PITAGORA DI SAMO

dal blog https://www.lintellettualedissidente.it

Filosofo, matematico, musico, taumaturgo, messaggero del dio Apollo. Pitagora fu questo e molto altro. La sua vita terrena fu un viaggio alla scoperta dell’armonia dell’universo fino alla definitiva liberazione dalla prigione del corpo ed all’ascesa verso l’Etere per mezzo della guida dell’Intelletto.
di Daniele Perra – 15 ottobre 2018   

Il VI secolo ante era volgare fu l’epoca del Buddha in India, di Lao Tze e Confucio in Cina, di Zoroastro in Persia e di Pitagora nell’area mediterranea egemonizzata dalla cultura ellenica. Ciascuno di essi cercò, a suo modo, di indicare all’umanità la via per liberarsi dalle catene della schiavitù e del dolore in cui era immersa a causa dell’ignoranza e dell’egoismo. Pitagora, alla pari dei suoi illustri contemporanei extra-europei nelle loro rispettive dimensioni geografiche, e nonostante l’irrisione di altri filosofi dell’antichità greca – Eraclito in primis che criticò l’essenza “multiscientifica” della dottrina – ebbe un’influenza preponderante per tutta la cultura “occidentale” dei secoli a venire. Di fatto, ciò che successivamente apparirà come platonismo era già contenuto in nuce nella dottrina pitagorica. A Pitagora si deve infatti l’idea di un mondo eterno rivelato all’intelletto. E senza Pitagora, gli stessi cristiani non avrebbero pensato a Cristo come al Logos. Nonostante le innumerevoli opere dedicate alla sua vita – ed attribuite ad autori prevalentemente neoplatonici come Porfirio e Giamblico – poco si conosce delle origini e dei reali insegnamenti di Pitagora. Proprio Porfirio, a tal proposito, dovette affermare:

Ciò che egli diceva a quelli che lo frequentavano, nessuno può dirlo con certezza, ed infatti c’era presso di lui un silenzio non comune

La maggior parte degli autori concorda sul fatto che fosse figlio di Mnesarco, ma nessuno, a sua volta, conosce l’origine di Mnesarco. Alcuni lo ritengono originario di Samo, altri di Tiro in Siria. Lo storico greco Neante riferisce che il padre di Pitagora fu uno dei Tirreni (costruttori o abitanti di torri), termine con il quale i greci facevano riferimento non solo agli Etruschi, come riporta solitamente la storiografia ufficiale, ma a più popoli sparsi lungo l’asse settentrionale del Mediterraneo e più o meno imparentati con gli antichi PelasgiStrabone ad esempio, definiva gli Iolai, una delle popolazioni nuragiche dell’antica Sardegna, come Tirreni alla pari degli Etruschi. Alcuni riferiscono che Pitagora fu addirittura figlio del dio Apollo e di Pitaide:

“Che ebbe tra le donne di Samo bellezza grandissima”

Mentre Giamblico, nella sua Vita di Pitagora, afferma che Mnesarco e Parthemide (la presunta madre) si recarono in pellegrinaggio a Delfi dove la Pizia (sacerdotessa di Apollo) predisse loro la nascita di un figlio che avrebbe superato in sapienza chiunque fosse vissuto prima di lui e che avrebbe reso enormi servigi all’intera umanità. Il nome stesso di Pitagora deriverebbe dall’unione dei termini Pythios (epiteto di Apollo) e agorà (piazza), ed etimologicamente significherebbe proprio “annunciatore del Pizio”, cioè di Apollo. Giamblico, che di Pitagora sottolineò espressamente la fama di taumaturgo tanto da attribuirgli anche il dono dell’ubiquità, a tal proposito scrisse:

Invero nessuno può dubitare che l’anima di Pitagora fu inviata all’umanità dal regno di Apollo, essendo al suo servizio e collaborando con il dio in modo intimo e concorde

Ulteriori notizie sulla vita di Pitagora ebbe modo di fornirle in modo romanzato Antonio Diogene: autore dell’opera (sfortunatamente andata perduta) Le incredibili meraviglie al di là di Thule. Protagonista di quest’opera è Dinia che, dopo un lungo viaggio dal Mar Caspio al Sol Levante, si dirige verso la leggendaria isola di Thule. Qui, Dinia incontra Dericillide che gli racconta dei suoi viaggi presso il popolo dei Cimmeri, dove le accadde di vedere l’inferno, e di come in Iberia si recò in una città i cui abitanti di notte vedevano mentre di giorno erano ciechi, della cattiveria del sacerdote egiziano votato al male Paapis e quanto aveva appreso da Astreo riguardo a Mnsaerco e Pitagora. Ed infine, di come Astreo, dopo un lungo peregrinare, la condusse presso i Geti, dal suo compagno Zalmoxis, che da questo popolo era venerato come un dio. In questo romanzo d’avventura ante litteramin cui il protagonista arriva a vedere oltre Thule tutte quelle cose che gli studiosi degli astri erano soliti insegnare su giorni e notti lunghe sei mesi – il cosiddetto “Dio-anno” sul quale Herman Wirth fonderà parte dei suoi studi sull’origine iperborea dell’umanità – Mnesarco è presentato come “tirreno” ed instancabile viaggiatore. Questi, durante uno dei suoi viaggi, trovò un bambino che giaceva sotto un grande pioppo guardando intensamente il sole senza strizzare gli occhi. Colto da meraviglia, prese con sé l’infante convinto della sua origine divina. Mnesarco chiamò il bambino Astreo e lo donò a Pitagora, il suo figlio più giovane, che lo educò assieme a Zalmoxis, originario della Tracia e così chiamato perché appena nato gli venne gettata addosso una pelle d’orso (zalmos in lingua tracica). Questi avrebbe diffuso nella Tracia la dottrina dell’immortalità dell’anima appresa dal suo maestro. Ed i popoli di questa regione, dopo un occultamento di quattro anni all’interno di una dimora sotterranea, si convinsero del suo carattere divino.

Secondo Tertulliano, lo stesso Pitagora si sarebbe ritirato per sette anni in un nascondiglio sotterraneo. Mentre Porfirio, nella sua Vita di Pitagora, riporta che il filosofo di Samo venne iniziato ai misteri di Zeus a Creta dove discese nell’antro dell’Ida nel quale vi rimase per ventisette giorni. Secondo Diogene Laerzio vi discese in compagnia di Epimenide, che in quello stesso antro si addormentò nell’attimo del meriggio rimanendo in una condizione di esistenza atemporale per cinquantasette anni (tre volte il ciclo metònio di diciannove anni, la più grande unità di tempo greca) dalla quale uscì immutato nel corpo ma esperto nell’arte divinatoria e nelle tecniche estatiche. Il ritiro in una dimora sotterranea, nelle diverse tradizioni religiose diffuse sul continente eurasiatico, ha sempre rappresentato il primo atto di un rito iniziatico attraverso il quale conquistare l’immortalità. La grotta, infatti, rappresenta al contempo l’altro mondo e l’universo intero. Porfirio narra che Pitagora era solito trascorrere la maggior parte del giorno in una grotta adibita a luogo adatto per l’insegnamento della sua dottrina. Qui sottoponeva i candidati all’ingresso nella sua scuola alla prova del silenzio (il sacrificio più gradito al Primo Dio) prima di istruirli, qualora avessero superato la prova, alla contemplazione di ciò che esiste realmente.

Apollonio sostiene che Pitagora fu discepolo di FerecideErmodamante e Anassimandro. Ciò su cui la maggior parte degli autori concorda è il fatto che il filosofo di Samo, a seguito dei suoi lunghi viaggi, apprese dagli Egiziani la geometriadai Fenici la scienza relativa ai numeri ed al calcolodai Caldei l’osservazione degli astri e dai Magi il culto degli dei. Si narra, altresì, che a Babilonia conobbe Zoroastro che lo purificò dalle brutture delle vite precedenti e dal quale apprese ciò da cui gli uomini virtuosi devono astenersi per conservarsi puri, così come la sua dottrina sulla natura ed i principi dell’universo. Dopo aver abbandonato Samo a causa della volgare tirannia di Policrate, si imbarcò per l’Italia e nella Magna Grecia stabilì la sua dimora definitiva. Qui, introdusse per primo la dottrina dell’immortalità dell’anima e della sua trasmigrazione dopo la morte del corpo, dottrina che derivava dalla convinzione, di origine orientale, che tutte le anime degli esseri viventi provenissero dalla stessa grande anima. Sulla base di questa convinzione alcuni autori cercarono di giustificare il vero o presunto vegetarianismo di Pitagora. Taluni, tuttavia, affermarono, che il divieto per i suoi adepti di cibarsi di carne riguardava solo alcune specifiche parti degli animali e che quando il filosofo scoprì l’importanza e l’applicabilità del teorema geometrico che da lui prese il nome, sacrificò un bue agli dei, bue che, a sua volta, secondo i sostenitori della corrente “vegetariana” sarebbe stato costituito di pasta frolla.

Ad ogni modo, ciò che insegnava Pitagora era una “via divina”, riassunta nei trentadue precetti della regola dell’armonia (i cosiddetti Versi Aurei messi per iscritto dai suoi discepoli), attraverso la quale estinguere definitivamente le sofferenze terrene. La conoscenza e l’esercizio della virtù rappresentavano l’unico modo per interrompere il ciclo di trasmigrazioni dell’anima ascendendo verso l’Etere e ricongiungendosi all’Unità originaria. Una dottrina che ricorda da vicino quella che, in ambito islamico, venne fatta propria dalla setta religiosa alauita, ad oggi ancora presente lungo la fascia costiera della Siria. Secondo gli alauiti, che per secoli hanno mantenuto l’insegnamento esoterico della loro dottrina – aspramente criticata dalle forme islamiche ortodosse sia sunnite che sciite – nel più profondo segreto, l’idea della trasmigrazione e dell’immortalità dell’anima si fondava sulla stretta connessione con il concetto di “Imam eterno”. La trasmigrazione dell’anima (tanasukh) era l’esatto opposto di ma’rifa (traducibile come gnosi o conoscenza esoterica). Attraverso la gnosi, l’uomo fugge dalla trasmigrazione e si ricongiunge con il mondo ideale di pura luce. Una dimensione che si contrappone al mondo materiale: rappresentazione delle tenebre e dell’oscurità generate dall’ignoranza.

A molti di coloro che conversavano con lui, Pitagora, capace di lenire con il ritmola musica e le parole, le sofferenze dell’anima e del corpo, raccontava la vita precedente che la loro anima aveva vissuto un tempo prima di venire incatenata al nuovo corpo. Impressionati dalla sua sterminata conoscenza, molti tra gli abitanti della Magna Grecia ricevettero da lui leggi e suggerimenti considerandoli alla stregua di precetti divini. Altri misero in comune i loro beni e presero l’abitudine di giurare e pregare invocando la Tetraktys(Tetrade): la fonte che possiede le radici della natura che scorre perenne. La Tetrade, che divenne nome e simbolo della scuola pitagorica, era la successione dei primi quattro numeri naturali. Un quartetto che geometricamente poteva disporsi nella forma di un triangolo equilatero di lato quattro. Ossia, in modo da creare una piramide che sintetizza il rapporto intrinseco tra le prime quattro cifre e la decade: 1+2+3+4=10 (la somma teosofica). A tal proposito, René Guénon, conscio del fatto che il quaternario fosse il numero della manifestazione universale rispetto ai numeri precedenti (unità, binario e ternario) maggiormente legati alla dimensione ontologica, avanzò l’ipotesi che la dottrina pitagorica presentasse un carattere più cosmologico che metafisico, senza considerare la forte valenza simbolica che possiede in sé la figura stessa del triangolo.

Questo, con la punta rivolta verso l’alto, rappresenta infatti la montagna: simbolo polare ed assiale per eccellenza. Mentre nel caso in cui la punta sia rivolta verso il basso rappresenta la caverna. Sia la montagna che la caverna sono simboli che indicano la presenza di centri spirituali dal carattere prettamente tradizionale. La caverna, tuttavia, come già riportato, è maggiormente collegata al rito dell’iniziazione nel momento in cui la verità si occulta alla maggioranza degli uomini ed il mondo celeste diviene il mondo sotterraneo. Ad un pitagorico di seconda generazione, Filolao (470-390 a.e.v.), si deve la corrispondenza simbolica tra i numeri ed i diversi livelli della Tetrade con gli elementi fondamentali che i filosofi presocratici posero alla base dell’origine del cosmo. Il primo livello, quello dell’Unità, coinciderebbe con l’elemento del fuoco. Il secondo livello, la dualità (maschio-femmina), che in ambito ermetico coincide con l’androgino, è associato all’aria. Il terzo livello, l’acqua, è legato alla misura dello spazio e del tempo, alla dinamica della vita e della creazione. Mentre il quarto livello, la terra, rappresenta la base delle figure solide e di ogni elemento strutturale. Ancora una volta, quest’idea si ritrova nell’esoterismo islamico.

Gli Ikhwan al-Safa (confratelli della purezza), una società segreta del VIII secolo spesso associata all’ismailismo, nel compendio della loro dottrina raccolta nell’epistolario Rasa’il Ikhwan al-Safa, interpretavano il quaternario nel seguente modo: 1) l’Essere come principio primo della manifestazione; 2) lo Spirito universale; 3) l’Anima universale; 4) la Hylè (materia) primordiale. A ciò si aggiunga che il quaternario ha una infinità di applicazioni nell’ambito della vita dell’uomo: i quattro punti cardinali, le quattro stagioni del ciclo annuale, i quattro Yuga della tradizione induista nei quali sarebbe suddivisa l’evoluzione dell’esistenza umana (Satya Yuga o età dell’oro, il Tetra Yuga o età dell’argento, Dvapara Yugao età del bronzo, il Kali Yuga – l’epoca attuale – o età del ferro). Questa moltitudine di applicazioni del quaternario sono variamente collegate le une con le altre e rappresentano altrettanti aspetti più o meno speciali di uno stesso “schema” generale della manifestazione. Tale schema, in tutte le tradizioni, come afferma ancora una volta René Guénon, viene espresso dal cerchio diviso in parti uguali da una croce formata da due diametri ortogonali. Il quaternario, infatti, se lo si esprime nella sua forma statica, viene rappresentato dalla forma geometrica del quadrato. Ma se lo si considera sotto l’aspetto dinamico, viene rappresentato dalla croce che ruotando attorno al centro genera la circonferenza. Ciò viene chiamata come “circolatura del quadrante”: ovvero, la rappresentazione geometrica di ciò che esprime la formula 1+2+3+4=10. Pitagora utilizzava la matematica come linguaggio per descrivere e regolare il cosmo.

I numeri erano lo strumento per semplificare l’inconoscibile e le forme incorporee difficilmente esprimibili attraverso le parole. Il numero dava la misura alla parola ed all’azione e rappresentava l’ordine intellegibile per comprendere la moltitudine delle forme intellettuali. L’uno rappresentava il principio dell’unità e tutto ciò che è uguale ed identico. Il due indicava il principio dell’alterità e della disuguaglianza: ovvero, tutto ciò che è divisibile e sottoposto al processo del cambiamento. Il numero tre esprimeva tutto ciò che aveva un inizioun centro ed una fine e, dunque, tutto ciò che è perfetto. Il numero dieci (somma teosofica) rappresentava il numero perfetto perché in esso era compresa ogni differenza di numeroogni specie di principio ed ogni proporzione e la natura dell’universo si costituiva secondo i principi dei numeri e secondo le loro proporzioni. Sommando i tre lati del triangolo più le quattro file di punti che costituiscono la tetrade si ottiene il numero sette: altro numero dal carattere sacro per la quasi totalità delle tradizioni religiose esoteriche, dalla Cabala ebraica al sufismo islamico fino all’induismo. E sette, non a caso, erano le virtù pitagoriche (sei più la loro sintesi): pietàsapienzagiustiziatemperanzaforzaamicizia ed educazione (paideia). L’essenza della gnosi pitagorica era il raggiungimento di una perfetta armonia tra l’umano e il divino. Pitagora predicava di assomigliare nel corpo alla luce e nell’anima alla verità e che solo la verità rendeva gli uomini simili agli dei. Non a caso, il principale motto pitagorico asseriva così:

Si deve bandire con ogni mezzo e recidere col fuoco, il ferro e con espedienti di ogni genere, dal corpo la malattia, dall’anima l’ignoranza, dal ventre il lusso smoderato, dalla città la discordia, dalla casa il dissenso, ad un tempo, da tutte le cose, la mancanza di misura

Pitagora percepiva la misura in ogni cosa come fonte di perfezione e armonia. A vantaggio dell’apprendimento dei suoi discepoli utilizzava delle armonie musicali da lui stesso create utili alla comprensione dei ritmi archetipici della natura. Questa musicalità derivava dal fatto che Pitagora stesso fosse capace di “ascoltare l’armonia del cosmo” attraverso la sinfonia delle voci dei sette pianeti e della sfera delle stelle fisse. Infatti, l’armonia del rapporto tra i numeri (segni di completa limitazione) e le note musicali rappresentava, nella prospettiva pitagorica, l’archè: la fonte primigenia che domina il cosmo da cui tutto proviene ed a cui tutto tornerà. Da questa convinzione, nata dallo studio della musica a scopi catartici e dalla constatazione che le altezze dei suoni fossero legate tra loro da rapporti di numeri interi, derivò l’invenzione della “scala musicale” che Platone, nel Timeo, definì come fondamento numerico dell’armonia del mondo. Appare evidente come una simile dottrina differisca in modo totale dall’odierno utilizzo della matematica. La visione pitagorica entrò in crisi con l’introduzione del calcolo infinitesimale e con l’idea dell’infinita calcolabilità che fecero da presupposto filosofico-matematico al gigantismo ed al culto della dismisura in età moderna. Un presupposto a cui si deve anche l’erronea (se non addirittura razzistica) convinzione che la matematica occidentale sia l’unica matematica al mondo.

Sin dall’antichità non mancarono i nemici alla scuola filosofica di Pitagora. Cilone, influente uomo politico di Crotone che il filosofo non accettò tra i suoi discepoli dopo averne scorto l’intrinseca natura malvagia, calunniò a tal punto i pitagorici che vennero istituiti dei veri e propri pogrom contro di essi. In quelli che passarono alla storia come i “rivolgimenti dei pitagorici” molti discepoli di Pitagora trovarono la morte portando nella tomba gli insegnamenti del maestro. Alcuni autori affermano che lo stesso Pitagora vi trovò la morte dopo essersi rifugiato nel tempio delle muse di Metaponto. Altri ritengono che il filosofo, durante le violenze, fosse in viaggio verso Delo. Anche in questo caso non si hanno notizie certe sulla sorte che spettò al filosofo di Samo. Tuttavia, nessun autore dell’antichità ha escluso a priori l’ipotesi di un nuovo occultamento in una dimora sotterranea in pieno rispetto della dottrina, che Pitagora stesso insegnò, secondo la quale tutto ciò che è esistito, esisterà una seconda volta. Una convinzione che farà da sfondo anche all’esperienza terrena di Iskander Dhu al-Qarnayn (Alessandro il Bicorne): figurazione coranica di Alessandro Magno il cui epiteto “bicorne” starebbe proprio ad indicare i due secoli, le due età, i due cicli del condottiero macedone a cui proprio Antonio Diogene attribuì il ritrovamento degli scritti che ispirarono la sua opera durante l’assedio di Tiro, nonché al successivo sviluppo della gnosi islamica sciita centrata sulla credenza che l’Imam del tempo tornerà dal suo occultamento alla fine di questo ciclo dell’umanità per ristabilire la giustizia nel mondo.

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