle piattaforme impongono. Ciò, non solo ha migliorato la comunicazione nel mondo virtuale, ma ha innescato e moltiplicato anche le azioni e le mobilitazioni nel mondo reale.
Penso che sia logico guardare al risultato eccezionale ottenuto da Lula, chiedendosi per prima cosa come sia stato possibile. Non è una semplice curiosità, ma una lezione da imparare in fretta se vogliamo fermare e ribaltare nei crocevia del mondo, anche in Europa, l’avanzata dell’estrema diretta e dei fondamentalismi. La vittoria di Lula ha, infatti, interrotto una sequenza impressionante dal 2025 di vittorie dell’estrema destra in America Latina, riposizionando il ruolo del Brasile nella geopolitica globale.
Certo non sarà facile per Lula governare un paese così polarizzato, con un fronte parlamentare ulteriormente spostato politicamente a destra e a forte trazione conservatrice, così come molti governi dei singoli Stati. Teniamo, inoltre, conto che in Brasile l’azione legislativa, più che per appartenenza ai singoli partiti politici, si articola attraverso le “bancadas tematicas” cioè vere e proprie lobby chiamate “fronti parlamentari”.
Le tre più potenti e numerose, quella Agropecuária con metà senatori (41) e oltre 300 deputati, quella Evangélica con 15 senatori e oltre 100 deputati, quella “da Bala” (sicurezza pubblica e armi) formata da circa 40 parlamentari ex-poliziotti ed ex-militari, sono tradizionalmente ostili a Lula e hanno sostenuto decisamente l’elezione di Flavio Bolsonaro.
In questo scenario la principale sfida del Governo Lula sarà evitare l’isolamento nei corridoi ministeriali di Brasilia e mantenere la mobilitazione popolare (e sindacale) nelle strade. Oltre a resistere alle pressioni immediate del capitalismo finanziario (il giorno dopo l’esito del voto la borsa di São Paulo è crollata del 17%) e di contenere, per mezzo dell’appoggio popolare, le minacce continue delle forze golpiste e anticostituzionali.
Anche se la fuga precipitosa di Flavio Bolsonaro, dal Brasile agli Stati Uniti passando per l’Argentina con passaporto italiano, non per motivi politici ma esclusivamente giudiziari, dimostra (parafrasando lo scrittore Ennio Flaiano) quanto queste minacce siano gravi, ma non serie.
L’autore è stato responsabile internazionale della Fim Cisl