La Russia e la corsa a trivellare l’Artico

dal blog http://dorsogna.blogspot.com/

TUESDAY, NOVEMBER 6, 2018

Russia e la corsa a trivellare l’Artico

E’ l’ultima frontiera dei trivellatori, l’Artico, un tempo ostico ed impossibile da sfruttare ma sempre piu’ appetibile grazie ai cambiamenti climatici, creati dai trivellatori stessi.

La Russia e’ in prima fila nel piantare le proprie trivelle in cima al mondo, letteralmente e figurativamente, ma la Cina non sta a guardare.

E hai voglia a predicare.

Tutti sappiamo che l’aumento delle temperature porta allo scioglimento dei ghiacciai, anzi secondo le stime dell’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite, se tutto va avanti come adesso, entro il 2040 l’Artico restera’ senza ghiaccio.

Ovviamente questo e’ musica per le orecchie dei trivellatori, con nuove rotte marine dove prima c’era ghiaccio e con la promessa di petrolio e gas sgorganti dal sottosuolo.

La Russia e’ la piu’ determinata di tutte, se non altro perche’ e’ la piu’ vicina geograficamente all’Artico che si scioglie, perche’ economicamente vive di idrocarburi e perche’ prima di tutte ha deciso di sfruttare i mari dell’Artico e di accapparrarsene i diritti.

Lo scioglimento delle nevi significa non solo nuovi giacimenti, ma anche minori tempi per il trasporto di petrolio attraverso le nuove acque: si calcola che i tempi per navigare dall’Asia all’Europa si accorcera’ del 35-40% rispetto al passaggio attraverso l’Asia rispetto al passaggio attraverso il canale di Suez o dell’oceano indiano.

E cosi Venta Maersk e’ stata la prima nave ad attraversare l’Artico da Vladivostok a San Pietroburgo, qualche mese prima la ditta russa Novatek ha mandato un carico di gas liquefatto in Cina dalla Siberia attraverso l’Artico con 19 giorni invece dei tradizionali 35 lungo il canale di Suez.

La Russia ha pure 40 navi rompighiaccio, incluso alcune che vanno ad energia nucleare, piu’ potenti e che non abbisogano di rifornimenti. Gli USA invece hanno solo due navi rompighiacchi.

Ci vogliono un miliardo di dollari a nave, e dieci anni per costruirle.

USA, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia e Islanda hanno tutti interessi in Artico, e quindi e’ comprensibile che vogliano contrastare la Russia. La Cina pero’ afferma che l’Artico non e’  di nessuno e che quindi e’ di tutti.

Vogliono acchiappare anche loro quel che possono.

E infatti si sono definiti una superpotenza polare nel 2014. Nel 2018 hanno pure rilasciato una politica cinese dell’Artico per difendere i propri interessi e quindi hanno iniziato a costruirsi rompighiacci pure loro e annunciano di volere costruire una via della seta polare.

L’Artico e’ governato da una serie di trattati fra cui uno delle Nazioni Unite del 1982 chiamato United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS).  Questo UNCLOS delinea le estensioni dei mari territoriali, zone economiche, diritti di passaggio, diritti e doveri di sviluppo, protezione ambientale. Non si parla di sicurezza militare.

Ci sono gia’ litigi: il Lomonosov ridge e’ lungo 1800 chilometri ed e’ al cuore di dispute fra la Russia, Canada e Danimarca. Il motivo?

Petrolio.

Si pensa infatti che il Lomonosov ridge sia particolarmente ricco di idrocarburi e la Russia vuole che siano tutti loro. Per esempio, gia’ nel 2007, una spedizione russa, Arktika 2007 giunse alla conclusione che questo Lomonosov e’ una estensione della massa continentale russa e piantarono qui bandiere russe.

Canada e Danimarca dicono di no; anzi la Danimarca dice che e’ una estensione della Groenlandia.

Putin non ha mai fatto mistero di queste sue ambizioni polari che esistono da piu’ di dieci anni.

Nel 2012 i russi hanno proposto di chiamare l’oceano artico l’oceano “russo” come dire e’ cosa nostra. Il paese sta anche creando una presenza militare in artico, con un Arctic Joint Strategic Command, e addrittura sta rimodernando aereoporti costruiti durante il tempo della guerra fredda.  E’ stata istituita una Northern Sea Route Administration, una agenzia russa che ha lo scopo di governare il passaggio di navi e il traffico in Artico.

Putin cerca pure di aumentare i suoi alleati strategici in zona, per esempio creando accordi con India (perche’ India? non si sa, ma forse perche’ India e Cina non sono tanto amiche…)

Ovviamente non e’ solo il controllo dell’Artico ma anche proprio dello sfruttamento petrolifero. La ditta Rosneft ha gia’ iniziato a trivellare in Artico nel 2017 in una concessione detta Khatangsky nel  Laptev Sea.

Si parla di 590 milioni di barili di petrolio di alta qualita’ – leggero e a basso tenore sulfureo; un enorme ricchezza.

Oltre a Rosneft c’e’ Gazprom che invece gestisce la piattaforma Prirazlomnoye nel Pechora Sea e le cui trivelle sono state inaugurate nel 2013. Anche qui si parla di 513 milioni di barili di petrolio.

Rosneft vuole trivellare nel Barents Sea, nel Kara Sea e in tutta l’area russa dell’Artico: hanno almeno 28 concessioni per un totale di 250 miliardi di barili. Sono numeri impossibilmente grandi.

Sanzioni o non sanzioni, i russi vanno avanti: non possono usufruire di beni e servizi tecnologici da paesi terzi, per via di queste sanzioni, ma dicono che troveranno i fondi fuori dalle sanzioni perche’ l’Artico e’ importante per la loro economia. Vogliono che il 20-30 percento di tutto il loro petrolio e gas venga dall’Artico entro il 2050.

La morale della favola e’ che in questa corsa geopolitica a chi arriva prima in Artico, ci sono tanti calcoli: petrolio, navi, risorse, sogni di vanagloria.

E al resto del pianeta chi ci pensa?

Davvero Russia e Cina avranno a cuore la biodiversita’ del pianeta, davvero sapranno “controllarsi”? Come gia’ ci mostra la russia, non credo. La cosa piu’ ironica e’ che tutto questo nuovo sfruttamento dell’Artico e’ reso possibile dai cambiamenti climatici, che le azioni dei russi rendera’ piu’ estremo, con questo maggior petrolio estratto, venduto, consumato.

Ci vorrebbe solo un grande accordo: “l’Artico non si trivella”.

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