Una casa degli anni ’70

Dal blog accogliamoleidee.wordpress

Andreste ad abitare in una casa degli anni ’70 del secolo scorso, tenendola così com’è senza nessun intervento anche immaginando che sia perfettamente conservata?

Le case che costruiamo oggi sono profondamente diverse da quelle costruite negli ultimi decenni del secolo scorso. Non è cambiato solo il gusto estetico sono cambiate le esigenze e le priorità. Oggi si dedica più attenzione al comfort ma diventa fondamentale l’attenzione al consumo energetico. Una casa a consumo energetico zero era impensabile 3 decenni fa così come era impensabile la possibilità di auto prodursi l’energia.

È stato così che è cambiato completamente il modo di progettare e costruire abitazioni, non solo sulla spinta di forte innovazioni legislative, ma soprattutto perché sono emerse in primo piano esigenze nuove che prima erano trascurate.

Si pone dunque una domanda: se è cambiata così tanto la progettazione di case, non deve cambiare altrettanto la progettazione di nuovi quartieri e delle nuove infrastrutture?

 

In altre parole

  • si può ancora asfaltare un campo per farne una zona industriale?
  • si possono ancora costruire infrastrutture che sottraggono ad altre attività uno spazio che oggi è diventato raro e dunque prezioso?

La spinta è finita?

Il “miracolo del Nord-Est” si è sgonfiato. Il modello di sviluppo che ha portato il Veneto ai vertici dello sviluppo europeo sente la crisi, una crisi che dura dal lontano 2008. Ora la società e l’economia veneta sono a un bivio:

  • lo sviluppo avrà le stesse forme del passato?
  • coinvolgerà gli stessi settori economici, gli stessi protagonisti del passato?

La crescita economica degli ultimi 40 anni è stata formidabile ma caotica e ha imposto una serie di modificazioni territoriali che hanno trasformato per sempre il Veneto. Ora che la spinta è finita ci accorgiamo che abbiamo trascurato il territorio e le relazioni, ovvero l’ambiente e le infrastrutture. Ora bisogna coniugare i due termini affinché uno non vada a scapito dell’altro.

Aver trascurato l’ambiente è costato molto al Veneto e al Vicentino in termini di costi, di disagi e di scarsità di risorse.

Cerchiamo di individuare alcuni temi importanti per il futuro, quali potrebbero essere gli assi portanti dello sviluppo.

Una collocazione originale

Veneto_Provincia_Vicenza

Il vicentino ha una sua collocazione originale nel contesto veneto.

Appena avvenuta l’unità d’Italia, il vicentino è stata una delle prime provincie d’Italia a sviluppare l’industria.

Agli albori del XX secolo Vicenza era l’unica provincia industriale in una regione del tutto agricola.

fabbrica

I primi poli industriali sono stati Schio, Valdagno, Thiene, Arzignano, Bassano, Vicenza, Lonigo, e successivamente Lugo, Cavazzale, Breganze, ecc.

Poche fabbriche tanti occupati

Lo sviluppo industriale era basato su ampio uso di forza motrice e fabbriche con elevato numero di occupati.

Questa situazione rimane e si sviluppa per tutto un secolo, diciamo fino agli anni sessanta del novecento.

Negli anni settanta del Novecento cambia modello di sviluppo: entra in crisi il tessile tradizionale, si sviluppa il settore meccanico e mostra una forte propensione per le esportazioni che aumentano in un decennio di 17 e di 40 volte a seconda dei settori.

Tante fabbriche pochi occupati

meccanicaIn questa seconda fase il testimone passa a fabbriche medio piccole, molto aggressive che hanno uno sviluppo enorme. A partire dagli anni settanta l’industria manifatturiera si diffonde ovunque anche nelle parti del vicentino dove dominavano ancora le attività agricole. 

E’ stato un motore potente che ha spinto la provincia ai vertici dello sviluppo europeo.

Bastava asfaltare ..

È stato uno sviluppo in cui ha predominato l’industria manifatturiera che è cresciuta con ritmi giapponesi. Per trent’anni bastava asfaltare un campo e subito diventava una zona industriale, i capannoni crescevano ovunque.

Bulldozer.jpg

I vari comuni del Veneto hanno fatto la gara a chi faceva più zone artigianali o industriali, ovunque fossero realizzate erano sicuri di attirare attività. Comuni un tempo agricoli d’improvviso asfaltavano un campo e miracolosamente anche lì, in mezzo ai campi di mais, spuntavano capannoni.

Dal piccolo artigiano all’industria consolidata tutti hanno beneficiato della possibilità di scegliere il posto dove andare sapendo che ovunque c’era lo spazio per le proprie esigenze.

Anche la speculazione si è data da fare, ma era una speculazione che comunque lucrava su un’industria in forte espansione e con ampi margini.

È mancato un piano.

Così è successo che i 500 comuni veneti hanno costruito 1500 forse 2000 zone produttive (3-4 per comune).

Risultato:

  • fortissimo consumo di suolo fertile,
  • dispersione degli insediamenti (1),
  • infrastrutture sotto dimensionate,
  • elevati spostamenti individuali lungo le stesse strade di prima dell’industrializzazione.

Inquinamento, erosione dei terreni fertili, inefficienza degli spostamenti sono figli del boom, del boom perseguito a quel modo.

Caos.jpg

Ha dato occupazione e benessere, ma le forme di questo sviluppo hanno posto le premesse agli attuali problemi.

Inutile lamentarsi, quella fase si è chiusa nel 2008 e non tornerà più.

La strada dell’estero

Nell’epoca della crescita l’occupazione era alta. Nel Veneto molti giovani smettevano presto di studiare, sapendo che avrebbero trovato facilmente un lavoro. Il lavoro era tanto da richiamare manodopera dalle altre regioni prima e poi dall’estero (2). Pur vissuti da qualcuno con spocchia e fastidio, l’arrivo di persone per motivi di lavoro si è consolidato e rispondeva alle esigenze di un’impresa che, quando non ha trovato manodopera, è andata a cercarsela (nell’Europa dell’est per esempio).

uomo con valigiaCon la crisi l’occupazione è stata la prima a risentirsene e i nostri giovani hanno cominciato a prendere la strada dell’estero beneficiando di un periodo particolare della storia europea:

  • la caduta delle barriere con la libera circolazione di uomini e merci
  • la presenza di una moneta comune immediatamente spendibile o trasportabile ovunque.

Queste le domande che oggi ci poniamo:

  • è sostenibile a lungo andare la perdita di giovani poveri di reddito, ma ricchi di di cultura e voglia di fare?
  • questa emorragia non sarà un freno e alla lunga una condanna all’emarginazione per i nostri territori?

Da qui nasce la volontà di investigare le incerte basi sulle quali si sta strutturando il futuro.

Domani

Il futuro viaggerà ancora sulle spalle dell’industria manifatturiera come è avvenuto negli ultimi 150 anni? Interesserà gli stessi settori del passato?
Un’industria sicuramente si ridimensionerà profondamente: quella delle costruzioni. Cessata l’epoca in cui tutti compravano case anche se piccolissime e in posti invivibili perché privi di servizi oggi le imprese edili devono confrontarsi con l’edilizia di qualità, con la capacità di operare in situazioni complesse, con le tecniche di recupero di edifici obsoleti in contesti ricchi di servizi come i centri storici.

L’industria meccanica ha possibilità di sviluppo nell’uso di macchinari avanzati e nella ricerca. Per questo le piccole dimensioni sono un handicap che frena gli investimenti nella ricerca (ma questo può essere in parte superato da intelligenti azioni da parte delle associazioni di categoria). 

L’industria dell’abbigliamento e dei mobili ha possibilità di sviluppo legate al design e al Made in Italy. Tuttavia le dinamiche non sono le stesse dei decenni precedenti, produzioni e forniture di bassa qualità stanno languendo. 

La Green economy, intesa nel senso più allargato sia come aziende che promuovono prodotti verdi sia come società con competenze energetico ambientali rivolte alle aziende e agli enti, è un settore strategico per il futuro.
Allo stesso tempo è opportuno rilevare anche il poderoso sviluppo del settore informatico, sia come applicazione nella struttura manifatturiera esistente, sia per le implicazioni che ha nei settori del commercio, del turismo. La trasformazione digitale del nostro territorio è un grande volano di sviluppo da saper cogliere.
Il commercio per decenni si è ristrutturato sia raggruppando in un unico complesso  negozi diversi sia con la crescita di catene di negozi che potessero offrire la più ampia gamma di prodotti. In questo la globalizzazione è stata un potente elemento destabilizzante: fornitori globali (Amazon …)  riescono a fare concorrenza anche al più sperduto negozietto di montagna. 

Come sopravvivere a queste dinamiche che sbaragliano i prodotti locali in una guerra dei prezzi? Vi sono varie tendenze in atto:

  • prodotti legati a un’identità locale,
  • consumo solidale e “a chilometro zero”,
  • gruppi di acquisto.

Un ruolo importante spetterà al turismo. Quterrazzamenti-cinaest’ultimo utilizza come risorsa l’ambiente e il paesaggio di una regione che ha la più alta varietà di paesaggi in Italia. Una politica orientata al turismo nell’entroterra veneto può offrire i posti di lavoro e le risorse che l’industria manifatturiera non sembra più in grado di assicurare? 

Questo ci porta all’agricoltura che è l’attività umana che si confronta quotidianamente con il nostro territorio ed è sia presidio sia cartina di tornasole della sua salute. Uno sviluppo che danneggi le attività agricole avrà pesanti ripercussioni sulla qualità della vita e sulla sostenibilità del nostro sviluppo.

Non abbiamo una risposta tuttavia da questo quadro emerge già una tendenza:

il futuro non sembra più monotematico come nel passato, ma ha bisogno di molte gambe.

A corollario di questo occorre aggiungere

 Agevolare lo sviluppo significa far sì che le opere in favore di un settore non intralcino lo sviluppo di settori emergenti.

Ce n’è abbastanza per tornare ad affrontare questi argomenti

 


(1) Per una riflessione sulla dispersione territoriale vedi la serie di articoli dell’arch. Robert Maddalena: Città, campagna, sprawl

(2) Vedi anche https://accogliamoleidee.wordpress.com/2017/07/29/popolazione-in-movimento-2/


Quanto sopra è la rielaborazione della prima parte del libro Renzo Priante, Quale strada per il futuro, edizioni La Locomotiva 2014. Il libro è liberamente consultabile e può essere scaricato a questo indirizzo https://issuu.com/lalocomotivacooponlus/docs/quale_strada_per_il_futuro


Un termine sfuocato

Perché abbiamo usato il termine “SVILUPPO”?

Fino a 50 anni fa avremmo scritto progresso, ma ora il termine è obsoleto. Si porta dietro un’interpretazione positivistica e progressiva della storia che presuppone una crescita costante e accumulativa di reddito, benessere, cultura; insomma una tendenza a un mondo con minori differenze (tra paesi e tra redditi) quasi che questa fosse una tendenza finalistica e teleologica della storia.Limiti dello sviluppo

Il termine sviluppo (trascurando le critiche precedenti che risalgono a Malthus) è già entrato in crisi dai lontani anni ’80 quando il CLUB DI ROMA scrisse il “Rapporto sui limiti dello sviluppo” mostrando la faccia oscura e la non sostenibilità di quel tipo di sviluppo. Una critica l’ha aggiunta Latouche che ha mostrato che nessun sistema in natura può crescere all’infinito, da qui è nato un movimento che allo sviluppo contrappone la decrescita più o meno accompagnata da un aggettivo, vedi http://www.decrescitafelice.it

MOvimento per la decrescita felice.jpgCiononostante utilizziamo il termine sviluppo in assenza di alternative e con questo intendiamo la proprietà di una società o di un territorio di offrire occasioni di reddito e di occupazione ai propri membri in misura non inferiore alle società o territori vicini.

Per un primo approccio si può cercare qui: http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/sviluppo/

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