Il meccanismo “perverso” dell’8 per mille

dal blog  https://www.lantidiplomatico.it/

Tutti presentando la dichiarazione dei redditi avremo avuto a che fare con la scelta relativa all’otto per mille: ma di cosa si tratti esattamente  e come funzioni il suo meccanismo di distribuzione, sono nozioni che sembrano sfuggire pure ai più esperti.
Iniziamo con lo spiegare che l’otto per mille è la quota di imposta sui redditi soggetti IRPEF(imposta sui redditi delle persone fisiche) che in base alle scelte effettuate nelle dichiarazioni dei redditi, viene distribuita tra lo Stato e le confessioni religiose che hanno con esso stipulato un’intesa.

Il sistema dell’otto per mille è disciplinato dalla L. 222/1985, ma di fatto dopo un primo periodo di transizione,  è entrato in vigore solo nel 1990.
Prima di allora lo Stato italiano retribuiva  direttamente il  clero cattolico con il meccanismo della “congrua”, un assegno corrisposto mensilmente ai parroci, come fosse uno stipendio, istituito originariamente dopo l’Unità di Italia.

Ma cerchiamo di spiegare  nel modo più semplice possibile come funziona il meccanismo dell’otto per mille:

ogni contribuente  che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito irpef tra tredici opzioni: in ordine come da prospetto 730-1,  le scelte che potevano  espletarsi per la dichiarazione 2018 (anno d’imposta 2017) erano 13:  Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Chiesa Evangelica Valdese (Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi), Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale, Chiesa Apostolica in Italia,  Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia , Unione Buddhista Italiana, Unione Induista Italiana , Istituto buddista Italiano Soka Gakkai (IBISG).

Nella pratica però nessun cittadino destina “direttamente” la propria quota irpef all’ente scelto: l’otto per mille infatti, contrariamente a quanto molti pensano, è da intendersi come un meccanismo che  “tiene conto del conteggio del numero di scelte” e solo dopo il calcolo delle percentuali ottenute da ogni ente, questi hanno diritto alla ripartizione dei fondi.

Inoltre se il cittadino non effettua nessuna scelta ciò non comporta la mancata assegnazione della sua quota e nemmeno, contrariamente alla comune opinione, l’attribuzione automatica allo Stato: di fatti l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.

A onor del vero vi sono due sole confessioni, le Assemblee di Dio e la Chiesa Apostolica che lasciano alla disponibilità dello Stato le quote non attribuite, limitandosi a riscuotere solo i fondi relativi a opzioni esplicite a loro favore.

L’utilizzo dei fondi differisce poi radicalmente a seconda dell’ente in questione: la Chiesa Cattolica in base a quanto pubblicato dalla Conferenza Episcopale Italiana, per l’anno 2018 pare abbia assegnato il 36% della propria quota a “esigenze di culto e pastorale”, il 37% al “sostentamento del clero” e soloil 27% a “interventi caritativi”.

Di contro enti come la Chiesa Valdese, le Chiese Avventiste e le Assemblee di Dio rifiutano di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero, per impiegarli in progetti sociali, missioni o beneficienza.  Lo Stato invece nell’ ultima ripartizione ha destinato gran parte delle risorse a beneficio del risanamento del bilancio pubblico e alle calamità naturali. Con la L. 147/2013 è stata aggiunta la seguente destinazione: «ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico ed efficientamento energetico degli immobili di proprietà pubblica adibiti all’istruzione scolastica». In base alla L. 45/2017, la quota parte dell’otto per mille statale riservata ai beni culturali sarà destinata per dieci anni, alla ricostruzione e al restauro di beni culturali danneggiati o distrutti dagli eventi sismici che hanno colpito il centro Italia nell’estate del 2016.

Ritornando alle valutazioni da espletare in relazione al meccanismo di distribuzione del gettito, non possono non evidenziarsi grandi criticità, più volte tra l’altro rilevate dalla Corte dei Conti.

La stessa, già con la delibera n. 16/2014/G, era  intervenuta a gamba tesa sul sistema che disciplina la ripartizione delle risorse provenienti dall’otto per mille, affermando la necessità di una rinegoziazione del sostegno alle confessioni religiose. “Grazie al meccanismo di attribuzione delle risorse” incalzava la Corte dei Conti “ i beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata, godendo di un notevole fattore moltiplicativo, essendo irrilevante la volontà di chi rifiuta il sistema o se ne disinteressa; l’ammontare infatti è distribuito ripartendo anche le quote di chi non si è espresso in base alla percentuale degli optanti.

Su ciò non vi è una adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati. I fondi destinati alle confessioni risultano ingenti, tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno, e sono gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente incrementati”.

In altre parole il  meccanismo “perverso” dell’otto per mille, da indicare in sede di dichiarazione dei redditi, prevede che le quote non espresse, quindi non destinate dal contribuente né allo Stato né a nessuna delle confessioni religiose, siano comunque ripartite in proporzione alle firme ottenute. Ciò fa sì che la Chiesa cattolica faccia la parte del leone: con circa il 37% delle firme, si aggiudica approssimativamente l’82% dei fondi.

E’ singolare poi che lo Stato rinunci a pubblicizzare le proprie attività espletate  e a promuovere la possibilità di devolvere a se stesso l’otto per mille, soprattutto in un periodo di così accentuata spending review, contrariamente a quanto fanno invece le altre confessioni religiose, che ingaggiano costose campagne pubblicitarie per accaparrarsi più firme in sede di dichiarazione e dunque risorse sempre maggiori. Si è dovuto addirittura attendere il  2017 (e numerose pronunce della Magistratura contabile), affinché il Ministero dei Beni e delle Attività culturali si decidesse a promuovere il primo spot, invitando i contribuenti a destinare il proprio otto per mille allo Stato.

In altre parole è come se lo Stato deliberatamente, rinunci ad un’ingente percentuale di gettito per lasciarlo entrare nelle casse degli enti religiosi.

Ulteriori elementi di criticità sono poi la mancata trasparenza delle erogazioni e l’assenza di verifica sui fondi erogati alle confessioni, come messo in  evidenza  dalla stessa  Corte nel 2016 che con ulteriore delibera ribadiva “l’assenza di controlli sulla gestione delle risorse e rilevanti anomalie sul comportamento di alcuni intermediari “.

Quest’ultimo punto in particolare,  si riferisce a quanto emerso da una serie di controlli a campione, effettuato nelle due annualità antecedenti  da parte dell’Agenzia delle Entrate su  alcuni Caf di matrice cattolica: tali indagini avevano evidenziato una rilevante percentuale di irregolarità. Ad  esempio, nel 5 per cento dei casi i centri non avevano conservato la copia originale della dichiarazione compilata dal contribuente, oppure la dichiarazione presentava una destinazione dell’ 8 per mille differente da quella indicata nel documento originale. E nella stragrande maggioranza dei casi gli “errori” in questione andavano a favore della Chiesa Cattolica.

Di fronte a questo desolante scenario, paradossale in uno Stato formalmente laico, da più parti sono partiti appelli per abrogare l’otto per mille, rimasti fino ad oggi inascoltati.
Le motivazioni alla base delle richieste di abolizione, molte delle quali finora già illustrate, sono ben state sintetizzate dall’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti):

  • il meccanismo avrebbe dovuto essere basato sulla volontarietà, ma la ripartizione delle scelte inespresse viola, di fatto, questo principio;
  • si tratta di un vero e proprio finanziamento a fondo perduto a favore di confessioni religiose che si dovrebbero autofinanziare. Soprattutto nel caso della Chiesa cattolica, gran parte di questi contributi non hanno alcuna utilità sociale;
  • a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano rinuncia a farsi pubblicità e non da  informazioni esaustive  sulla destinazione dei propri fondi .
  • Sono ammesse solo le confessioni sottoscrittrici di un’Intesa con lo Stato. Ecco perché la Chiesa, attraverso i parlamentari cattolici, blocca l’accordo (già sottoscritto) con i Testimoni di Geova e impedisce l’avvio di trattative con gli islamici: i fedeli di queste religioni, ben disciplinati, grazie al meccanismo delle scelte inespresse porterebbero alle loro gerarchie una contribuzione ben superiore alla loro percentuale reale, con un danno valutabile in centinaia di milioni di Euro per la Chiesa cattolica.
  • Si tratta di un meccanismo poco trasparente, sconosciuto alla gran parte dei cittadini e che spesso li trae in inganno.
  • Lo Stato, erogando questi finanziamenti, rinuncia ad entrate proprie ed  è costretto a cercarne di altre, magari con nuove forme di tassazione.

Ora, il perché si perseveri con tale sistema anziché sopprimerlo o modificarlo è evidente: un’azione in tal senso  incontrerebbe resistenze enormi, per via dell’influenza che la Chiesa Cattolica  ha sulla vita politica italiana e dunque tramite i partiti sul  centro decisionale del nostro sistema legislativo: il Parlamento.

Francesco Fustaneo

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