SPY FINANZA/ Le manovre contro l’Italia ignorate dalla campagna elettorale

Mentre in Italia si dibatte di rischio fascismo, Francia e Germania vogliono mettere in difficoltà il nostro Paese preparando il terreno per lo sbarco della Troika.

MAURO BOTTARELLI da ilsussidiario.net

In quasi 45 anni di vita, di campagne elettorali ne ho vista qualcuna: politiche, amministrative, europee, per referendum di vario genere e argomento. Ma giuro che una indegna come quella attuale, davvero, non l’avevo mai dovuta sopportare. Il livello del confronto – anzi, diciamo le cose come stanno, dello scontro aperto e continuo – fra i partiti è degno del mitologico asilo Mariuccia, tutti contro tutti senza esclusione di colpi. E senza, soprattutto, un’idea per il Paese, un minimo di costrutto. Annuncite allo stato puro, irresponsabilità come unica stella polare: da un lato, infatti, veniamo rabboniti con promesse degne di piazzisti e venditori televisivi di pentole e cinte per l’ernia, dall’altro assistiamo a un patetico spettacolo da primo Dopoguerra: in un mondo che si appresta a vivere una nuova, devastante crisi finanziaria e che arranca su condizioni economiche spacciate per ripresa, in Italia si discute di fascismo. Il mondo guarda alla robotica e all’intelligenza artificiale, ha la testa nel 2018, ma si proietta già verso il 2030 o 2040, mentre qui siamo fermi all’estate del 1945. 

Macerata e tutto quanto ne contorna la tragica vicenda rappresenta al meglio (anzi, al peggio) il paradigma di questa situazione: quando mancano tre settimane al voto, eccoci qui a parlare di foibe, Pd che si dibatte come Nanni Moretti sulla strategicità dell’andare o meno al corteo anti-razzista, centrodestra che rincorre a larghe falcate il record di becerume e populismo, grillini che tentano inutilmente di preservare la loro verginità e unicità on-line, dribblando con sempre meno vigore i paletti di uno slalom fra scandali continui. In mezzo, anzi tutt’intorno, una nazione spaesata, spaventata, senza speranze e senza priorità reali: una nazione che, mentre i suoi rappresentanti inseguono i fantasmi del Ventennio e non si curano di ciò che accade nelle sue strade e nei suoi quartieri (soprattutto quelli periferici), fra un paio di mesi – chiunque vinca o non vinca il 4 marzo – tornerà ad essere la Cenerentola d’Europa, stretta lungo il sentiero tracciato da altri. 

Vi rendete conto che la stessa gente che si accapiglia sul Duce e la possibilità del suo ritorno in sedicesimi attraverso Matteo Salvini, fra poco meno di un mese sarà chiamata a fronteggiare l’offensiva europea sulla manovra correttiva, quei 3,5 miliardi circa di “buco” che Bruxelles ha sospeso per il periodo elettorale ma che torneranno a chiedere di essere saldati, non appena i seggi verranno smontati? Al netto di ciò che siamo costretti a sentire ogni mezzogiorno e ogni sera al telegiornale, come vi sentite di fronte a questa prospettiva? Il bello è che ormai la questione si è talmente avvitata su se stessa e sullo squallore medio che la politica italiana sa offrire da sembrare quasi un problema serio: nei talk non si parla di Europa, non performing loans, debito pubblico, conti da rimettere in riga, credito bancario insufficiente, imprese che chiudono quotidianamente, bollette da pagare e famiglie costrette a rateizzarle, financo di spread e Qe della Bce. Si parla di fascismo. 

Lo ripeto, di fronte a noi abbiamo la prospettiva di essere governati da una classe dirigente fatta all’80% di cialtroni o irresponsabili: accendete la tv e rendetevene conto da soli. Con grande sprezzo di democrazia e suffragio universale, instillato in me nel corso dei mesi proprio da questo spettacolo indegno e pervasivo, attendo con ansia il grande inciucio post-elettorale: non che io mi fidi di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi o nutra stima nei loro confronti, ma, quantomeno, saranno costretti a confrontarsi con la realtà e non potranno tentare operazioni stile Armata Brancaleone come quelle che ci vengono prospettate da alcuni cantori dell’alternativa, a destra come a sinistra. Qui c’è di mezzo il futuro del Paese, gli apprendisti stregoni lasciamoli a chi può permetterseli. E, state certi, che in questo periodo di Borsa che rimanda segnali di disastro alle porte, nemmeno gli Usa o la Germania possono vantare questo lusso. Se non strategicamente, come fanno gli Stati Uniti con il pagliaccio che hanno insediato alla Casa Bianca proprio per fare il lavoro sporco che non sarebbe stato concesso, pena la rivolta, a qualsiasi persona di buon senso. Serviva un non senziente, l’hanno trovato e fatto eleggere: altro che Russiagate, senza Trump staremmo parlando di default sul deficit (vera ragione per cui, di fondo e ontologicamente, la falsa narrativa borsistica sta sgretolandosi), non di shutdown da barzelletta. Si sta scherzando con il fuoco nel nostro Paese, fidatevi. E lo stesso sta avvenendo a livello mondiale. 

Nel fine settimana appena concluso ho avuto tempo di leggere e rifarmi un po’ di quanto perso durante la mia pausa ospedaliera forzata – a proposito, esito negativo per l’esame più temuto, ora due interventi meno critici di quanto sembrasse in un mese e poi dovrei ottenere il tagliando – e due articoli mi hanno colpito, il primo pubblicato da The Economist e il secondo dal Sole24Ore di domenica. Partiamo dal primo. Bene, di cosa si tratta? Del fatto che l’autorevole settimanale della City, uno degli alfieri della lotta contro complottismi e fake news, sia capitolato e si trovi costretto ad ammettere quanto i dietrologi come me dicono da sempre: che i mercati sono manipolati nel peggior modo possibile e che la finanza abbia sfruttato (e continui a sfruttare) la crisi per garantire all’1% di campare allegramente alla faccia del 99% dei cittadini. A dirlo sono tre studi accademici (“Political connections and the informativeness of insider trades” by Alan D. Jagolinzer, Judge Business School, University of Cambridge; David F. Larcker, Graduate School of Business, Rock Center for Corporate Governance, Stanford University; Gaizka Ormazabal, Iese Business School, University of Navarra; Daniel J. Taylor, the Wharton School, University of Pennsylvania. Rock Center for Corporate Governance at Stanford University, Working Paper No. 222 – “Brokers and order flow leakage: evidence from fire sales” by Andrea Barbon, Marco Di Maggio, Francesco Franzoni, Augustin Landler. National Bureau of Economist Research, Working Paper 24089, December, 2017 – “The Relevance of Broker Networks for Information Diffusion in the Stock Market” by Marco Di Maggio, Francesco Franzoni, Amir Kermani and Carlo Summavilla. Nber Working Paper, No 23522, June, 2017), talmente seri da divenire appunto argomento di trattazione da parte del settimanale britannico. 

E cosa ci dicono? Anzitutto, la pratica dell’insider trading è molto più pervasiva di quanto si creda. E per giungere a questa conclusione, il primo studio analizza i meeting privati fra funzionari del governo statunitense e istituzioni finanziarie tenutisi durante la crisi: stiamo parlando dei dettagli del programma Tarp, lo stesso creato dal presidente della Fed di Minneapolis, quel Neel Kashkari che condanna i salvataggi bancari un giorno sì e l’altro pure. E cosa scopriamo? L’acqua calda, ma, finalmente, non attraverso scritti corsari ma studi accademici: conoscere in anticipo i dettagli di quel piano, leggi quanti soldi sarebbero stati messi sul tavolo dal governo, fu di vitale importanza per la sopravvivenza stessa di molti investitori privilegiati in quel periodo. Lo studio esamina la condotta di 497 istituzioni finanziarie (non una) fra il 2005 e il 2011, dedicando particolare attenzione ai personaggi coinvolti che in precedenza lavorarono all’interno del governo federale, soprattutto in istituzioni finanziarie come la Fed. Nei due anni precedenti al lancio del programma Tarp, non emersero particolari evidenze di operazioni inusuali di insight, ma nei 9 mesi seguenti al suo annuncio, ecco che qualcosa di anomalo emerse: per il paper, «insiders con connessioni politiche ebbero significativi vantaggi informativi durante la crisi e operarono in modo da trarre vantaggio e sfruttarli». 

Insomma, il governo Usa e la Fed operarono apertamente a favore di Wall Street con soldi della classe media: non è una novità, né qualcosa che sconvolga, ma ora a dirlo non sono i blogger, bensì studi accademici citati dall’Economist. Una riga sui giornali o due parole al tg? Zero, silenzio assoluto: eppure negli anni, soprattutto quando alla guida c’era il compagno al caviale Bill Emmott, il settimanale inglese è stato citato e stracitato – spesso a sproposito – dai nostri media esterofili e un po’ politicamente paraculi, se mi passate il francesismo. Un altro studio ha analizzato dati relativi al periodo fra il 1999 e il 2014 ottenuti da Abel Nosero, un’azienda utilizzata da investitori istituzionali per tracciare i costi delle transazioni, i quali coprivano l’attività di circa 300 brokers, focalizzandosi sull’attività dei 30 più grandi, i quali gestivano circa l’85% del volume totale di trading. Insomma, non la Sim dietro l’angolo. E cosa ci dice il report? «Gli autori hanno trovato prove del fatto che i grandi investitori tendevano a operare maggiormente in periodi precedenti a grandi annunci, il che è difficile da spiegare se non facendo ricorso al fatto che questi potessero usufruire di informazioni privilegiate». Insomma, ai guru piace vincere facile, altro che geni della finanza. Per lo studio, i brokers possono acquisire queste informazioni in molti modi, il più “innocente” dei quali è il cosiddetto spread the news relativo ai desideri di un particolare cliente di comprare o vendere un ammontare particolarmente ampio di titoli al fine di creare un mercato a sé, un po’ ciò che una casa d’aste può fare per un dipinto. 

Ecco come l’Economist tratta le evidenze: «Come risultato di quanto emerso, si scopre che le grandi istituzioni possono essere al tempo stesso beneficiarie e vittime di questo tipo di passaggio di informazioni. Ma, in generale, ne traggono vantaggio. I veri perdenti – conclude lo studio – sono i clienti retail e i piccoli asset managers». Ovvero, il giubilato ma utilissimo parco buoi. Ovvero, noi comuni mortali. Poi, la conclusione: «Comune a tutti e tre gli studi è l’evidenza in base alla quale i mercati pubblici, come da tempo sottolineano le teorie cospirazioniste, non sono realmente pubblici e che cambiare la legge per regolamentarli potrebbe non risultare fattibile». Il tutto, certificato dall’Economist, un settimanale detenuto al 26% dalla famiglia Rothschild. Interessante, non vi pare? Ma vuoi mettere l’appeal e l’importanza sistemica di un bel dibattito sull’attualità del fascismo? 

E non pensiate che l’Economist abbia pubblicato quell’articolo per essersi sinceramente pentito riguardo posizioni assunte nel passato, anche recente: lo fa perché sapendo che il botto è imminente, si mette sulla difensiva, pronto a dire “Noi lo abbiamo denunciato che Wall Street è un covo di intrallazzoni”. Perché stavolta sarà dura far passare vulgate alternative, ancorché la follia di Trump e la natura destabilizzante di Bitcoin siano già sulla rampa di lancio come capri espiatori, anche la Bce ha già messo le mani avanti in tal senso. 

Veniamo poi, brevemente, al secondo articolo che – letto in prospettiva – rende ancor più delirante, sconfortante e irresponsabile la campagna elettorale in atto nel nostro Paese. Si tratta del commento di Alessandro Graziani pubblicato domenica dal Sole24Ore con il titolo La Yalta del sistema finanziario. Semplice la tesi di fondo: Germania e Francia stanno a tal punto riscrivendo le regole europee anche a livello finanziario che rischiamo, come Italia, di veder passare un regime change devastante per il nostro sistema bancario, dopo quello sui non performing loans messo a rischio dal blitz sull’addendum della Bce. Ovvero, l’eliminazione del concetto di risk-free per le detenzioni di debito pubblico in pancia agli istituti bancari, attualmente a quota 324 miliardi di euro per i nostri. 

Insomma, i titoli di Stato saranno soggetti ad accantonamenti ad hoc, altrimenti non potranno essere parcheggiati nei bilanci delle banche, comodo salvadanaio in tempo di spread ballerino e, di fatto, un modus operandi strutturale per quanto ci riguarda, il famoso cordone ombelicale che lega politica e finanza nel nostro Paese, dando vita a quell’intreccio perverso e cancerogeno chiamato capitalismo di relazione. Graziani fa notare come la questione sia realmente dirimente e sottolinea, giustamente, l’inaccettabile silenzio al riguardo da parte di una classe politica che nel corso di questa campagna elettorale pare interessata a tutto, tranne che alle cose importanti. Insomma, se passa il concetto di ponderazione del rischio e l’equiparazione fra rischio di credito e rischio sovrano, siamo fottuti. 

E al riguardo, Graziani cita anche l’allarme lanciato non più tardi di sabato dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parlando al Forex: «È illusorio pensare che, per quanto ordinata, la ristrutturazione di un debito pubblico possa avvenire senza pesanti conseguenze per l’economia nazionale e per il complesso di quella europea», ha dichiarato il numero uno di Palazzo Koch. Di fatto, cosa significa? Che Parigi e Berlino puntano a un orizzonto greco, ovviamente con modalità e strumenti differenti, per il nostro Paese e il suo debito pubblico irredimibile, dopo anni di richiami e qualche giochetto non proprio pulito, stile 2011 per far passare surettiziamente la Troika in loden di Monti e soci. Certo, capisco che il dibattito sul rischio del ritorno del fascismo sia tremendamente affascinante, ma non vi interesserebbe conoscere il punto di vista dei vari candidati al riguardo? Cosa appare più minaccioso per il futuro del nostro Paese, questo ennesimo atto di forza franco-tedesco benedetto da Bruxelles o il rischio del bivacco di manipoli in camicia nera a Montecitorio? 

Siamo alla follia totale. E sapete perché? Perché se passa la riforma sulle detenzioni di debito pubblico, le nostre banche subiranno uno shock dieci volte più forte di quello legato ai non performing loans, anche soltanto a livello di percezione del rischio: e cosa faranno con quella carta, sia che scatti l’obbligo o meno? La liquideranno dai bilanci o, quantomeno, diminuiranno pesantemente e a prezzo di saldo l’esposizione, pur di non incorrere in obblighi di accantonamenti che potrebbero ucciderle, sotto forma di necessità di aumenti di capitale in un periodo totalmente avverso di sentiment di mercato, fra Borse che crollano e Bce che si prepara a ritirare lo stimolo monetario. 

C’è alle porte un 1992 in versione 2.0 (e non ditemi che non vi avevo avvertito al riguardo, a tempo debito) e questi parlano di fascismo, rimpatri fantascientifici di 600mila persone quando non riusciamo a rispedirne a casa 15 e flat tax: davvero meritiamo una classe dirigente simile? Davvero questa gente è destinata a governare il Paese, ovvero a decidere del vostro e del mio futuro? Ditemi di no, vi prego. Così Graziani concludeva il suo commento sul Sole: «Per sedersi al tavolo e contare, non serve alzare i toni (e i programmi in deficit) in campagna elettorale, ma presentarsi in Europa con la credibilità di chi sta facendo in modo serio i compiti a casa». Credibilità? Compiti a casa? Serietà? E io che pensavo di essere il più grande illuso del mondo. 

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