PERCHE’ VERAMENTE L’ITALIA HA BISOGNO DI UN GOVERNO NEL PIENO DEI SUOI POTERI

di paolopolitiblog

http://orizzonte48.blogspot.it/ 13 aprile 2018

Badoglio ed Eisenhower
1. Come previsto ( qui, p.1.1.), la questione della formazione di un governo in Italia e quella dei “venti di guerra” che spirano dalla Siria (e da tutto il Medio Oriente), si intrecciano in modo, inevitabilmente, ambiguo in queste ore.
Al termine del secondo giro di consultazioni,  il Presidente della Repubblica ha, com’era da attendersi dato il ruolo che interpreta, enumerato le questioni politico-economiche, nazionali e internazionali, che rendono urgente la formazione di un governo, sollecitando perciò i partiti affinchè superino l’attuale mancanza di progressi nel trovare un accordo che consenta di formare una indispensabile coalizione:
“Emerge con evidenza che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il Governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro paese di avere un Governo nella pienezza delle sue funzioni “. Lo afferma Sergio Mattar…
2. L’indicazione delle delicate questioni prioritarie che un governo con pieni poteri dovrebbe affrontare è senz’altro condivisibile.
Ma cerchiamo di esaminare, uno per uno, i vari aspetti problematici elencati dal Capo dello Stato: analizzarne e verificarne il concreto atteggiarsi, può farci comprendere la loro rilevanza e, in coerenza,  le soluzioni che un governo italiano dovrebbe tentare di perseguire. E ciò consente, ancor prima, di capire  se una potenziale coalizione valga l’altra, nell’efficacia della sua prevedibile azione rispetto all’interesse del popolo italiano (art.1 Cost.).
3. Cominciamo dalle ” attese dei nostri concittadini“: il risultato elettorale è già di per sè un indicatore, per quanto notoriamente approssimativo, di tali attese.
Stando ai programmi delle formazioni politiche che hanno riscosso il maggior riscontro di voti, e che rappresentano in concreto circa i due terzi dei seggi in parlamento, queste attese, più che in un generico “ritorno” alla crescita”, – elemento estremamente controverso, sia sul piano degli strumenti economico-fiscali “consentanei” a raggiungerlo, sia sul piano dei risultati ottenuti, specie sul piano “distributivo” dagli strumenti finora utilizzati (su indicazioni sempre più cogenti delle istituzioni dell’eurozona) -, consistono nella risoluzione del problema di occupazione e di crescente e diffusa povertà che, anche in presenza di (deboli) segni positivi del PIL, la grande maggioranza degli italiani ha subito.
3.1. Posta in questi termini, che sarebbero difficili da negare, (e sia pure considerando il riduzionismo mediatico che tende a semplificare in “reddito di cittadinanza + flat tax + abolizione della “Fornero” il clou delle istanze che hanno raccolto più voti),  le attese dei nostri concittadini possono più esattamente e legittimamente riassumersi nell’adozione di politiche di piena occupazione e tutela del lavoro (artt. 1, 4 e 35 Cost.) mediante l’intervento dello Stato (artt. 3, comma 2, e 41, 43, 47 Cost.).
Si tratta, a voler interpretare tali “attese” nel modo più conforme al dettato costituzionale, di  ciò che risulta direttamente avversato dalle regole dei trattati europei e, ancor più, da quelle derivanti dall’appartenenza all’eurozona, prime fra tutte il pareggio di bilancio-fiscal compact e l’unione bancaria.
Della dichiarazione del PdR si può apprezzare la neutralità, cioè l’aver evitato di considerare in modo diretto ed eplicito la  obbligatoria continuità dell’applicazione di queste norme da trattato (il “vincolo esterno”), come soluzione prioriataria ai problemi di  disoccupazione e impoverimento.
Di certo, le evidenze scientifico-economiche più autorevoli e sempre più concordi, che il problema risieda in una  “distruzione della domanda interna” determinata dall’aggiustamento, degli squilibri commerciali e finanziari,  obbligatorio all’interno di un’area valutaria in cui sonovietati (non semplicemente non previsti) i trasferimenti di una (inesistente) fiscalità federale.
4. Veniamo ai ” contrasti nel commercio internazionale“: l’espressione usata è altrettanto neutra, ma  non ci si può nascondere che se questi si sono posti, hanno avuto come propulsione le politiche intraprese da Trump, per la tutela dell’occupazione (effettiva, “buona”) e dell’industria americane; il fenomeno si inserisce in quello più ampio della crisi del paradigma istituzionale della “globalizzazione” (così strettamente  legata al terrorismo), che, come evidenziava primo e più noto fra tutti,  Rodrik, non è certamente risultata in un vantaggio di tipo socializzato, cioè condidiso dalla maggior parte delle popolazioni composte da lavoratori, persino nei paesi come Germania e Olanda, più mercantilisti e a vocazione  export-led.
Dunque,  il protezionismo non può essere acriticamente demonizzato  con fanatica ideologiasenza distinguerne le diverse condizioni di applicazione  e le diverse finalità e graduazioni di intensità; persino  Wolf, con anticipo rispetto agli eventi odierni, segnalava l’instabilità prima sociale che politica derivante dall’aver creato tanti  perdenti e pochi vincenti della globalizzazione. I quali, anzi, rilanciano imperterriti, negando ogni evidenza di una situazione che più diventa insostenibile, più li vede accanirsi nel voler negare la responsabilità degli errori che pretendono di continuare ad aggravare ( v. alla voce Lagarde).
5. Parliamo pure delle ” scadenze importanti e imminenti nell’Ue“: qui si pone sicuramente una grave criticità, purché si abbia chiaro che  il divieto (divieto) di solidarietà fiscale tra paesi dell’eurozona è un pilastro dei trattati e che  per cambiarli occorre l’unanimità(nonostante si finga o si ignori colpevolmente di prendere atto di ciò) .
Date queste premesse, e  le proposte caldeggiate dai paesi dominanti dell’eurozona le “scadenze”, possono essere soltanto foriere di ulteriori e gravi minacce al lavoro e al benessere degli italiani, dato  l’inequivoco e irremovibile atteggiamento tenuto da sempre dalla Germania.
La riforma dei trattati assume sempre e solo il carattere di una pseudo-solidarietà, inesistente nei fatti, risolvendosi in meccanismi di sostanziale natura assicurativa, in cui si pagano, a carico dei bilanci dei paesi dell’eurozona, aggravamenti sostanziali dei bilanci nazionali per una contribuzione il cui corrispettivo è solo l’imposizione di dure e ulteriori condizionalità da parte di una trojka istituzionalizzata ( qui, p.5).
Le proposte sul tappeto, intrise di cosmesi nominalistica, ricalcano i vari espedienti di Schauble e le pretese tedesche di riversare sull’Italia i costi di aggiustamento del loro irrinunciabile mercantilismo,  fino all’invito a uscire dall’euro ma naturalmente pagando l’inesistente debito Tagert-2.
Dunque,  certamente: l’Italia dovrebbe al più presto avere un governo con pieni poteri, ma, obiettivamente e senza alcuna esitazione, ormai imperdonabile,  per difendersi con una forza mai usata prima, dall’aggressione sistematica franco-tedesca.
E, soprattutto, per  difendere la nostra DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: un bene prezioso che appartiene prima che alle istituzioni di vertice, a tutto  il popolo sovrano che “creda nelle costituzioni“…
6. Quanto a ” l’acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall’Italia“, ci pare che anche qui, le superiori indicazioni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, dovrebbero segnalare che  i giochi della  geo-politica globalista (vecchia e nuova, ma sempreaggressivamente eguale a se stessa),  non possono indurci a varcare  né il senso sostanziale dell’art.11 Cost. (quale esemplarmente rammentato da Lelio Basso fin dal 1949)nè, tantomeno, la pur negletta lettera dei trattati a cui siamo legati:
LucianoBarraCaraccio @LucianoBarraCar Se il trattato Nato fosse normalmente applicato, non si vede nemmeno perché porre la questione. C’è di mezzo qualcosa che non sappiamo? https://www. huffingtonpost.it/2018/04/12/fed elta-atlantica_a_23409392/?utm_hp_ref=it-homepage … 16:15 – 12 apr 2018 53 64 ut…

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