| di Irene Rapelli |
Tutti parlano, parlano, parlano.
L’ininterrotto ruscello di verbi
inonda i campi di grano che pochi
devoti al genere umano seminano,
invade case d’amianto o cemento,
cespugli leopardiani in mezzo al nulla,
distrugge villaggi africani, tetti
di paglia, grotte di sapienza antica,
l’anima bulla lucida di schermi,
ma soprattutto l’alito cattivo
uccide le fioriture selvatiche.
Ciascun trotta, trotta, trotta
come uno dei tanti vecchietti imberbi,
s’abbandona a schifosi ansiti rochi
nella cerchia di quelli che dominano,
si rende cieco dietro al paravento
della sua vanagloriosa aria grulla,
distrugge i nuovi ebrei in miseri ghetti,
pazzi innocui con il culo all’ortica,
dentro gli frulla l’odio per gli inermi,
ma soprattutto saltella giulivo
pestando le sue carcasse dogmatiche.
Se ognuno tace, nel silenzio giace
un urlo antiumano, non c’è pace
per costui.