Yakuza, come si vive dentro la spietata mafia giapponese

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Non si nascondono: hanno sedi ufficiali e biglietti da visita. Tattoo e falangi mozzate. Con ampi giri d’affari ed entrature in parlamento. Sono gli affiliati alla cosca nata tre secoli fa. Da cui è impossibile uscire.

Non si esce tanto facilmente dalla Yakuza, la spietata mafia giapponese. E non solo perché, in genere, è difficile lasciarla da vivi, ma anche per la comune diffidenza verso i suoi ex membri. I datori di lavoro e gli affitta camere, anche solo per timore di ritrovarsi coinvolti in qualche ritorsione, sbattono la porta in faccia a chi prova a reinserirsi in società rispettando la legge.

LA VITA DOPO LA COSCA. È quanto emerge dalla lettura dell’ultimo libro di Hirosue Noboru, Yakuza and Nursing: A Study of Those Who Leave the Yakuza, che analizza il fenomeno sotto un aspetto nuovo, quello della vita dopo la cosca.

1. Non chiamatela solo “mafia”: è (anche) un modo di vivere

Prima di capire perché è così difficile lasciare la Yakuza, è anzitutto necessario comprendere cos’è la Yakuza. Sarebbe un errore ritenerla una versione con gli occhi a mandorla del romanzo Il Padrino, o credere che possa corrispondere a una trasposizione in scala 1:1 di Cosa nostra o della ‘ndrangheta.

PIÙ SIMILE ALLA MASSONERIA. La Yakuza, a differenza delle altre mafie, non si nasconde: ha sedi ufficiali con tanto di targhette appese fuori dalla porta, i suoi membri riportano l’affiliazione con fierezza sul biglietto da visita e l’organizzazione criminale è attiva su internet, ufficialmente. Da questo punto di vista, insomma, è forse più simile alla massoneria che alla mafia.

2. I rami in cui opera: dalla prostituzione al mercato nero

Se entrare nella Yakuza è di per sé un atto penalmente irrilevante, sono le azioni svolte dai suoi membri a essere riprovevoli. Come le mafie di ogni parte del mondo, la Yakuza ha interessi in diversi settori illegali: dall’estorsione alla gestione della prostituzione e delle case da gioco, dal riciclaggio di denaro al settore alberghiero.

SMERCIA BOLLINI PER I SUSSIDI. Poi c’è il mercato nero: in Giappone, tutto ciò che non può essere acquistato legalmente è venduto dalla Yakuza, che ha interessi ben più variegati delle mafie nostrane che, di norma, si limitano al commercio di droga e fumo di contrabbando. Per esempio smercia gli “stampo”, i bollini governativi che attestano la disoccupazione e consentono di accedere ai sussidi. Detiene inoltre le liste, illegali, delle famiglie di Burakumin, la casta più infima, ricercatissime soprattutto dai datori di lavoro.

Yakuza

L’arresto di uno dei leader, Shigeharu Shirai, in Thailandia.

3. Appoggi che contano: sostenuta dall’imperatore e dagli Usa

Quanto detto finora non spiega perché la Yakuza sia una società legale. Difficile rispondere, ma storicamente è sempre stato così. La Yakuza nasce, oltre tre secoli fa, come corporazione che univa due rami del commercio mal visti dalle forze dell’ordine: i bakuto, che detenevano le bische, e i tekiya che gestivano il racket degli ambulanti.

LE ORGINI DAL BLACKJACK. Secondo lo scrittore Atsushi Mizoguchi, il nome Yakuza deriverebbe dall’unione di tre parole: ya(“otto”), ku (“nove”) e sa (“tre”) che venivano urlate quando si sbancava a una sorta di blackjack d’epoca feudale con le carte Hanafuda. Dato che chi abitava vicino a una bisca sentiva ripetere spesso quella cantilena, quel termine prima identificò chi giocava d’azzardo poi, col tempo, l’organizzazione.

ARGINE CONTRO I COMUNISTI. La piena legalità la raggiunse durante la Seconda guerra mondiale, quando diventò il braccio armato del partito nazionalista. Poi, dopo il conflitto, fu foraggiata dagli Stati Uniti come argine all’ideologia comunista.

4. Lobby in parlamento: elegge un terzo dei politici

Con simili premesse, è scontato che oggi la Yakuza mantenga la sua parvenza di legalità, anche perché nel frattempo ha consolidato la propria posizione economica. La Yamaguchi-gumi, la più grande cupola del Giappone, vanta circa 40 mila membri (un mafioso su due è un suo affiliato) e ha un patrimonio stimato di 80 miliardi di dollari.

IN RAPPORTI COL NONNO DI ABE. Secondo il criminologo Kenji Ino riesce a eleggere un terzo dei parlamentari nazionali. L’ex premier Nobusuke Kishi, nonno dell’attuale primo ministro Shinzo Abe, aveva intrattenuto rapporti con la Yakuza e lo stesso Abe nel 2008 è stato fotografato in compagnia di un affiliato, sebbene abbia sempre negato ogni appoggio.

IL PADRINO OGGI HA 75 ANNI. Oggi lo oyabun (padrino) più importante, Tsukasa Shinobu, 75enne, è una sorta di imperatore Augusto della criminalità organizzata: a lui si deve l’accordo con le cosche cinesi e coreane (queste ultime hanno il monopolio sulle macchinette del pachinko, equivalenti alle nostre slot machine).

La pax mafiosa di Shinobu ha fatto cessare i conflitti e accontentato tutti: persino i commercianti che si dicono ben felici di pagare il pizzo, non comprendendo che, nel Paese con meno criminalità al mondo, senza i taglieggiamenti della Yakuza si vivrebbe ancora meglio. L’oyabun è però mal visto all’interno della Yakuza. Molti scambiano la sua lungimiranza per lassismo e lo accusano di avere fatto entrare nel Paese i membri di cosche straniere: russe, africane e, ovviamente, italiane.

NIENTE SPARGIMENTI DI SANGUE. Nel 2015, il suo ex braccio destro Kunio Inoue ha guidato 12 famiglie alla scissione. In Italia una simile crisi avrebbe comportato spargimenti di sangue e faide decennali. In Giappone è bastato registrare un nuovo marchio, il Kobe Yamaguchi-gumi, e un nuovo logo, che sembra quello di una azienda di elettronica.

6. Reciproco rispetto con la polizia: patto di non belligeranza

Quando un giudice troppo zelante ordina una perquisizione, la polizia, se può, il giorno prima telefona ai mafiosi. Una cortesia che evita di trovare nulla di compromettente e di finire in un conflitto a fuoco. La perquisizione stessa è l’essenza massima del formalismo nipponico: avviene tra mille inchini e gli agenti hanno cura di lasciare l’ambiente più in ordine di come era stato trovato.

NESSUN INTERESSE A FARE DANNI. Anche i mafiosi non hanno interesse a fare danni in giro: esiste una legge che estende la responsabilità del datore di lavoro per quanto combinano i suoi dipendenti anche alla Yakuza. Dato che i nomi dei boss sono registrati e picciotti e galoppini hanno un regolare contratto, le cosche, per non dovere di continuo risarcire danni, impongono ai propri affiliati di usare il guanto bianco. Per non sporcare.

Mani Yakuza

Il mignolo mozzato degli affiliati Yakuza.

7. La lettera scarlatta giapponese: tatuaggi e falangi amputate

Eppure la Yakuza, che sotto sotto è apprezzata in quanto fa da protezione civile e trova gli uomini disposti al sacrificio quando qualcosa non va nelle centrali nucleari, lascia dietro di sé diversi morti ammazzati. Ecco perché, per tornare al libro di Hirosue Noboru (ancora assente nelle librerie italiane), non è facile uscirne.

TUTTA LA SCHIENA RICOPERTA. Del resto, anche se in misura minore rispetto al passato, le cosche richiedono agli intranei di marchiarsi indelebilmente. Per esempio con gli irezumi, i tatuaggi sottopelle che ricoprono tutta la schiena e identificano a prima vista gli Yakuza, soprattutto nei bagni pubblici, ancora diffusissimi in Giappone.

VIA IL MIGNOLO A SANGUE FREDDO. Fa decisamente più effetto la pratica dello yubitsume che consiste nell’asportarsi a sangue freddo una falange (solitamente il mignolo) giurando fedeltà al patriarca. Si tratta di una pratica radicata nella tradizione nipponica che forse un tempo legava shogun e samurai. Lo sapeva bene lo scrittore, fotografo e orientalista Fosco Maraini che, nel 1943, detenuto in un campo di prigionia giapponese, si tagliò di netto il mignolo per ottenere, per sé e per la sua famiglia, un trattamento di favore dai gerarchi del regime militare.

8. Quasi impossibile uscire dalla mafia: marchio indelebile

Tanto la pratica dei tatuaggi quanto l’uso di amputarsi le dita costituiscono per gli ex adepti una “lettera scarlatta” che li rende sempre identificabili e ostacola ogni tentativo di farsi una nuova vita. Se i cartelli di divieto di accesso alle attività commerciali rivolti alle persone tatuate hanno la corretta finalità di bandire il fenomeno mafioso, l’ottusità con cui vengono respinte le richieste di lavoro dei membri in fuga costringe il 13% di loro a tornare a delinquere, molto spesso commettendo reati minori, come il taccheggio, pur di sopravvivere.

UN’OPZIONE? FARSI MONACO. Uscire dal giro è un lusso per pochi: il precedente padrino della ikka (famiglia) più nota, dopo aver rinfoderato la katana, si fece monaco shintoista. Siccome, dopo il disonore di aver tradito la fiducia della cupola è impossibile rientrarvi, i più decidono di non abbandonarla, consapevoli che non esistono alternative al destino che si sono scelti.

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