Turk Stream, Tap, Nord Stream. Dove passa la geopolitica del gas

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ubblichiamo un estratto del volume “Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero” di Mirko Mussetti edito da goWare (2018)

Turk Stream e Brua sono i due gasdotti su cui si impernia la futura sicurezza energetica della penisola balcanica e, in parte, dell’Italia.

La Russia da anni promuove progetti infrastrutturali volti a rifornire in modo più efficiente le principali economie manifatturiere dell’Europa occidentale: bypassando i numerosi paesi di transito della “Nuova Europa”, a partire dall’Ucraina.

Ma mentre la costruzione del gasdotto Nord Stream (e il suo raddoppio) nel Mar Baltico non ha mai trovato forti resistenze a Bruxelles (principalmente per non infastidire la potente Berlino), la realizzazione del gasdotto South Stream è stato affossato dall’Ue in seguito all’annessione della Crimea alla Russia. Una scelta priva di lungimiranza, che non rafforza il mercato energetico dell’Unione. Anzi, irrita consistentemente Italia e Bulgaria, che erano direttamente implicate nel progetto. Con un geniale capolavoro diplomatico, il Cremlino ha salvato i propri intenti geoeconomici, proponendo ad Ankara una variante al progetto iniziale, che prevede l’approdo del gas russo sulle coste della Turchia europea, anziché in Bulgaria: il Turk Stream.

Ora i membri dell’Ue potranno accedere al gas transitante sotto il Mar Nero pagando laute royalties al difficile partner anatolico, che ora gode di un’ulteriore leva di ricatto politico. La Bulgaria ha un grandissimo interesse a riportare in vita il progetto originario, poiché dipende al 100% dal gas russo. Per questa ragione, nella primavera del 2018, il presidente bulgaro “filorusso” Rumen Radev e il premier Bojko Borisov si sono recati più volte a Mosca allo scopo di sondare la possibilità di un ravvedimento in merito all’abbandono di South Stream.

Per Sofia l’implementazione del gasdotto sottomarino è un progetto di interesse nazionale: si accontenterebbe persino di una versione con una portata di quattro volte inferiore al disegno originario. In un incontro con il presidente russo Putin, Borisov ha riconosciuto la colpa bulgara di aver abbandonato in modo unilaterale gli impegni assunti per la realizzazione del gasdotto, ma ha aggiunto che il grande deve saper perdonare. La risposta di Putin è stata piuttosto salomonica: Affrontare i problemi con il binomio piccolo-grande non è bene, poiché di regola ci si aspetta che il grande paghi il conto.

Dall’abbandono di South Stream, la Russia ha perduto circa 800 milioni di euro e il Cremlino ha riferito che la Bulgaria dovrà accontentarsi del gas proveniente dalla Turchia (con annesse royalties), mediante la realizzazione di un nuovo segmento di gasdotto lungo 105 chilometri nelle acque territoriali turche. In seguito al riavvicinamento con la Turchia di Erdoğan,

Putin non ha attualmente alcuna intenzione di dirottare verso il futuro nodo regionale di distribuzione di Varna parte del gas transitante dal Turk Stream (che ben presto verrà raddoppiato), rendendo così incerto lo sviluppo economico della città marittima bulgara. Con ogni probabilità la Bulgaria rimarrà dunque solamente un paese di transito verso la Serbia e l’Ungheria (entrambe in buoni rapporti con il Cremlino).

Nel tentativo di limitare la dipendenza dal gas russo e di diversificare gli approvvigionamenti, l’Unione europea e la Banca europea degli investimenti (Bei) finanziano un progetto da 479 milioni di euro per la realizzazione di un gasdotto che collegherà Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria.

L’infrastruttura potrà collegarsi ai corridoi est-ovest del gas diretti dall’Asia Centrale al Vecchio Continente. I 1.318 chilometri del corridoio Brua permetteranno una maggiore interconnessione tra i quattro paesi del segmento meridionale del Trimarium e un accesso quasi diretto alle infrastrutture che comporranno il Southern Gas Corridor (Tap + Tanap + Bte), una iniziativa della Commissione europea volta a diversificare gli approvvigionamenti energetici e a ridurre la dipendenza dal gas russo.

Non solo, la nuova condotta consentirà anche un’efficiente distribuzione delle future produzioni offshore nel Mar Nero che tanto interessano i produttori romeni. Spinta dal rinato entusiasmo unionista, la Romania è attivissima in campo energetico anche allo scopo di azzerare l’insicurezza energetica della Repubblica Moldova.

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