14 milioni di alberi abbattuti. Un disastro epocale diventa il pretesto per nuovi interessi economici

dal blog https://www.lantidiplomatico.it/

di Sonia Savioli – ilcambiamento.it

Non c’era chi si fregava le mani dopo il terremoto? Imprenditori intercettati mentre sghignazzavano parlando delle future commesse. Perché dai terremoti si può guadagnare, anche senza fare niente di buono e anzi aggiungendo danno al danno, se si hanno buoni amici tra i politici al potere in quel momento o in quella regione. Ma si può guadagnare, aggiungendo danno al danno, anche dalle calamità naturali, facendo leva sull’opportunismo e sull’ignoranza.
Il 29 ottobre sull’Italia hanno soffiato venti da uragano. Venti che in molti luoghi hanno superato i 200 chilometri orari, velocità che caratterizza gli uragani di categoria tre.
Ai tropici, dove tali uragani sono relativamente comuni, crescono le palme e un motivo ci sarà. Gli abeti, i larici, i pini, e persino le querce e i faggi non resistono a venti così violenti, e ne abbiamo avuto già dimostrazione qualche anno fa sull’Appennino tosco emiliano, seppure in misura minore. E infatti nei luoghi colpiti dai venti a 200 chilometri orari milioni di alberi (14 milioni è la stima) sono stati abbattuti e distrutti. E con loro quanti milioni di animali selvatici che in quelle foreste avevano casa e rifugio?
Un disastro di proporzioni immani, che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti gli abitanti di questo disgraziato paese. Una finestra di orrore da cui possiamo dare un’occhiata al futuro che ci aspetta grazie al riscaldamento globale provocato dal nostro stile di vita e dalla follia di chi ci domina e di chi ci governa. Il potere economico in primis e quello politico subito dopo.
Quattordici milioni di alberi sono quattordici milioni di creature che contrastavano l’aumento dell’effetto serra, che producevano ossigeno, mitigavano il riscaldamento del suolo e dell’aria nelle estati sempre più calde; erano rifugio e cibo per mammiferi, uccelli, insetti; ci davano speranza e bellezza. Si dovrebbe piangere sul loro sterminio, arrabattarsi per cercare tutti insieme delle soluzioni per rimpiazzare al più presto quegli alberi sterminati, per mettere in atto politiche radicali che contrastino il riscaldamento del pianeta.
Invece no. Si attacca subito a sproloquiare per portare acqua al proprio mulino. Le calamità ambientali diventano un pretesto per attaccare gli ambientalisti e i vincoli ambientali. Come ai tempi in cui i giudici assolvevano gli stupratori, dando la colpa alle donne stuprate: se loro non fossero esistite, quei poveretti non sarebbero caduti in tentazione. Se non ci fossero gli ambientalisti e i vincoli ambientali, le imprese forestali avrebbero già potuto papparsi le foreste, che così non sarebbero state devastate. Non fa una grinza.
Sì, perché “l’acqua al proprio mulino” che sta portando una parte dei politici di governo e dei politici amministratori locali, è in realtà acqua al mulino delle grandi e medie imprese di distruzione dell’ambiente. Molte di tali imprese sono implicate in inchieste di mafia, tanto per non farci mancare nulla. Basti pensare alla Sila, ai boschi sequestrati, alle illegalità sul Gargano, alle trame sul verde pubblico, tanto per fare degli esempi.
Cui prodest? A chi giova? E’ sempre la domanda che rivela il trucco. Siete dei bari, signori! A meno che non siate così ignoranti…
Dragare i fiumi non serve ai fiumi e alle terre che li fiancheggiano. Li uccide e, nello stesso tempo, ne aumenta la portata d’acqua e la velocità, rendendoli delle bombe sparate da un missile. Ma, naturalmente, giova alle imprese del movimento terra con i loro bei superescavatori e le loro super ruspe, il loro lavoro nero e le inchieste di mafia che coinvolgono molte di loro.
Gioverebbe alle popolazioni che vivono lungo le rive dei fiumi non aver costruito nelle zone di esondazione. Gioverebbe a tutti che lungo i fiumi ci fossero ancora quei bei boschi e boscaglie ripariali di salici, ontani e pioppi, che si lasciavano allagare tranquillamente e sopravvivevano allegramente dentro l’acqua, smorzandone la violenza. Ma quei bei boschi ripariali impedivano di cementificare e asfaltare e adesso, al loro posto, ci sono appunto case e strade. Che, a differenza dei salici, non resistono agli straripamenti dei fiumi. Dove qualche bosco ripariale resiste ancora, oggi intervengono a distruggerli Regioni, Consorzi cosiddetti di Bonifica e… industrie di legname e biomasse. Gnam, gnam, quanta buona pappatoria!
Il mercato dell’energia è stato aperto, anzi spalancato, ai privati; le centrali a biomasse vengono sovvenzionate (con i nostri soldi, non dimentichiamolo) come energie rinnovabili (peccato che brucino in un’ora quello che per rinnovarsi ha bisogno di cinquant’anni), e gli speculatori di ogni tipo ci si sono tuffati. “Ados, ados, ch’el muntun l’è gros!”, antico detto lombardo che si traduce “addosso che il mucchio è grosso”. Peccato che “il mucchio” da cui vogliono portar via tutto il possibile non sia di loro proprietà, e quindi ce lo stanno fregando, con l’aiuto di chi dovrebbe rappresentarci e custodirlo per noi.
Lo stesso discorso del “gnam gnam” vale per i boschi. Ci dicono che le foreste italiane sono cresciute a dismisura, vogliono farcelo credere e farci credere che questa sia una sciagura. In tempi di incremento insopportabile dell’effetto serra e dell’anidride carbonica in atmosfera! Ci prendono proprio per scemi.

Mistificano, nascondono, omettono. Omettono, per esempio, di dire che tutte queste “foreste” di cui parlano, nella maggior parte dei casi non meritano questo nome; si tratta di boschi regolarmente e continuamente tagliati, sfruttati all’osso e indeboliti, ridotti a delle monocolture. I nostri governanti vadano a vedere i boschi del Mugello, dell’Umbria e di tante zone dell’Appennino, ridotti a boscaglie rade con alberi di dieci centimetri di diametro e alti tra i quattro e i sei metri. Boscaglie, quelle sì, impenetrabili, perché non c’è ombra che impedisca ai rampicanti e agli arbusti di crescere e propagarsi senza limiti. Ma, naturalmente, anche queste boscaglie tagliate ogni dieci anni vengono classificate come “foreste”.
Dimenticano, i divoratori di legname, di parlarci dei 140.000 ettari di boschi incendiati nel 2017, dei quasi 50.000 ettari del 2016 e così via di anno in anno. Incendi dolosi. Chissà chi li ha provocati. Poi bisogna “bonificare”, cioè portare via la legna bruciata, e si viene anche pagati per questo. E’ comunque biomassa e come tale viene utilizzata. Chissà chi ci guadagna. E infine anche quei boschi bruciati a centinaia di migliaia di ettari risultano “foreste” sulla carta.
Dimenticano di dire che tra fine ‘800 e primi del ‘900 un terzo dei boschi italiani era stato distrutto per fare posto a pascoli, e che quindi non è così straordinario che il bosco abbia poi ripreso una parte del proprio territorio.
E dimenticano di farci notare che l’80% del territorio del nostro un tempo bel paese è di collina e montagna, che tendono a franare quando i boschi non ci sono.
Ma, direte voi, se i boschi italiani sono già così sfruttati, cosa vogliono le imprese del legno, le aziende agrarie-imprese del legno e i corifei al loro servizio? Sorpresa! Vogliono mangiarsi i parchi nazionali, le riserve naturali, le foreste demaniali e, giacché ci siamo, quei pochi boschi privati che i proprietari rispettano. Hanno già il decreto legge dell’ex governo Gentiloni, che il presidente della nostra Repubblica ha senza indugi firmato, nonostante “presenti diversi aspetti di incostituzionalità” e che questo governo “del cambiamento” non si è sognato di buttare nel cestino dei rifiuti, nonostante sia un decreto incostituzionale ed ecocida. Mancano i decreti attuativi delle Regioni e poi… gnam gnam, quanti soldi, profitti, mazzette, crescita, sviluppo, frane, smottamenti, alluvioni, erosiono… Quanta morte machissenefrega.
E, siccome hanno paura che gli ambientalisti e quella parte del popolo che non è bue (senza offesa per i buoi veri, che non hanno scelto di esserlo) mettano qualche sassolino nell’ingranaggio, hanno attuato un attacco preventivo. Come fanno tutti gli imperialisti con coloro che rifiutano di essere sudditi.
Così un disastro epocale diventa il pretesto per fare gli interessi economici di una parte minoritaria e priva di scrupoli, a discapito degli interessi collettivi e generali del paese e delle generazioni future.
Tuttavia la cosa più deprimente in tutto questo vociare confuso e fatto per generare confusione contro ambientalisti, vincoli, natura, alberi e foreste, è constatare a che punto sia giunta la follia e la cecità di coloro che mettono al primo posto nel loro operato e nella loro vita il profitto economico e il privilegio e il potere che esso genera. Dopo una catastrofe terrificante, oltre a chi pensa come guadagnarci, c’è chi si chiama “governatore” e si preoccupa di aprire gli impianti di sci: non temete, consumate, spendete, guadagnate, arricchitevi, sprecate, inquinate, distruggete.
Di fronte a un disastro che ci fornisce la prova evidente che tutta la vita del pianeta è a rischio, che ci mostra un quadro di ciò che ci aspetta in un prossimo futuro, e rende evidente e tangibile proprio ciò che scienziati e ambientalisti pronosticavano se non avessimo arrestato l’incremento dell’effetto serra, come dovrebbe agire qualsiasi essere pensante e dotato di istinto di sopravvivenza? Pensavano ai soldi e alla carriera i passeggeri del Titanic che andava a fondo?
Preparate le scialuppe, cari signori, perché tutti i vostri soldi non vi rendono invulnerabili e, anche se foste tanti Nembo Kid, il riscaldamento globale è la kriptonite che vi annienterà, se non cerchiamo tutti di fermarlo.
Quanto agli “ambientalisti da salotto” del ministro Salvini, bisogna che qualcuno lo informi che non sono gli ambientalisti a frequentare i cosiddetti “Salotti” dove si trama e si intessono relazioni proficue. Noi ambientalisti siamo gente comune, che lavora in genere almeno otto ore al giorno, e dedica il suo tempo libero a cercare di salvare il pianeta a beneficio di tutti, anche dei ministri e dei loro figli e dei figli di imprenditori forestali e persino dei figli e nipotini di imprenditori mafiosi. Siamo (e parlo di quelli che conosco personalmente nella piccola realtà di paese dove vivo) contadini e contadine, commesse di piccoli supermercati, operai e operaie agricole, operai di piccole industrie, impiegati, un medico, qualche pensionato, una insegnante. Gente così.
Abbiamo anche noi un salotto o un salottino ma devo dire che li usiamo poco. Quando ci ritroviamo per una riunione a casa di qualcuno di noi, preferiamo sederci intorno al tavolo di cucina, perché ci permette di stare vicini, di consumare più agevolmente un caffè o una tisana o un bicchiere di vino (biologici e il caffè equo e solidale, bisogna precisare a chi non sa), di prendere qualche appunto se necessario. Paghiamo di tasca nostra, noi ambientalisti piudicucinachedisalotto, la stampa dei volantini e dei manifesti e locandine che facciamo per le nostre iniziative, e dunque non abbiamo tante risorse.
Tuttavia, noi ambientalisti piudicucinachedisalotto, coi nostri scarsi mezzi, siamo evidentemente un osso duro da masticare per speculatori e arraffatori, e sono certa che dopo questo disastro saremo un osso ancora più duro, sul quale si spezzeranno i denti.

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