Deutsche Bank e non solo. Tutte le magagne (occultate) della Germania

di paolopolitiblog

Guido Salerno Aletta startmag.it 3 giugno 2018

L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta su potenzialità e sfide dell’economia tedesca. Il caso Deutsche Bank

Ancora una volta, la linea gotica non ha resistito a lungo: la inaudita pressione politica tedesca, con il neinsull’incarico di ministro dell’Economia a Paolo Savona, cui si addebitava il sostegno personale e scientifico dato nel 2015 alla predisposizione di un Piano per l’uscita unilaterale dell’Italia dall’euro, ha sortito l’effetto opposto.

Dal rinsaldarsi di tutte le componenti che chiedono un riequilibrio dei processi di sviluppo all’interno dell’Unione, è derivata la nomina di Savona a ministro per gli Affari europei: un ruolo politico ancora più importante, seppure meno appariscente, visto che gli spetta presiedere il Comitato interministeriale per gli affari europei (CIAE), cui partecipano i ministri degli Esteri, dell’Economia e delle finanze, per gli Affari regionali, per la coesione territoriale e gli altri di volta in volta competenti nelle materie all’ordine del giorno.

Nel Comitato si concordano le linee politiche del governo nella fase di predisposizione degli atti dell’Unione europea, tenendo conto degli indirizzi espressi dalle Camere, e per l’adempimento degli obblighi di appartenenza all’Unione. Al ministro Savona competerà inoltre la predisposizione della legge annuale di delega al governo per il recepimento delle direttive europee. Nei rapporti con Bruxelles, le nomine effettuate agli Affari europei, agli Esteri, all’Economia ed alle finanze, ed alla Difesa rappresentano un unico quadrilatero.

Tra Italia e Germania, il quadro delle relazioni si mostra assai frastagliato, travagliato come mai prima d’ora. A fronte dei rapporti strettissimi sul piano commerciale e della integrazione tra i sistemi industriali della Baviera e del Nordest, i raccordi finanziari sono diventati sempre più freddi, il posizionamento geo-economico diverge, le strategie di crescita sono inconciliabili.

Rimangono atteggiamenti culturali profondamente diversi: veniamo considerati, noi Italiani, dei discoli incorreggibili che non rispettano le regole, soprattutto quelle che attengono agli equilibri della finanza pubblica. Gli Italiani, di converso, non comprendono perché e quanto sia profonda la duplice paura che attanaglia la Germania.

Il modello economico tedesco si fonda sullo squilibrio strutturale dei conti con l’estero, commerciali e finanziari, entrambi a suo favore. L’attivo commerciale, in prospettiva, è sempre più a rischio: zavorrato dalla stagnazione interna all’Eurozona; minacciato dal nuovo approccio americano in materia di commercio internazionale e dalla prospettiva di indipendenza tecnologica da parte della Cina; reso critico dalla insostenibilità di debiti crescenti, statali o privati che siano, e dai rischi che ne conseguono per la stabilità finanziaria globale.

Il nodo è Francoforte: non è né come la City, che da sempre raccoglie e fa lavorare i capitali in giro per il mondo; né tantomeno rassomiglia a Wall Street, che attira il denaro sulla quotazione di un numero incredibilmente elevato di imprese, non importa in quale Paese effettivamente producano.

Il sistema finanziario tedesco, che tradizionalmente finanzia l’export industriale e gli investimenti bancari nelle aree di influenza, è stato già trascinato a fondo dalla necessità di finanziare Paesi strutturalmente deficitari, come è accaduto per la Grecia e la Spagna, che alla lunga hanno fatto default. Non solo: nel corso del tempo, Francoforte si è assunto i rischi esternalizzati dagli altri sistemi economici: è successo così con i mutui subprime americani, che venivano cartolarizzati, ed ancora oggi accade che i prodotti derivati originati dall’estero siano il suo core business; commercia e finanzia rischi valutari, sugli interessi, sul default.

Ecco perché la Germania vive con una duplice paura: da una parte, la sua stabilità economica dipende dall’export strutturalmente attivo e quindi dal deficit produttivo altrui; dall’altra, la sua ricchezza dipende dalla stabilità dei suoi debitori, che è insostenibile se rimangono strutturalmente deficitari. In questo risiede non solo la irresolubile contraddizione della strategia tedesca, quanto il terrore che in qualche modo venga costretta a bilanciare i conti con l’estero, attraverso l’inflazione.

L’Italia rappresenta un pericolo politico soprattutto quando chiede un riequilibrio dei processi di crescita in Europa: è una minaccia alla Germania che supera per gravità anche le critiche mosse alla costruzione dell’euro, una moneta fortemente sottovalutata che ha fatto la fortuna dell’economia tedesca. L’euro è infatti solo uno strumento attraverso cui si pratica la egemonia.

Con la crisi, e le politiche di austerità, il baricentro della economia tedesca si è dovuto spostare al di fuori dell’Eurozona: questo processo è testimoniato dal sostanziale pareggio della bilancia commerciale con quest’area: rispetto ai 244,9 miliardi di euro di attivo commerciale complessivo del 2017, in crescita del 6,3% rispetto all’anno precedente, il saldo positivo con l’Eurozona è stato di appena 12 miliardi. Su un export complessivo tedesco di 1.274 miliardi di euro, gli autoveicoli sono stati ancora una volta il fattore principale, con 234 miliardi di euro; a seguire, i macchinari con 184 miliardi ed i prodotti chimici con 115 miliardi.

Per quanto riguarda i partner europei, la Francia continua ad essere in deficit commerciale strutturale con la Germania, con -41 miliardi di euro, mentre il passivo dell’Italia è stato di -9,6 miliardi. A differenza della Francia, che dal 2000 ha visto continuamente peggiorare la sua bilancia dei pagamenti correnti, negativa nel 2017 per un importo pari all’1,4% del pil, l’Italia registra attivi crescenti a partire dal 2014, raggiungendo nello scorso anno il +2,9% del pil.

I rapporti commerciali tra Italia e Germania sono assai stretti: nel 2017, con un interscambio di 121,2 miliardi di euro, è stata sia il nostro primo fornitore, con il 14,8% di quota di mercato, che il nostro primo cliente con il 12,4%; di converso, noi siamo stati il quinto Paese fornitore di merci importate dalla Germania, con una quota del 5,3%, ed il loro settimo mercato di sbocco, con il 4,9%.

Per quanto riguarda le relazioni finanziarie, il quadro fornito dal Fmi è il seguente: a fine 2016, lo stock di investimenti diretti netti italiani in Germania ammontava a 46.8 miliardi di euro, mentre quello dei tedeschi in Germania arrivava a soli 33,8 miliardi, registrandosi nel corso dell’anno una limitata contrazione dei flussi di investimento da entrambe le parti (-402 milioni da parte italiana e -151 milioni da parte tedesca).

Per quanto riguarda gli investimenti di portafoglio, dopo la crisi l’atteggiamento tedesco è stato assai più generoso a favore della Francia, di cui evidentemente si fida maggiormente: la detenzione di titoli francesi è passata dai 74 miliardi di dollari del 2001 ai 212 miliardi del 2008, arrivando a 405 miliardi a fine 2013, per poi mantenersi ai 407 miliardi di metà 2017.

Per quanto riguarda i titoli italiani, tra il 2001 ed il 2008 il portafogli tedesco aveva incrementato le detenzioni passando da 81 a 214 miliardi di dollari; a partire dal 2014, invece, c’è stata una netta riduzione, con solo 164 miliardi di dollari a giugno 2017. Il comportamento italiano nei confronti della Francia è stato lineare, passando dai 123 miliardi di dollari di fine 2008 ai 183 miliardi di metà 2017. Diverso è stato quello nei confronti della Germania: da una detenzione di 50 miliardi di dollari di fine 2001, siamo passati ai 109 miliardi del 2008; successivamente si è registrato un decremento delle detenzioni analogo a quello tenuto dalla controparte, scendendo a metà 2017 ad appena 81 miliardi di dollari.

Sulla base delle informazioni censite dalla Bri, il sistema bancario tedesco aveva percepito l’imminente crisi americana aumentando le proprie esposizioni verso l’Italia, impennatesi tra il 2006 ed il 2008, passate da 31 a 428 miliardi di dollari, e poi costantemente ridotte per giungere ai 207 miliardi di fine 2017. Nei confronti della Francia, l’atteggiamento pre-crisi è stato pressoché identico: l’esposizione si è ridotta dai 310 miliardi di dollari del 2008-2010 ai 166 miliardi di fine 2017.

Il dilemma del sistema finanziario tedesco è sempre lo stesso: deve trovare dove e come investire all’estero in modo sicuro i risparmi tedeschi, i proventi dell’attivo commerciale, ed i capitali stranieri che cercano rifugio in Germania. Paradossalmente, se per un verso si fa garante della stabilità dei depositi esteri che affluiscono alle banche tedesche, per l’altro li coinvolgerebbe drammaticamente nel caso di un default del sistema bancario. Quest’ultimo, a fine 2017, aveva crediti verso le banche estere che riportano alla Bri per complessivi 1.486 miliardi di dollari.

Le recenti notizie che riguardano Deutsche Bank non sono affatto rassicuranti, visto che è considerata dal Fmi come il principale contributore alla instabilità sistemica globale e che la Fed ne ha messo sotto vigilanza le perdite della sussidiaria americana che opera nel settore dei mutui. Al confronto, la situazione delle banche italiane è assai più chiara e semplice, visto che le loro sofferenze creditizie sono praticamente concentrate e gestite all’interno del territorio nazionale.

Le sfide che ora si pongono alla Germania sono enormemente e drammaticamente maggiori di quelle che deve affrontare l’Italia: riguardano l’essenza del suo modello di sviluppo, che dipende in modo vitale dall’estero sia per la prosperità economica che per la stabilità finanziaria. Gli squilibri commerciali su cui fonda il benessere tedesco sono una delle fonti della instabilità finanziaria globale, che la stessa Germania teme più di ogni altra cosa.

Puntare il dito contro l’Italia, mettendo in fila i nostri innegabili difetti, è il solito, inutile diversivo: non le debolezze italiane, ma le contraddizioni tedesche, sono ancora una volta il vero nodo da sciogliere. L’euro, e la mancanza di politiche di convergenza e di riequilibrio all’interno dell’Unione, sono gli strumenti dietro cui si cela e si realizza una pretesa egemonica. Fondata com’è su squilibri non solo economici, ne genera di sempre più grandi e pericolosi.

(analisi pubblicata sul settimanale Milano Finanza)

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