Scacco matto agli stregoni della notizia. La parola a Marcello Foa.

Dal blog di Giannuli

Il mondo contemporaneo è caratterizzato da un dibattito acceso sul ruolo e il futuro dell’informazione: informazione vista sempre come una componente strumentale della modernità, dato che diatribe come quella accesasi sulle cosiddette fake news erano essenzialmente incentrate sulle loro conseguenze a fini elettorali. L’informazione è, in ogni caso, un campo di battaglia dove ogni contendente è interessato a mettere in gioco le sue strategie più raffinate; un ruolo molto spesso sottaciuto è quello giocato, in questo contesto, dagli spin doctor, gli esperti di comunicazione legati al potere politico che, muovendosi nella linea d’ombra tra la comunicazione istituzionale e quella personale dei leader, esercitano un peso determinante nell’orientamento dell’opinione pubblica.


E proprio dell’arma impropria dello spin, delle sue determinanti sociologiche e psicologiche e delle sue importanti conseguenze politiche tratta un testo fondamentale per comprendere l’attualità: si tratta del saggio magistrale di Marcello Foa, Gli stregoni della notizia – Atto secondo, edito da Guerini, versione aggiornata pubblicata nel 2018 di un precedente lavoro di Foa del 2006. Foa, direttore del gruppo editoriale del Corriere del Ticino e titolare del blog indipendente Il cuore del mondo sul sito de Il Giornale, ha alle spalle una lunga carriera giornalistica e nel suo lavoro mette tutte le sue competenze al servizio di un obiettivo fondamentale: svelare i doppi giochi della comunicazione internazionale e snocciolare lo spin in tutte le sue componenti, partendo da esempi storici ben definiti.

Foa ha il merito, infatti, di unire la concretezza della sua analisi a una rigorosa presentazione della storia del fenomeno della manipolazione mediatica al servizio del potere politico-economico. Dagli antesignani degli spin doctor, tra cui spicca il vero e proprio “padre” della propaganda, Edward Bernays, si giunge sino alla vittoria degli “stregoni della notizia” degli Anni Ottanta, ai tempi dell’ascesa di Ronald Reagan e Margaret Thatcher sulle due sponde dell’Atlantico.

Foa mostra come nell’era dello spin vi sia stata un’estrema valorizzazione della sovrastruttura d’immagine legata al mondo politico e come un’accurata comunicazione, ben mirata sul pubblico di riferimento, rappresenti la premessa necessaria per qualsiasi campagna elettorale, a scapito di qualsivoglia base contenutistica. Al tempo stesso, è degna di un’attenta riflessione la capacità dimostrata dagli apparati di comunicazione di Washington per preparare il terreno nell’opinione pubblica in occasione della guerra sferrata dagli Stati Uniti contro l’Iraq nel 2003 ma, al tempo stesso, la constatazione del fatto che lo spin e la manipolazione tutto sono fuorchè invincibili. E la principale vulnerabilità delle tecniche di controllo dei flussi di informazione è legata alla rottura dei cosiddetti frame dominanti, ovverosia delle narrazioni costruite attorno a determinati fenomeni sociali e politici, nel momento in cui essi entrano in palese contraddizione con la realtà.

Due casi fondamentali di frame citati da Foa sono quello dell’euro, di cui sino a pochi anni fa si predicava l’ineffabilità e sulla cui utilità, nel dibattito pubblico, era impossibile aprire un dibattito reale, e quello legato alla discussa procedura del “salvataggio” della Grecia, di fatto devastata dai programmi di austerità. E qua bisogna ricordare un altro merito fondamentale di Foa: la sua capacità, negli ultimi anni, di aver investito la sua professionalità in una critica difficile a uno status quo politico, economico e mediatico che, sino a tempi relativamente recenti, sembrava tenere in maniera grantica. Di esser stato tra i pochi giornalisti italiani a rimanere realmente degni di tale appellativo, avendo sempre perseguito l’obiettività e la chiarezza nella sua indagine. Pochi esponenti della cultura italiana, ed europea in generale, hanno avuto il coraggio di intraprendere una cosciente critica della narrazione dominante nei media tradizionali e nel sistema politico su questioni di importanza fondamentale come la crisi economica, i rapporti tra Occidente e Russia, il futuro dell’euro e il ruolo dell’informazione nel tessuto sociale.

Foa è stato uno dei primi, assieme a personalità come gli economisti Alberto Bagnai e Sergio Cesaratto e il giornalista Fulvio Scaglione, in una fase in cui tale scelta non era affatto neutrale o priva di rischi. E proprio per la sua capacità di smascherare lo spin la sua testimonianza, in questi tempi decisivi, è ancora più importante: per questo abbiamo voluto porre alcune domande a Marcello Foa sull’attualità italiana ed internazionale e sulle prospettive future della politica e dell’informazione.

Da diversi anni, oramai, assieme a Bagnai, Messora, Giacchè lei ha avviato una critica ragionevole, costruttiva e decisa dell’attuale sistema economico, politico ed informativo. Qual è il lascito delle battaglie combattute negli ultimi anni? In che modo si sono sviluppate le “asimmetrie” che danno il nome alla vostra associazione di studi?

Le “asimmetrie” sono sia economiche che informative. Sulle asimmetrie economiche Bagnai è un vero maestro. Ed è lui che nel 2014 mi ha chiesto di entrare e,nell’associazione come vicepresidente prendendo il posto di Claudio Borghi Aquilini.

Paradossalmente, sebbene formalmente siamo nell’era dell’informazione globale a 360° 24 ore su 24, ai cittadini non vien permesso di informarsi in maniera corretta attraverso i canali tradizionali. Non si consente ai cittadini, specie a quelli più attenti e colti, di farsi un’idea obiettiva dello stato dell’economia e della politica in Italia e nel mondo. Tutto questo crea quelle disfunzionalità di base che secondo la nostra analisi hanno avuto ripercussioni pesanti. Un tema che io tratto frequentemente è quel sulla “propaganda” che ha sostenuto l’introduzione e l’implementazione dell’euro, che ha avuto due conseguenze importanti. In primo luogo, fino all’anno scorso nessuno dei grandi quotidiani ha aperto un dibattito sulla reale utilità dell’euro per l’economia italiana. L’ha fatto “Il Sole 24 Ore” per le pressioni seguite al successo della Lega nel 2017: vent’anni dopo la fissazioni dei cambi, oltre sette anni dopo l’inizio della crisi dei debiti. Non è così che dovrebbero funzionare le cose. E tutto questo è stato fatto usando le tecniche di spin, orientamento e manipolazione dell’opinione pubblica che studio da tanti anni e sono un filtro analitico importante. Scremando la propaganda delle istituzioni si capisce meglio quando queste tecniche falliscono.
Di conseguenza, ciò a cui assistiamo in questi mesi, è una crisi di fiducia nei partiti tradizionali e un bisogno di autenticità che si manifesta in tutti i Paesi europei in maniera trasversale. I politici e i media hanno sottovalutato per anni questo fenomeno, illudendosi che bastasse canalizzare l’opinione pubblica verso certe tematiche in modo tale che non venissero affrontati argomenti scomodi per tener a bada l’equilibrio di sistema nel loro interesse.

Per non minarlo alla fondamenta, diciamo. Alla fine, però, come lei scrive ne Gli stregoni della notizia, “troppo spin danneggia lo spin”.

Esattamente.

In certi ambiti, ultimamente, la manipolazione sembra avere il fiato corto. E nelle analisi dei media e nei partiti mainstream sono dominanti gli attacchi contro l’analfabetismo funzionale (vedasi le recenti dichiarazioni di Calenda) o il rammarico per l’incapacità dei giornalisti di vedere seguite le loro indicazioni di voto. In che misura questa crisi è una crisi di rigetto? In che proporzione hanno contribuito i nuovi media, molti dei quali stanno venendo demonizzati dai mezzi di informazione tradizionali?

Chiaramente i nuovi media hanno avuto un ruolo fondamentale. Fino al 2011 gli italiani avevano visto che il Paes, pur con tutte le sue problematiche, era riuscito a mantenersi in linea di galleggiamento. L’inizio del cambiamento di percezione può esser riferita a Monti e alle sue politiche violentemente recessive condotte proprio nel momento in cui più c’era bisogno di strategie espansive. Nel tessuto sociale a tutti i livelli si sono create sacche di disagio, e talvolta di disperazione, molto ampie in seguito alle manovre devastanti e demenziali del governo Monti.
Una parte importante della popolazione italiana ha iniziato a chiedersi cosa stesse realmente succedendo e a distanziarsi dalla vulgata dei giornali e delle televisioni “tradizionali”, che perseveravano nella narrazione di Monti “salvatore dell’Italia” e col mantra del “ce lo chiede l’Europa”. Nessuno raccontava il disagio che queste persone stavano vivendo. Hanno cercato risposte alle loro domande e le hanno trovate fuori dal circuito tradizionale, nei media alternativi, sui blog, su Facebook, sui siti di economisti come Bagnai, Borghi e Rinaldi che hanno saputo presentare una visione alternativa. Anche il successo del blog di Beppe Grillo, fondamentalmente, nasce da questa esigenza. Quel che l’establishmet non ha capito, in tutto l’Occidente, era che questo fenomeno non era da sottovalutare, ma che la somma dell’informazione alternativa era tale da generare fenomeni di ribellione etica, politica e civica che hanno portato poi alla Brexit, alla vittoria di Trump, al successo della destra in Austria, Polonia, Repubblica Ceca e, infine, al successo dei cosiddetti “populisti” in Italia.

“Populista”, di fatto, è l’etichetta che il mainstream ha dato a ciò che si ostina a non voler capire. L’eterogeneo gruppo di partiti racchiusi in questa definizione hanno consapevolmente indirizzato la dialettica politica su una nuova direttrice, ovverosia quella della contrapposizione tra popolo ed élite. Di recente, ad esempio, il leghista Giorgetti, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha citato tale linea di faglia in una maniera simile a quella teorizzata dal pensatore marxista Ernesto Laclau. Secondo lei, questa linea divisoria è soddisfacente per spiegare le nuove dinamiche in atto?

Secondo me è un’analisi corretta. Lega e Movimento Cinque Stelle, ognuno a modo proprio, hanno il coraggio di proporre visioni diverse della società. Tanto in Italia quanto negli altri Paesi, il successo delle nuove linee politiche è frutto dell’insoddisfazione della popolazione per la tradizionale offerta politica. Le persone hanno dato fiducia a chi ha avuto la forza di mettere in campo idee differenti: hanno ascoltato Trump negli USA, hanno ascoltato qui i partiti vincitori del voto del 4 marzo. Questo non è un fenomeno transitorio, ma un cambiamento di lungo termine che sta scombussolando radicalmente il quadro politico internazionale, di cui secondo me non abbiamo ancora visto tutti gli effetti.

Quindi lei ritiene che sia un’illusione il famoso “tocca a loro” di Renzi, secondo cui per effetto di un eventuale fallimento del governo di Lega e M5S le persone torneranno a votare per le formazioni tradizionali?

Si tratta di un pensiero assolutamente fuorviante.

Come stanno reagendo, invece, gli spin doctor legati all’establishment?

Gli spin doctor, e prima ancora i loro committenti, stanno adottando la peggiore risposta possibile. Da un lato vengono applicate le solite tecniche di manipolazione, dall’altro stanno facendo una cosa molto pericolosa tentando, soprattutto i partiti, di imporre la censura. Le recenti diatribe su privacy, copyright, fake news lo testimoniano. Sono tutte scuse per limitare e inibire i siti alternativi. Finora questi tentativi hanno provocato solo delle scalfiture, ma non un vero e proprio blocco. Andare troppo in là con queste politiche danneggerebbe la rete e il mondo nascente. La normativa sul copyright presentata all’Europarlamento rappresenta un esempio importante ed è molto pericolosa. Se questi passaggi dovessero divenire effettivi, si toglierebbe la linfa informativa al pubblico, trasformando le democrazie in “fake democrazie” dominate da una vera e propria informazione di regime. Mi auguro che questo non accada.

Veniamo ora all’Italia: già prima delle elezioni lei segnalava che la Lega e il Movimento Cinque Stelle sarebbero stati i partiti a cui maggiormente gli italiani avrebbero delegato la loro fiducia per la soluzione dei problemi del Paese. Dopo la costituzione dell’esecutivo gialloverde lei ha più volte difeso la legittimità delle scelte e delle politiche del governo Conte: che prospettive ha il nuovo governo sul medio-lungo periodo? Siamo all’inizio di un nuovo bipolarismo?

Le prospettive è difficile stabilirle. Oggi entrambi i partiti hanno interesse a dimostrare di saper cambiare le cose e il fascino dell’esperienza di governo traina la loro volontà di andare avanti. Saranno gli interessi politici contingenti a stabilire se il governo andrà avanti tutta la legislatura. Secondo me, passata questa fase in cui nessuno dei due ha la maggioranza, e considerato il fatto che i due partiti molto probabilmente faranno una nuova legge elettorale, è difficile pensare che il loro consenso possa ritornare verso forze come Partito Democratico e Forza Italia, che nell’immaginario collettivo italiano appartengono al passato. Hanno avuto anni per dimostrare la loro legittimità, oggi siamo di fronte a un nuovo bipolarismo potenziale tra questi due partiti, che sono accomunati dallo stesso spirito civico. Spero che da questa fase possa prodursi l’instaurazione di un nuovo rapporto, più civile e meno ipocrita, tra le forze di governo e quelle di opposizione. Mi auguro che Lega e Cinque Stelle possano giocare a carte scoperte: il contratto che hanno firmato è importante, perché hanno messo nero su bianco i punti programmatici comuni facendo compromessi. Si percepisce l’intenzione di voler applicare quanto dichiarato.

Quali potrebbero essere i principali punti deboli del contratto di governo?

A mio parere i punti deboli riguardano principalmente le coperture finanziarie. È difficile pensare, ad esempio, alla convivenza tra flat tax e reddito di cittadinanza in assenza di un piano economico coerente. Sul versante opposto ci sono proposte importanti come la volontà di far saltare numerosi vincoli assurdi sulle opere pubbliche a livello locale.

Un messaggio incoraggiante, in ogni caso, è vedere entrare nelle istituzioni numerosi portavoce delle battaglie da voi condotte negli ultimi anni.

Vero. Borghi e Bagnai sono presidenti di Commissione in Parlamento, mentre Luciano Barra Caracciolo è Sottosegretario di Stato agli Affari Europei. Questo è un segnale sicuramente incoraggiante.

a cura di Andrea Muratore e Ivan Giovi

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