I mattoni parlanti di Lipsia

dal blog Gente, cose, aperitivi

Architettura industriale e storia delle clamorose ascese e cadute di una città

Lipsia, stazione centrale. Probabilmente una modesta stazione dell’est della Germania, lo snodo ferroviario con poche pretese di una città di 500.000 abitanti, con poco altro intorno, e già alla periferia d’Europa. Una sala d’attesa, un chioschetto, un tabacchino e forse un fiorista? Sbagliato caro aspirante turista/interessato/visitatore di amici che ti stai avvicinando alla città sassone.  Leipzig Hauptbahnhof è un edificio colossale. Esagerato. La più grande stazione di testa d’Europa oltre che una specie di centro commerciale su tre piani con uno scheletro in acciaio, vetro e pietra color sabbia memore delle sue gloriose origini inizio novecentesche, a cui si aggiunge il moto perpetuo di scale mobili, ascensori e persone.

Lo stupore resta e si fa spazio la domanda: da dove viene questa sproporzione? Perché per quanto la stazione di Lipsia possa riempirsi in un sabato pomeriggio, la sensazione di essere in un luogo creato con in mente una popolazione più grande e una città diversa, rimane.

La stazione centrale è solo il punto di partenza (naturale e casuale assieme) per spiegare l’anima di una città, e di questa in particolare. Se si cammina per le strade di Lipsia sbucano come funghi, nascosti dietro a file di case liberty color pastello, ciminiere in mattoni ed edifici industriali con l’inconfondibile estetica della fine del XIX secolo. Tanti sono abbandonati: sublimi ruderi che completano il paesaggio di ogni quartiere. Altri hanno trovato nuove funzioni e nuova vita: dal classico loft o ufficio, a spazi creativi con atelier di artisti, locali, centri autogestiti.

L’architettura industriale che modella la città ci racconta di un luogo che, all’inizio 900, quando gli equilibri economici europei erano spostati più a est e l’Impero Austro-Ungarico era ancora un pezzo grosso sulla scacchiera geopolitica, era un centro industriale in crescita esponenziale. L’enorme stazione si trovava in una coordinata logisticamente strategica, una cerniera tra est e ovest, fondamentale per lo scambio di merci e persone. Interi quartieri, una rete di canali e centinaia di centri produttivi dismessi portano il segno di quel boom.

Spinnerei: un riassunto di Lipsia in venti edifici

 

 

Come la Spinnerei: venti costruzioni in mattoni scuri, ciminiere e antichi binari sono quel che resta di quella che ai tempi della sua inaugurazione alla fine dell’800 era la più gande filatura di cotone dell’Europa continentale, una città nella città che ha resistito ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale perché la sua immensa spianata di tetti dipinti di verde venne scambiata per campi dai piloti dei bombardieri.

Anche durante la DDR, quando Leipzig era il fiore all’occhiello della produzione made in Germania Est, e la città stava vivendo un altro boom industriale e demografico, la Spinnerei era un inarrestabile centro produttivo: lavoro monotono alla catena di montaggio diviso su tre turni per un ciclo di lavoro costante. Fatica e sudore socialisti impregnano tutte le pietre di questo posto.

E poi: la caduta del muro e del comunismo, la decadenza rapida di tutto il sistema industriale della DDR (Spinnerei compresa) e della città. Ancora una volta la grande ex filiera è una metafora della storia di Lipsia, che negli anni novanta si spopolò lasciandosi dietro case vuote, disoccupazione, fiumi inquinati e puzzolenti e, ovviamente, tante fabbriche obsolete per i canoni della metà ovest della cortina di ferro. Ma anche spazio. Tanto spazio e immobili a prezzi ridicoli da riempire in modo creativo con pochi soldi ma possibilmente tante idee.

Durante la metà degli anni 90 la Spinnerei, ormai definitivamente abbandonata la sua funzione industriale, comincia a ripopolarsi lentamente, questa volta di artisti e artigiani, fino a diventare quello che è oggi: un enorme concentrato di atelier, studi di architetti, di orefici, poi un cinema, residenze per artisti. Ci si possono trovare feste, concerti e attività culturali di ogni genere. Anche in questo caso l’ex fabbrica tessile è uno specchio della città: da qualche anno il numero di lipsiensi cresce di nuovo, i quartieri cambiano rapidamente, si ripuliscono, si gentirificano un po’, ma senza abbandonare il flair alternativo, creativo e squattrinato come marchio di fabbrica. “Povera ma sexy” è il motto di Berlino, ma si può estendere anche a Lipsia. Forse un po’ meno sexy e un po’ più povera, ma un gioiello nascosto per amanti del genere, quelli che cercano l’autenticità della Berlino anni 90. “(Forse) la nuova Berlino” pronosticava infatti il New York Times in un articolo di qualche anno fa, che viene costantemente citato con orgoglio ancora un po’ incredulo da autoctoni e lipsiensi per scelta, a inconfutabile prova del nuovo hype a sud-est della capitale tedesca.

Hype appunto. Lipsia sembra la città dei grandi progetti e delle grandi aspettative che arrivano ad un passo dall’essere realizzate, e poi si perdono ad un millimetro dal traguardo, come la storia delle sue possenti industrializzazioni, che l’hanno spesso portata ad essere il certo industriale (quasi) più importante. Quasi quasi, ancora un po’, dai-dai… no.

Giezer 16, Kammgarnspinnerei, eccetera, eccetera, eccetera

 

 

La Spinnerei non è l’unico esempio di rinascita sulle ceneri di un’industria (soprattutto tessile) ormai esportata molto più a est. Gieszer 16, solo per fare un esempio, è un edificio della stessa epoca ma dall’aspetto molto più precario e borderline che si autodefinisce “centro autogestito per promuovere la critica sociale e l’emancipazione”, di fatto grosse sale in mattoni dove dj mettono musica fino a molto più tardi di quanto pensiate, band suonano live e vengono organizzate attività creative di qualunque genere. E poi ci sono gli enormi edifici diventati loft di lusso con vista sui canali e sui fiumi che attraversano l’area ovest della città, come la ex filera Kammgarnspinnerei, costruita tra il 1879 e il 1923 con un maestoso ponte coperto che unisce le due parti del complesso sulle due rive della Weiße Elster, o l’edificio della Mey & Edlich, sede dall’omonima ditta di abbigliamento maschile fondata nel 1868 che, dopo aver abbandonato a se stesso l’edificio storico nel 1953, ci si è ritrasferita nel 2006 quando la ristrutturazione l’ha fatto rinascere e trasformato in appartamenti  e uffici con vista canale.

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E questi sono solo un paio di esempi. Lipsia è un potenziale paradiso per l’archeologo industriale, e anche per chi ama intrufolarsi negli edifici abbandonati: le fabbriche semplicemente lasciate a se stesse infatti sono tantissime, e ci parlano ancora una volta della vita di un posto, in questo caso di una rinascita sì, ma incompleta, di una città comunque relativamente povera dove non scorrono i milioni a trasformarla nella Brooklyn europea con schiere di loft fancy per manager danarosi. E alla fin fine è quello che di Leipzig piace. Povera ma sexy.

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Irish Travellers: i nomadi d’Irlanda

 

Travellers

Nel marzo del 2017 il governo della Repubblica d’Irlanda ha riconosciuto a una comunità 100% irlandese, ed esistente sull’isola dalla notte dei tempi, lo status di minoranza etnica. Lo scopo? Quello di dare un contributo alla sua accettazione e integrazione nella società.

Curioso no? Per integrare una comunità che per genetica, religione e lingua di fatto dovrebbe essere considerata proto-irlandese è necessario sancirne ufficialmente la diversità? Ebbene questa è la storia degli Irish Travellers, i nomadi d’Irlanda in via di sedentarizzazione e in lotta per l’integrazione e la conservazione della propria cultura.

CHI SONO I TRAVELLERS?

Ad ottobre di quest’anno l’Irish Times pubblicava un’inchiesta sul razzismo e la discriminazione in Irlanda, un paese che, lo ricordo, non ha partiti xenofobi  o razzisti e ha un passato recente di emigrazione che forgia sia la memoria storica, che l’identità nazionale moderna. Dall’articolo del quotidiano emergeva che la comunità più discriminata in assoluto in Irlanda è senza dubbio quella dei Travellers.

I..chi?

I Travellers, anche detti Pavee, sono una comunità tradizionalmente nomade che esiste per lo meno dal secolo XVII e che rappresenta oggi lo 0,7% della popolazione nella Repubblica d’Irlanda. Non avendo una tradizione scritta (ma solo una fertilissima tradizione orale), l’origine del nomadismo non è chiara. Una teoria diffusa ipotizzava fino a poco tempo fa che i Pavee originassero da famiglie rimaste senza terra durante la Great Famine, la carestia delle patate che dimezzò la popolazione irlandese a metà dell’Ottocento, un’altra persino che avessero dei legami con la comunità Rom. Un più recente studio genetico congiunto del Royal College of Surgeons di Dublino e dell’Università di Edimburgo ha però demolito entrambe le versioni più diffuse: il materiale genetico raccolto indicherebbe infatti che il distacco dalla società stanziale irlandese è avvenuto prima della carestia, a metà del 600 circa, e confermerebbe una genetica di origini puramente e primordialmente irlandesi, escludendo la teoria del legame con altri popoli.

L’isolamento e l’abitudine delle famiglie a sposarsi tra di loro a fatto sì che oggi la comunità non solo abbia un materiale genetico leggermente differente dal resto della popolazione, ma abbia anche nei secoli sviluppato una cultura e uno stile di vita propri e paralleli a quelli della società irlandese. Come spesso succede, la lingua ci dice molto su chi la parla: la lingua dei Pavee, la cui denominazione accademica generica è Shelta, non è una lingua importata, ma creata con materiale linguistico endogeno (principalmente gaelico e inglese modificato), e soprattutto è una lingua segreta, nata con l’unico scopo di essere incomprensibile al di fuori della comunità. Ma non è solo la lingua a caratterizza la peculiarità dei Travellers: ci sono tradizioni musicali (struggenti voci maschili che cantano senza o con accompagnamento musicale) e artistiche (antichi, coloratissimi carri in legno affrescati), culti e riti, usanze come quella di sposarsi molto giovani, e aspetti più triviali ma molto caratteristici come un controverso gusto in fatto di moda. Anche il cattolicesimo praticato dalla comunità è una forma ibrida di religione che sfugge alle regole confessionali e alla struttura-chiesa e si mischia a credenze, miti e a una lunga tradizione orale di racconti attorno al falò popolati da fantasmi, apparizioni ed esseri sovrannaturali.

IERI E OGGI

I carri a botte trainati dai cavalli ai margini delle strade di campagna erano fino alla metà del secolo scorso parte integrante del paesaggio irlandese e casa su ruote dei Travellers. Al tempo, e in parte ancora oggi, i Travellers si dedicavano spesso a professioni specifiche come l’allevamento di cavalli, la lavorazione dei metalli, e altri lavori manuali a seconda dell’esigenza, oltre che alle elemosina porta a porta. In un’epoca in cui i lavori itineranti (maniscalchi, braccianti, stagnini, spazzacamini) erano comuni e il concetto di proprietà nelle campagne irlandesi più fluido, lo stile di vita dei Travellers era più integrabile, se non nella società, almeno negli spazi e nei mestieri richiesti dell’Irlanda rurale, come raccontano anziani Travellers in molte delle recenti interviste che sono seguite l’altrettanto recente interesse per la comunità.

Ma se si confronta il romanticismo nostalgico dei racconti delle generazioni più vecchie con la realtà dei dati statistici, si scopre che, nonostante godessero ancora negli anni Sessanta di libertà di movimento e accampamento, anche nei censimenti più antichi la mortalità infantile era molto più alta tra la comunità dei Travellers che tra il resto della popolazione, mentre le condizioni di salute e la speranza di vita molto più bassi. Se oggi questi due parametri sono leggermente migliorati (censimento 2016), pur restando differenti da quelli dei così detti settled (gli irlandesi stanziali), ne vengono introdotti altri che descrivono il disagio sociale, come il tasso di disoccupazione all’80% o l’incidenza di suicidi, che sono la causa dell’11% delle morti nella comunità.

UNA CULTURA CHE SCOMPARE, UNA DISCRIMINAZIONE CHE RIMANE

Nonostante i tanti punti di contattato linguistici e culturali tra gli irlandesi e i Travellers quindi, i secondi sembrano vivere da secoli in un mondo parallelo che ha resistito con forza alla fusione con la cultura dominante. Come si spiega? Il nomadismo ha sempre tenuto i Pavee al margine dalla vita dei settled, e anche lontani dall’educazione (le generazioni più vecchie sono ancora oggi per la maggior parte analfabete) e in modo crescente dall’integrazione nel mondo del lavoro, creando a sua volta una spirale di miseria, criminalità, emarginazione e discriminazione. Se uno stagnino analfabeta poteva trovare facilmente la sua dimensione nell’Irlanda degli anni 20, magari anche in quella degli anni 60, un uomo o una donna con un basso livello culturale e nessuna professione veramente utile alle esigenze del mondo moderno (in un paese poi che si è catapultato dal primario direttamente al terziario super avanzato), ha poche opportunità di integrarsi.

Il nomadismo nella moderna società europea, con le sue regole di proprietà, i suoi standard di comfort ed esigenze imprescindibili come l’educazione primaria, è sempre più impraticabile: con 1.355 abitazioni mobili registrate nel 2016, i Travellers che praticano ancora uno stile di vita nomade sono una minoranza. Con il graduale abbandono del nomadismo però si va perdendo l’elemento centrale e primigenio della cultura dei Pavee, e si va intensificando il desiderio e l’esigenza di trovare uno spazio nella società, ma anche la paura di essere assimilati e divorati dalla cultura mainstream e sparire dalla storia.

Ed è così che negli ultimi decenni sono nate diverse associazioni per la difesa della cultura Travellers, che hanno stimolato in generale un ethnicity discourse all’esterno e all’interno della comunità (o forse è il discorso sull’etnicità a stimolare le associazioni? Ma ad ogni modo, entrambi esistono). Questo ha portato a sua volta in Irlanda decine di fotografi (soprattutto stranieri) affascinati da questo mondo libero, ancestrale ed ermetico, ed etnologi e biologi improvvisamente stupiti del fatto che tutti si fossero dimenticati di interessarsi a questo fenomeno socio-genetico-culturale per secoli. Tutti accomunati dalla percepita necessità di documentare un mondo in trasformazione che potrebbe (o no) essere fagocitato dalla società moderna come pegno da pagare per raggiungere l’integrazione.

QUINDI: PERCHÉ È IMPORTANTE RICONOSCERE LA DIVERSITÁ?

È in questo contesto che bisogna quindi leggere il riconoscimento dell’etnicità dei Pavee e l’accoglienza entusiastica da parte della comunità: la diversità dei Travellers significa che l’integrazione deve passare attraverso la valorizzazione e l’accettazione della loro peculiarità e storia e non attraverso l’assimilazione. I Travellers non sono failed settled e casi sociali, ma parte della varietà culturale d’Irlanda.

Sulla carta. Per l’integrazione, che avvenga per assimilazione o valorizzazione, c’è ancora tanta strada da fare.

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