«Ma Di Maio chi? Ci interessa solo Berlusconi» Le elezioni italiane viste dalla stampa estera

La parabola di Renzi. Il ritorno 
dell’ex Cavaliere. L’incognita dei Cinque Stelle. 
Abbiamo chiesto ai giornalisti internazionali come stano raccontando ai loro lettori e ascoltatori questa corsa alle urne.

«Ma Di Maio chi? Ci interessa solo Berlusconi» Le elezioni italiane viste dalla stampa estera
Molta nebbia, nessun Macron all’orizzonte. Un gran senso di attesa, leader già usati (quando non consunti). L’inquietante avanzare dei partiti populisti ed euroscettici, come Lega e Cinque Stelle. C’è attenzione, preoccupazione, «anche se l’Italia ci ha abituato, dai tempi in cui il Cavaliere governava coi post fascisti e la Lega». Il prossimo premier avvolto nell’ombra, ancora tecnicamente incognito: non Berlusconi, non Renzi, forse Gentiloni, chissà. Così vedono l’Italia corrispondenti e giornalisti della stampa estera di cui L’Espresso ha raccolto commenti e impressioni in queste pagine, ora che si accingono, alcuni per la settima o quindicesima volta, a seguire la campagna elettorale per il voto italiano.Dopo gli anni furenti di Berlusconi, dopo la crisi del 2011 e il governo Monti, dopo, l’arrembaggio del “nuovo verso” renziano e il crollo post-referendum, nei loro racconti c’è l’eco involontaria di una specie di parco giochi al quale abbiano spento le luci. C’è sempre la ruota panoramica, c’è di nuovo Silvio Berlusconi che si è rimesso in scena, ormai quasi un genere letterario internazionale. Tutti consideravano impossibile il «rientro di un condannato», ma non sono più i tempi feroci del premier «unfit to lead Italy» o peggio ancora della fase che con senso pratico sintetizzano «del bunga bunga». Certo è forte il senso dell’incredulità che ha percorso le redazioni di mezzo mondo, che si sono viste proporre articoli sul ritorno dell’ex premier. «Ma sei forse impazzito?», racconta di essersi sentito rispondere ad esempio il norvegese Simen Ekern, dal Morgen Bladet.

Difficile un po’ per tutti raccontare la parabola di Renzi, che più di uno definisce «poco comprensibile». È invece forte, anche se per ora resta prudente e sotto coperta, la curiosità circa i risultati di Lega e Cinque Stelle. Un fronte populista ed euroscettico rispetto al quale l’Italia si trova in una posizione particolare, di frontiera. «Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno unico, che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Syriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che conoscevamo», nota il corrispondente di El Pais, Daniel Verdu. C’è chi già vede una “normalizzazione” del movimento, nel passaggio di consegne da Grillo a Di Maio.

Ma l’attesa è soprattutto per i risultati del voto. «È improbabile ma possibile, la vittoria dei Cinque Stelle da soli. La loro retorica antieuropea, se tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, e la loro totale mancanza di esperienza rappresenterebbe un fattore di rischio per i mercati», dice Philip Willan, collaboratore del Times.

Qualcosa di preoccupante, poco di luccicante, comunque. «Sin qui, i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri», racconta Eric Jozsef di Libération: «La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, come se il vero obiettivo fosse cercare di concludere dei cicli».

Un passaggio non risolutivo  
di Eric Jozsef- Libération (Francia)

Sono alla settima campagna elettorale, raccontare questa è più difficile del solito. Intanto perché all’estero sta succedendo di tutto, e poi perché c’è stato un calo dell’attenzione sull’Italia a partire dal referendum del 4 dicembre 2016. Sarà pure una responsabilità dei corrispondenti, ma all’estero è stato difficile comprendere il calo dei consensi di Renzi, che come premier aveva una immagine molto positiva al livello internazionale, così come è difficile capire perché l’Italia abbia bocciato 
una riforma che sembrava semplificare 
e dare stabilità al sistema politico istituzionale italiano. Aggiungiamo infine il premier Paolo Gentiloni, una figura molto rispettata, più misurata ma meno carismatica, e che rispetto a Letta 
e Renzi sembra avere meno forza 
di iniziativa politica. Tutto ciò fa sì che l’Italia trovi meno spazio. Naturalmente restano molti elementi di interesse. Oltre alla tenuta dei conti pubblici, l’impegno economico e finanziario dell’Italia, c’è 
il ritorno di Berlusconi, anche se è poco comprensibile: al giornale neanche volevano credermi, ad agosto, quando 
ho proposto un articolo sul suo ritorno. Pensavano avessi preso un abbaglio. 
Si osserva con attenzione la forza degli euroscettici, la loro avanzata che peraltro riguarda tutta Europa. Per quel che riguarda l’Italia, lo si considera un rischio reale, più che altro per le conseguenze che comporta sulla tenuta dell’Europa. Un accordo tra lega e Cinque Stelle così come una Ital-exit sono ritenute prospettive improbabili: quello che si teme è avere una forza che rallenterebbe il processo europeo, e soprattutto che l’Italia non ne sia più protagonista. Dunque preoccupazione e attenzione sì, ma non paura di una catastrofe: anche perché l’Italia ci ha un po’ abituato. 
Dai tempi in cui Berlusconi governava 
coi post fascisti e la Lega.

Personalmente, osservando le prime mosse della campagna elettorale vedo che i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione per l’Italia, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri. I Cinque Stelle si sono normalizzati, hanno perso per strada temi come l’economia sostenibile, l’ambientalismo, sono diventati un partito vero e proprio che gioca a screditare gli altri; 
Renzi gioca sulla paura dei populisti; Berlusconi gioca per mobilitare gli elettori di centrodestra che temono i Cinque Stelle.

La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, non risolutiva. È vero che 
nel passato c’è già stato il voto 
“anti” qualcosa, ma ora davvero si ha la sensazione che i tre poli abbiano poco da proporre in termini di visione per l’evoluzione del paese. Peraltro con dei leader abbastanza usati: non c’è tanto l’effetto novità. Certo, c’è Di Maio, che non ha mai governato: ma si presenta come un simbolo della normalizzazione del Movimento, diventa leader nel momento in cui scompaiono il rifiuto dell’establishment e la forza propositiva che erano all’origine di M5S. Dunque non c’è una forza politica molto nuova, 
e non c’è un Macron della situazione. 
E persino Renzi, che era stato salutato come l’uomo nuovo della politica italiana ormai incarna il vecchio, l’establisment, nonostante il fatto che a freddo il bilancio di questi anni di centrosinistra al potere sia alla fine tutt’altro che negativo.

Partiti fantasma e promesse blu  
di Tobias Piller- 
Frankfurter Allgemeine Zeitung (Germania)

Le tante promesse dei politici in campagna elettorale sono certamente un tema ghiotto. Soprattutto quando si vede come sono approssimativi i calcoli sui costi e su come saranno finanziate le promesse. I miei colleghi, per il titolo hanno utilizzato un detto tedesco: «I politici italiani promettono il colore blu del cielo». Dall’altro lato, trovo che sia una grande limitazione parlare solo di aumenti di spesa pubblica. Sono convinto che così non cresce l’economia italiana. Invece, occorrerebbe discutere su come attirare investitori dall’estero, incentivare le aziende a fare ancora più investimenti, invogliare giovani a rimanere in Italia e fondare nuove aziende, e infine su come svecchiare 
ed ampliare l’offerta turistica.

Altro tema è come i politici italiani, ultimamente Renzi, abbiano fatto di tutto per distruggere i partiti. Qui ci vorrebbero degli esperti, ed una buona dose di memoria storica. Così, in tempi di opposizione, si potrebbero mantenere vive delle esperienze anche quando un partito non può sfruttare le posizioni di governo per aggiornare le proprie competenze. Un altro elemento che salta all’occhio in quei fantasmi 
di partiti che sono rimasti, che 
in Germania si chiamerebbero «associazioni per le elezioni»: con gli occhi dei tedeschi, è del tutto fuori dall’ordinario che il capo del partito si chiuda per fare le liste elettorali o che un leader politico dichiari di aver fatto una «scrematura» dei candidati. Certamente, in Germania tutto questo sarebbe contro la Costituzione, perché 
lì ci sono scritte le condizioni di democrazia interna. Vuol dire che i candidati si determinano con elezione 
in una Direzione, un Congresso o in un’Assemblea del partito in provincia. Certamente non con una «scrematura».

Arrivano pari, meglio così 
di Philip Willan – The Times, Sunday Herald (Uk)

Per il momento la campagna elettorale mi sembra dominata dalla confusione. C’è all’orizzonte la possibilità di risultati elettorali che sarebbero preoccupanti per gli altri Paesi europei così come per gli investitori: per esempio una vittoria dei populisti, che sono fortemente contrari alla unione europea o all’euro, come Lega, Cinque Stelle, e forse anche Fratelli d’Italia che ha una posizione meno decisa. 
È possibile, anche se non probabile, una vittoria della coalizione guidata 
da Silvio Berlusconi con al suo interno la Lega di Salvini come partito dominante. Oppure l’affermazione dei Cinque Stelle da soli: la loro retorica anti europea, se fosse tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, 
e loro totale mancanza esperienza rappresenterebbe un ulteriore fattore di rischio per i mercati.

Credo che l’establishment britannico vedrebbe con preoccupazione una disgregazione dell’Unione europea, perché – anche se loro ne stanno uscendo – certamente non sarebbe 
un processo indolore, avrebbe conseguenze spaventose un po’ 
per tutti, anche per gli inglesi. Certo, parliamo di eventualità abbastanza improbabili, ma dopo Brexit e Trump abbiamo visto che anche l’implausibile può avvenire.

In questi giorni ho trovato curiosa 
la quantità di promesse che ho visto fare. Gli italiani credo siano un popolo estremamente scettico e cinico nei confronti dei loro politici, hanno molta difficoltà a credere alle rassicurazioni del potere, dunque è paradossale che nello stesso tempo i candidati stiano facendo queste promesse mirabolanti e poco credibili. Curioso che si offra la luna a un popolo che crede così poco alle parole dei politici. E comunque tutto questo quale risultato produce? Non sarebbe meglio fare una campagna basata sul realismo, 
invece che blandire?

Del resto in Italia c’è una situazione generalizzata di sfiducia, e dunque è palpabile la tentazione di spazzare via il vecchio e fare un salto nel buio affidandosi a gente senza esperienza: persone che possono anche fare bene, ma si tratta comunque di un azzardo.

È un quadro nel quale c’è il ritorno di Berlusconi, un evento spiazzante per gli inglesi, anche se il personaggio è meno pericoloso di prima – io stesso sono stato quasi conquistato da questa immagine di nonno d’Italia, 
che ama gli animali e risulta 
quasi rassicurante.

Una quadro nel quale, personalmente, vedo l’immagine di Renzi molto intaccata dall’arroganza dimostrata nella sua carriera, e anche negativa l’immagine del Giglio magico, che 
è diventata una specie di “Cricca magica”: può essere una percezione giusta o no, però è arrivata così alla gente. Insomma, penso che molti dovranno turarsi il naso. L’esito più plausibile è un pareggio tra i tre blocchi e quindi la necessità di una grande coalizione o un governo del presidente: non è vista come una soluzione meravigliosa ma, visto il livello di offerta, potrebbe essere meglio della vittoria di una sola 
parte politica.

L’Italia non conta più 
di Talal Khrais – Al Manar (Libano)

È impressionante constatare per me, che sono corrispondente per il Libano dal 1986, la caduta della autorevolezza dell’Italia e il crollo della sua politica estera. Non ci sono più grandi leader, autorevoli, si fatica a ricordare il nome del capo della Farnesina, guardiamo soltanto a quel che fa l’America di Trump e la Russia di Putin. Perché all’opinione pubblica internazionale interessano gli interlocutori politici validi, mentre qui si stringono accordi che non vedono mai la luce. La scorsa settimana con altri colleghi ho assistito all’intervento di un esponente dei Cinque stelle: non diceva niente, neanche quasi si capiva il messaggio. Sento fare tante promesse, come in passato non succedeva; si parla di crescita e occupazione, quando in realtà i ragazzi sono sfruttati con lavori part-time e contratti falsi, e gli italiani si impoveriscono. Una torsione verso l’inganno che rende difficile raccontare qualsiasi cosa. È tutto ridotto a una lotta interna, chiusa, nell’incapacità di costruire alleanze. 
È chiaro che la gente li abbandonerà 
e preferirà non votare.

Non finirà come in Spagna 
di Daniel Verdu 
- El País (Spagna)

In questa fase mi occupo anzitutto di osservare il Movimento Cinque stelle, un fenomeno unico, un tango che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Siriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che già conoscevamo. Per gli spagnoli è molto interessante, soprattutto ora che la sua vittoria è possibile, e che non è escluso arrivi a governare. 
Lo dicono non soltanto i sondaggi 
e i risultati di questi anni, ma anche 
il fatto che chi li vota ha dimostrato una forte resistenza alla realtà, soprattutto dopo le gestioni di Roma e di Torino: ha funzionato molto bene la campagna di discredito verso i giornalisti, molto simile a quella fatta in Spagna da Podemos, grazie alla quale chiunque sia critico viene accusato di stare con l’establishment e gli interesssi occulti.

L’ipotesi che 
i Cinque Stelle possano fare 
un accordo con la Lega mi sembra molto esotica: si tratta di un partito xenofobo ed eurofobo, anche se in fin dei conti ha più a che fare con loro di quanto non abbia in comune con Liberi e Uguali, con la quale pure si 
è ipotizzato un accordo. Credo 
che la parte più interessante sarà 
il possibile blocco parlamentare: l’abbiamo già vissuto in Spagna, mi sembra che qui potrebbe succedere la stessa cosa. Non conteranno 
tanto le elezioni, quanto i patti 
che si faranno dopo: il fenomeno meraviglioso è che oggi non conosciamo il prossimo primo ministro. Non sarà nessuno di quelli che vediamo ora, il che per gli spagnoli è affascinante. A chi mi chiede se anche l’Italia si troverà senza governo come è accaduto 
in Spagna, rispondo che – con sessantaquattro governi in settant’anni – sono più abituati 
di noi a questo genere di “situazione italiana”.

L’abitudine dei politici lasciare una porta aperta, a lavorare su più livelli, aiuterà forse a trovare una soluzione ancora prima di trovarsi nello stallo. È qualcosa che noi in Spagna non sappiamo fare: ci siamo chiusi tutte le porte per gli accordi, siamo andati allo scontro frontale, 
e il sistema si è bloccato. 
È accaduto così anche per l’indipendenza della Catalogna, 
dove si è creata infatti una situazione senza via d’uscita, incomprensibile per gli italiani.

Il populismo finisce a destra 
di Simen Ekern – 
Morgenbladet (Norvegia)

Spiegare Berlusconi ai norvegesi era già difficile prima: adesso è diventato impossibile. Oggi Berlusconi, che è un proto-populista, uno che è arrivato prima 
di Trump, rischia di passare al limite per 
un politico che possa salvare l’Europa 
dal populismo. Un’idea curiosa, ma interessante, tanto più perché dice molto sul suo ruolo nella politica italiana, anche rispetto alla Lega. La trasformazione del partito di Salvini è stato un fenomeno molto interessante: lui è stato abile a seguire gli altri modelli della estrema destra, a partire dalla Le Pen, e così ha cambiato il suo partito togliendogli la patina separatista 
e inserendolo invece in una scia 
di populismo di destra europea.

Se Berlusconi è morto politicamente troppe volte per credere che ci sia ancora – soprattutto per un lettore norvegese – Renzi rimane un caso molto interessante. 
La socialdemocrazia è in crisi anche 
da noi, quindi si guarda con curiosità 
ai suoi esperimenti per realizzare una socialdemocrazia di destra, e come gestisce l’opposizione di sinistra. Perché il problema è comune, più o meno suona così: è ancora possibile avere avere un centrosinistra che funziona, o è tutto finito? Certo, quanto a ricette non mi sembra che Renzi abbia trovato quella di Macron.

In generale la politica italiana mi sembra vuota di idee, come in tanti altri paesi europei: salvo i populisti, che sanno cosa dire. I Cinque stelle, con le loro ricette intercambiabili, finora sono stati raccontati soprattutto attraverso la figura di Grillo: adesso sarà piu complicato spiegarli, anche perché non esiste da noi un populismo così post ideologico. Spesso mi sono trovato a dover rispondere alla domanda: ma sono 
di destra o di sinistra? Tanti sembravano 
di sinistra, e se finiranno a fare una alleanza con la Lega, sarà interessante cercare di spiegare come questo movimento possa essere finito là. Mi ricordo la sera delle elezioni, cinque anni fa, quando Pier Luigi Bersani disse che il populismo in Italia finisce sempre a destra: pensavo non fosse vero, alla fine forse aveva ragione.

Ma chi è questo Di Maio? 
di Mahdi El-Nemr
 – Kuwait News Agency (Kuwait)

Vivo in Italia dagli anni Ottanta, l’ho capito dai tempi della campagna per l’abolizione della scala mobile che la pancia degli italiani non è come appare. Questa volta, senza usare parole forti, la campagna elettorale mi sembra piu folkloristica delle altre. C’è poca sostanza, il mercato dei numeri e delle promesse – che ha colpito quasi tutto il mondo – lo spogliarsi completamente di politica, questo è di per sé preoccupante. Ma mondo arabo è abituato al fatto che politica italiana, sotto sotto, sia stabile e tutti dobbiamo ricordare che il valore di interscambio col mercato arabo è molto importante: in molti casi l’Italia rappresenta il primo o il secondo partner commerciale. E ciò rende difficile immaginare di addentrarsi in una politica estera squilibrata.

Sin qui, in campagna elettorale, ciascuno 
ha messo la sua dose: Berlusconi coi mille euro, il reddito di cittadinanza fino al Pd che, da partito di governo, ha promesso di abolire il canone Rai. Una politica gestita 
in questa maniera è molto preoccupante, anche perché tutto il mondo sa che l’Italia 
è un Paese indebitato. Quel che va raccontato adesso è che stiamo entrando in uno scenario inedito. Non è nulla di simile al pentapartito, perché quella era una coalizione in cui c’era un partito più importante, responsabile, la Democrazia Cristiana. Qui abbiamo un partito ancora ignoto, perché al di là della propaganda non si capisce precisamente quale sia la posizione dei Cinque Stelle: in Europa, verso l’euro, l’immigrazione e via dicendo. Se i sondaggi dicono il vero – ma non ci credo molto – sarà questa la forza principale: ma ciò vuol dire che ci sarà molta nebbia, un periodo di grande incertezza.

Parlando coi diplomatici di diversi paesi, ma anche con molti colleghi, viene fuori che quel che si sa è che si tratta di un partito fondato da un comico, e quindi non si riesce a percepirlo come una forza politica vera e propria. Il Movimento 
non lo conoscono nelle sedi diplomatiche mediorientali: Di Maio è andato a Bruxelles, ma il M5S non si è speso a farsi conoscere nel resto del mondo e, in particolare 
nel Mediterraneo, dove l’Italia ha un peso 
e ruolo importante.

È Gentiloni il vero anti-B. 
di Eric J. Lyman – Xinhua, Usa Today (Usa)

Per l’Asia è difficile immaginare qualcosa come i Cinque Stelle, là non esiste un partito del genere. Ne erano molto curiosi già nel 2013, con le elezioni in cui non ha vinto nessuno. 
Il loro ruolo era molto difficile da spiegare a un uditorio internazionale: non volevano collaborare con nessuno, e nemmeno fare un governo. Adesso il Movimento è più conosciuto, Luigi 
Di Maio è un leader di partito più tradizionale: siamo a una seconda fase, quella arrabbiata è passata, vediamo come andrà senza Grillo.

Quanto a Berlusconi, poiché collaboro anche con Usa Today posso dire di aver notato che l’America sia più interessata, rispetto alla Cina o all’Asia, alla figura del personaggio Berlusconi. Soprattutto ora che c’è Trump i paragoni si sprecano.

C’è da dire che, rispetto al periodo 
di Monti, o al Renzi del 40 per cento, l’Italia fa meno notizia, e forse è anche un buon segno per chi ci vive. Certo un personaggio come Paolo Gentiloni non è tipo che corra verso i giornalisti. È più rispettato, stimato all’estero, 
ma meno conosciuto. Ho trovato un segnale significativo il fatto che, a parte Berlusconi, sia stato lui il primo presidente del Consiglio a presiedere un G7 sin dai tempi di Amintore Fanfani. Per vent’anni avevamo visto solo l’ex Cavaliere: in qualche modo Paolo Gentiloni è un anti-Silvio.

Ci diverte solo Silvio 
di Josephine McKenna – Seven Network, ABC (Australia)

Siamo ancora all’inizio ma tutti 
i partiti hanno fatto promesse abbastanza ridicole, si può dire? In Australia come sempre sono molto interessati a cosa fa Berlusconi. Hanno una specie di ossessione, devo ammettere: anche di più ora che c’è Donald Trump. Vedono quello che fa 
il presidente americano e c’è qualcosa che risveglia in loro il ricordo di Berlusconi.

Al di là dell’uomo che 
da noi è conosciuto soprattutto 
per il “bunga bunga”, le elezioni sono particolarmente critiche per l’Italia. Secondo me c’è un grande rischio di un governo instabile e una situazione insostenibile. Purtroppo tanta gente fuori dall’Italia si aspetta lo stesso. Chi li guarda dall’estero ha sempre l’impressione che gli italiani amino 
il caos, e che siano incapaci a formare un governo che funzioni. Specialmente adesso con il sistema elettorale proporzionale che porta una instabilità che incomprensibile agli stranieri. Ma vedo un paese dove sono tutti stanchi, e vorrebbero almeno una classe politica che facesse avanzare il Paese.

Vivo in Italia da dieci anni, vedo che 
gli stipendi della classe media non cambiano, gli stagisti non sono pagati, e le aziende faticano molto. Nel mio ultimo viaggio in Australia ho conosciuto un sacco di giovani italiani che cercavano le opportunità che 
non trovavano mai qui. Dove sono le iniziative e gli incentivi per promuovere i loro sogni? Questa è una domanda fondamentale alla quale i candidati dovrebbero rispondere.

I grillini, che bizzarria 
di Gina Marques- RFI Brasil (Brasile) 

A essere sincera in questo momento 
il Brasile è troppo preso dalle proprie vicende per occuparsi anche di quelle italiane. Semmai l’Operação Lava Jato, attraverso la quale per la prima volta i giudici hanno messo le mani sui rapporti tra imprenditori e politici, ha riportato d’attualità da noi Mani Pulite: si fanno paragoni, si sottolineano differenze 
e somiglianze, in pratica si cerca una qualche forma di identificazione.

Naturalmente, anche se non si è ancora entrati nel vivo della campagna elettorale, Silvio Berlusconi interessa sempre: esiste ancora? Comanda o no? E come mai un uomo condannato 
è ancora leader? Ma è soprattutto folklore, un personaggio che strappa sempre un sorriso, in tutto il mondo. 
Poi c’è il ritorno della destra, un rigurgito che percorre tutta l’Europa. E, come fenomeno però solo italiano, c’è il Movimento 5 Stelle, che è visto come una bizzarria: in Brasile abbiamo venti-trenta partiti, ma non c’è niente che gli somigli. E in effetti esiste qualcosa di simile nel mondo? È un partito guidato da un comico che propone una democrazia che passa per internet. 
Un fenomeno che attira tanto perché oltretutto rappresenta un voto di trasgressione, anche se ormai punta 
al governo. Molto difficile da spiegare all’estero, anche se non difficile quanto 
i meccanismi legati alla nuova legge elettorale.SUSANNA TURCO L’ESPRESSO

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