L’altro spread d’Italia: i fondi che ci sfuggono per le infrastrutture

di paolopolitiblog

Samuele Cafasso lettera43.it 4 giugno 2018

Istituti d’investimento specializzati potrebbero sopperire alla mancanza di soldi pubblici. Ma l’incertezza del sistema Paese li allontana. Analisi e numeri di un tesoretto che non sfruttiamo.

C’è uno spread che penalizza l’Italia anche se non è misurabile così facilmente come si può fare con i punti percentuali che separano i rendimenti dei Btp rispetto ai Bund tedeschi. Questo differenziale si chiama incertezza – normativa, del quadro amministrativo, dei tempi della giustizia civile e adesso anche della politica – ed è uno degli elementi che sta tenendo lontani dall’Italia miliardi di fondi privati che potrebbero essere investiti in costruzione e gestione di infrastrutture, alleviando così il peso sul settore pubblico grazie agli schemi di partenariato pubblico-privato e al project financing.

TESORETTO DA CENTINAIA DI MILIARDI. Lodovico Bianchi Di Giulio e Paolo Guido Pellegrini, due dei soci di Hideal Parters, raccontano: «Ci sono fondi d’investimento specializzati in infrastrutture che guardano al nostro Paese con interesse, ma non sanno dove investire. Mancano le occasioni». Secondo i dati in loro possesso, negli ultimi tre anni (2015-2017) i fondi specializzati in infrastrutture hanno raccolto a livello globale 127,6 miliardi di euro, cui se ne aggiungeranno altri 108,64 tra il 2018 e la fine del 2019.

POSSIBILE AIUTO PER SCUOLE E CARCERI. Ci sono i giganti come Blackstone, presente con Blackstone Infrastructure Partners, o Brookfield Asset Management, accanto a realtà più piccole (parliamo comunque di miliardi) che hanno già messo un piede in Italia come InfraVia Capital Partner (nei porti), iCon (autostrade), Infracapital (porti e ospedali). Un ruolo fondamentale potrebbe essere giocato da questi fondi nell’edilizia scolastica o, per esempio, in quella carceraria, tema che torna d’attualità con il governo giallo-verde.

La vicenda dell’acquisto dei treni di Ntv da parte del fondo americano Gip (Global infrastructure partners) per 1,9 miliardi di euro avvenuta a febbraio 2018 ha portato all’attenzione del grande pubblico italiano il ruolo di questi fondi, perlopiù stranieri anche se l’Italia presidia il settore con F2I e (poche) iniziative private, come Tages Helios che ha recentemente acquisito il portafoglio Maccaferri nell’eolico.

ORIZZONTI PLURIDECENNALI. Si tratta di veicoli finanziari che hanno portafogli enormi ma che, al contrario del private equity, non puntano a massimizzare i profitti sul breve periodo: hanno orizzonti pluridecennali e mirano a remunerare gli investitori con rendimenti non stratosferici ma sicuri e costanti negli anni. Fondi pensione e casse sanitarie sono i loro interlocutori privilegiati, la liquidità che inonda i mercati un’opportunità ma anche, a causa della volatilità, un rischio.

CI SONO POCHE OCCASIONI. E, tuttavia, la vicenda Ntv dice anche un’altra cosa: se si è scelto di investire su una società di trasporto, che è altra cosa rispetto al business caratteristico delle reti e delle infrastrutture, vuol dire che i fondi sono alla ricerca di investimenti nel nostro Paese. Ma le opportunità, al momento, scarseggiano.

Spiegano i manager di Hideal Partners: «Diciamo che la valutazione sull’Italia è in chiaro-scuro. C’è interesse significativo, ma anche alcuni freni come la percezione di un’ingerenza politica forte nel sistema economico che non aiuta. L’elemento chiave è l’incertezza: i fondi devono poter contare su rendimenti costanti nel tempo. Specie nei progetti greenfield, che prevedono anche la costruzione dell’infrastruttura, l’incognita dei ritardi nelle autorizzazioni spaventa molto. Così come la lentezza della giustizia civile».

IL SUD È ANCORA PIÙ PENALIZZATO. C’è anche uno “spread” tra regione e regione a seconda di come funzionano i tribunali, della solvibilità degli enti locali, della disponibilità delle banche ad accompagnare l’investimento, dell’influenza della criminalità organizzata. Il Sud, da questo punto di vista, rischia di essere più penalizzato rispetto al resto del Paese.

LE TURBOLENZE POLITICHE PESANO. Riassume Paolo Guido Pellegrini: «C’è un momento in cui c’è un commitment che deve decidere se investire in otto ospedali in Italia o in Baviera. A quel punto diventa rilevante anche il rischio Paese. Le turbolenze politiche di questi giorni sono un elemento che sicuramente sta mettendo gli investitori sull’allerta. Bisogna capire che, quando si parla di investimenti, l’Italia è in competizione con il resto del mondo occidentale e se è vero che ci sono molti elementi di valutazione, tutto poi si riduce al bisogno di ridurre al minimo l’incertezza». Che può avere molte fonti: per esempio, nel campo delle energie rinnovabili, è un dato di fatto come i frequenti cambi di rotta nel sistema degli incentivi abbiano disorientato e reso più diffidenti gli investitori.

I fondi di investimenti già in Italia gestiscono una massa di 40 miliardi di euro

Nel panorama complessivo dei fondi di investimenti specializzati in infrastrutture che, come abbiamo visto, hanno raccolte superiori ai 40 miliardi di euro l’anno, quelli che già hanno messo un piede in Italia (e che quindi sono presumibilmente più propensi a prendere in considerazione altre occasioni di investimento) gestiscono una massa di 40 miliardi di euro, di cui oltre 23 ancora in cerca di impiego, sempre secondo le elaborazioni di Hideal Partners.

FOCUS SULLE RINNOVABILI. La società, fondata nel 2009 da professionisti che già lavoravano nel settore, opera con attività di consulenza principalmente nei settori delle infrastrutture con particolare focus nelle energie rinnovabili (eolico, fotovoltaico), nel partenariato pubblico privato (ospedali, eccetera), nelle reti gas e nel settore idrico, oltre che nei trasporti e nella logistica. Per questo il loro è un punto di vista privilegiato. Attraverso Renam, inoltre, la società fornisce anche servizi di gestione tecnica degli impianti ed è socia di Tages Helios per la gestione degli asset fotovoltaici.

LA VALUTA? MEGLIO L’EURO. Ultima domanda: e se l’Italia avesse una sua moneta, come cambierebbe l’attitudine dei fondi? Risponde Pellegrini: «Posto che siamo a un’ipotesi di scuola, almeno secondo le dichiarazioni che leggiamo sui giornali, posso dire che abbiamo clienti che hanno valutato la Turchia, per poi scartarla a causa della volatilità della lira. Per chi investe in euro, un cambio flottante è un’incertezza in più, e per questo problematico».

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