Mandiamoli a casa

dal blog https://www.ariannaeditrice.it

di Francesco Lamendola – 10/11/2018

Fonte: Accademia nuova Italia

Barbara Palombelli con Stasera Italia, su Rete Quattro, e Lilli Gruber con Otto e mezzo, su La 7, si sfidano ogni sera all’ultimo punto percentuale di share, ma restano poco oltre il 6,5% degli ascolti. Massimo Giletti con Non è l’Arena su La 7 duella con Fabio Fazio con Che tempo che fa,  fra il 16 e il 19%, 400-500 mila euro l’anno di stipendio il primo, oltre 18 milioni di euro il secondo (cioè oltre il massimo Rai: cfr. Il Fatto Quotidiano online del 1705/18). Di Martedì di Giovanni Floris viaggia sul 6% e qualcosa, Bersaglio Mobile di Enrico Mentana non arriva molto oltre il 3%, ben che vada. Piazzapulita di Corrado Formigli è un po’ sopra il 4,5% , Diego Bianchi con Propaganda Live non va molto più in là del 2%. Myrta Merlino viaggia sul 5% con L’aria che tira, mentre Tiziana Panella con Tagadà scende sotto il 3%. Corrado Augias, su Rai Tre, con Quante storie, a ottantatre anni, molto oltre l’età della pensione di un qualsiasi lavoratore pubblico, si porta a casa 240 mila euro, il massimo sindacale della Rai (Il Giornale.it del 15/06/2018), anche se il suo programma oscilla fra il 4% e il 6%. Dove vogliamo arrivare, con queste cifre, tutte riferite agli ultimi mesi e attinte da quanto riportato sulla stampa? Primo, al fatto che quasi tutti i giornalisti televisivi realizzano indici d’ascolto modestissimi, a volte risibili; secondo, che guadagnano troppo, specie quelli Rai, perché la Rai è un’azienda pubblica e quindi i loro stipendi sono pagati direttamente da noi cittadini. Senza contare che la Rai già si avvale sia del canone televisivo, sia di un vastissimo finanziamento pubblicitario. Nemmeno quelli, come Fazio, che ottengono grossi ascolti, peraltro favoriti dalla collocazione in prima serata domenicale, riteniamo che meritino di portare a casa le cifre astronomiche che ricevono quale compenso per le loro performances. Specie in tempi di vacche magre, come sono questi per la stragrande maggioranza degli italiani, quei compensi di milioni di euro suonano come uno schiaffo a tutti quelli che, pur lavorando sodo, faticano ad arrivare alla fine del mese. E che dire di quei lavoratori pubblici, come poliziotti e carabinieri, che rischiano la pelle tutti i santi giorni per proteggere i cittadini dalla delinquenza, e guadagnano stipendi al limite della sopravvivenza? Guadagnano, in media, meno di 1.500 euro: e si capisce cosa ciò voglia dire per una famiglia, poniamo, di quattro persone. Il tutto col pericolo di prendersi una coltellata ogni volta che fermano uno spacciatore.

Peraltro, gli indici di ascolto sarebbero ancora più bassi, se tutti quei signori non fossero praticamente blindati all’interno di un sistema dell’informazione, specialmente televisivo, bloccato da un regime di tipo quasi monopolistico. In lizza, a livello nazionale, ci sono solo tre soggetti: la Rai, una azienda di Stato, che ha la bellezza di tre canali principali, un tempo espressione dei maggiori partiti del Parlamento, ora inutilmente ammucchiati a fare gli stessi discorsi e distesi sulla stessa lunghezza d’onda, a dire le stesse cose e a fare il tifo per la stessa parte politica; Mediaset, con altri tre canali principali; e La 7 dell’editore Cairo, che è scesa in lizza come la grande novità e si è rapidamente appiattita anch’essa sul politicamente corretto più becero. Tutti i giornalisti di queste tre aziende, chi più, chi meno, portano avanti una pseudo informazione di tipo quasi sovietico. Non esiste libero dibattito, non c’è quasi mai contraddittorio, oppure c’è, ma solo di facciata; oppure in quattro contro uno, più il conduttore che sta sempre dalla parte dei quattro: a parlare sono tutti contro il governo-giallo-verde, sparano su di esso da mattina a sera, e i rispettivi telegiornali fanno il resto. La loro faziosità emerge dal taglio dei servizi e dei dibattiti, nonché dal linguaggio che adoperano, col quale già barano sulle parole e quindi spostano le discussioni su un terreno truccato: perché, ad esempio, se l’invasione afro-islamica viene sistematicamente chiamata “emergenza” o “accoglienza”, si dà a credere ai telespettatori che essa sia una cosa completamente diversa da quel che realmente è. Indecente, poi, lo spettacolo dei complimenti e delle moine che si fanno l’un l’altro, allorché s’invitano nei rispettivi programmi e fingono di parlare dei problemi dell’Italia, mentre annoiano il pubblico con i loro vieti luoghi comuni, con il loro buon senso da quattro soldi, che non ha nulla a che vedere con l’autentico buon senso della gente comune, della gente che lavora e guadagna stipendi normali, e che è costretta a vivere nei quartieri degradati che loro, invece, conoscono solo per le inchieste che fanno quando ci scappa il morto, come nella tristissima vicenda di San Lorenzo, a Roma. Stranissima televisione, che parla di se stessa, che si sbrodola da sola, si applaude da sola: uno spettacolo che nelle televisioni serie, all’esterno, sarebbe addirittura impensabile. Non è solo provincialismo; è proprio la negazione dell’ABC del giornalismo. Invece di dare informazione, danno commenti, opinioni, sproloqui, come nel caso del TG de La 7 di Enrico Mentana: spettacolo quasi surreale, un direttore che fornisce in diretta la sua opinione su ogni fatto che si degna di “passare” all’attenzione del pubblico. Gli indici di ascolto sono in caduta libera, come del resto quelli delle vendite dei giornali cartacei; ma che altro potrebbero guardare, gli italiani? I telegiornali, come i programmi cosiddetti di approfondimento, più o meno si equivalgono. Dicono le stesse cose, con differenze minime; il pepe, al massimo, è dovuto alla competizione dei conduttori per strapparsi l’un l’altro qualche punto di share, non per presentare i fatti in una luce un po’ diversa. È come scegliere fra diverse marche di dentifricio, o di carne in scatola, che sono fatti più o meno allo stesso modo, con gli stessi ingredienti. Che differenza ci sarà mai? Perfino la pubblicità, sempre più frequente, sempre più invasiva, sempre più volgare, è sincronizzata: si cambia canale per non vederla, e la si ritrova, puntuale, sull’altro canale, sull’altro programma. I tre soggetti televisivi devono essersi messi d’accordo: non ne avremo mai le prove, ma qualunque telespettatore lo può benissimo immaginare. Basta fare zapping per tentare di scansarla: è una cosa di per sé evidente, difficile tirare in ballo coincidenze e probabilità. Difficile anche non vedere una diretta relazione fra il calo degli ascolti e l’aumento della pubblicità: meno gente che guarda la Tv, significa pubblicità meno redditizia per gli editori: di qui la necessità di aumentare la quantità.

La situazione della televisione italiana attuale somiglia molto a quella degli ex Paesi comunisti alla vigilia del crollo. Ormai gli editori non si preoccupano neanche più di nascondere la modestia del pubblico che li segue: tanto, per loro, la televisione non è mai stata un mezzo per fare soldi, quanto un mezzo per addomesticare il pubblico e renderlo più docile in altri campi, primo fra tutti quello finanziario. Se la gente è “lavorata” dalle televisioni, finisce per accettare che le banche facciano, dei suoi risparmi, tutto quel che vogliono; stesso ragionamento per le grandi imprese e per le multinazionali. Le televisioni, insomma, come anche i giornali, esistono ancora, pur lavorando in perdita, non per i profitti che non danno più, ma perché servono a tenere la popolazione nell’ignoranza e nell’inconsapevolezza. A tutti i livelli. A livello politico: possibile che tutte le televisioni e i giornali nazionali siano sdraiati sulle stesse verità di comodo, sia del notiziario nazionale che di quello internazionale? Possibile che, dopo diciassette anni, nessuno abbia aperto le porte almeno a un legittimo dubbio sulla versione ufficiale dei fatti dell’11 settembre del 2001? Possibile che, a distanza di quindici anni, nessuno abbia sentito il dovere, o la decenza, di chiedere scusa per aver preso per buona la versione di George Bush jr. sulle armi di sterminio di massa di Saddam Hussein, in seguito mai trovate, che servì da pretesto per l’aggressione all’Iraq del 2003? Eppure, è proprio così: nessuno ha sentito il dovere morale di scusarsi, né di promettere una maggior vigilanza sulle notizie, per quanto riguarda il futuro. Ciò significa che abbiamo oltrepassato, e di molto, la soglia della decenza. È come se un consulente finanziario, dopo averci fatto perdere quasi tutti i nostri risparmi con una serie di investimenti sbagliati, continuasse a offrirci i suoi servigi con la massima disinvoltura, senza una parola di scuse, o almeno di giustificazione, per la sua inettitudine, che a noi è costata tanto cara. Non parliamo, poi, dell’informazione riguardante il presente: il presente è cronaca, e basta accendere il televisore e sintonizzarsi su di un qualsiasi canale nazionale, pubblico o privato, per assistere allo stesso spettacolo di conformismo, di faziosità, disinformazione sistematica. E cosa dicono all’unisono, come se leggessero i palinsesti da un medesimo copione? Che, nella nostra presente situazione, hanno ragione i signori di Bruxelles, i signori della Banca Centrale Europea; che hanno ragione Draghi, Juncker, Moscovici; che noi siamo brutti e cattivi, perché ci siamo rifiutati di fare i compiti a casa, e abbiamo preteso addirittura, per l’irresponsabilità del governo giallo-verde, di strappar le pagine e gettare il quaderno nel cestino, nonché di mostrare la lingua alle maestre. Questo, per ciò che riguarda la politica finanziaria. Per ciò che riguarda l’immigrazione, hanno ragione gli immigrati, hanno ragione gli stranieri, hanno ragione i profughi: loro, poveretti, fuggono da guerra e fame, e noi, che siamo così fortunati e benestanti, che abbiamo sovrabbondanza di lavoro e una florida situazione finanziaria, e che dovremmo essere grati, inoltre, per il principio di reciprocità, circa il generosissimo trattamento che i nostri correligionari cristiani ricevono nei Paesi islamici, dove godono di assoluta parità e non devono sottostare ad alcuna discriminazione, non possiamo certo rifiutare loro il diritto di sbarcare, né quello di ospitarli, e il dovere d’includerli, né quello di dar loro la cittadinanza il più presto possibile: meglio di tutto se addirittura all‘atto della nascita. Questo sì, farebbe di noi un Paese civile e progredito; e così cresceremmo anche nella stima e nella considerazione altrui. Il governo Macron, per esempio, modello universalmente riconosciuto di accoglienza e integrazione, potrebbe anche rivedere il giudizio di vomitevole che ci ha gentilmente affibbiato, quando Salvini decise la chiusura dei porti italiani alle navi delle O.N.G. Se, poi, fossimo così aperti e moderni da agevolare le adozioni di bambini da parte delle coppie arcobaleno; se ci decidessimo ad autorizzare la pratica dell’utero in affitto; se ci risolvessimo a dare ai cittadini piena libertà di eutanasia, per sé e per i loro cari minorenni, oppure non più in grado di esprimere la propria volontà, e di quella strada liberalizzassimo la droga, la pederastia, e chiudessimo un occhio, e magari tutti e due, sulle orge di cardinali e monsignori, a base di eroina e sesso gay, nonché sui preti che in seminario sodomizzano i ragazzini affidati alle loro paterne cure (dopotutto, anche quella è una forma di amore, anzi più nobile di tutte perché disinteressata, come insegnavano i guru del Forteto, gli eredi spirituali di don Milani), allora quello sarebbe il massimo, sarebbe splendido. Ah, che bel Paese sarebbe l’Italia, se riuscissimo a tagliare quei traguardi!

Ora, di tutti questi “brillanti” giornalisti e giornaliste televisivi, noi possiamo farne tranquillamente a meno: per quel che ci offrono, non vale davvero la pena di pagarli e di sopportarli. E il modo è abbastanza facile: basta spegnere il televisore. Certo, non basterà per mandarli a casa, dal momento che i loro editori se ne infischiano, non s’illudono sugli indici di ascolto, sanno che continueranno a calare, e sanno anche il perché. Ma di certo non muteranno strada, non cambieranno rotta, perché il loro obiettivo non è quello di riconquistare la fiducia del pubblico e meritarsi la fedeltà e la stima degli ascoltatori, ma quello di continuare a rifilare notizie addomesticate, in modo da favorire l’incretinimento del popolo bue. E a questo fondamentale, encomiabile e nobilissimo obiettivo, se ne aggiunge, poi, un secondo: occupare comunque gli spazi  dell’informazione televisiva, pubblici e privati, perché non accada mai – Dio non voglia! – che al posto loro vengano dei giornalisti veri, dei programmi seri, qualcuno intenzionato a fare per davvero informazione e non propaganda di regime per conto di chi gli paga lauti emolumenti. No: spegnere la Tv non basterà per mandarli a casa, però sarà un preavviso di licenziamento; sarà un modo di sfiduciarli solennemente, e, nello stesso tempo, sarà un modo di scoprire che possiamo trascorrere la serata, o il pomeriggio, o la mattina, anche senza vedere le loro facce compiaciute (e di cosa, poi? mistero!), i loro sorrisetti furbi, e sentir le loro chiacchiere insulse, le verità addomesticate. Per mandarli a casa ci vuole una svolta politica che non è ancora avvenuta, neppure dopo le elezioni del 4 marzo e neppure dopo la nascita del governo giallo-verde, ostacolata fino all’ultimo dal presidente Mattarella. Neanche dopo essere riuscito, con immensa fatica, a porre il suo candidato alla presidenza della Rai, il governo potrà intaccare minimamente le posizioni di potere esistenti. Come abbiamo detto, è tutto blindato: ogni poltrona e ogni stipendio. Per mandar via giornalisti come la signora Botteri, che invece di fare informazione dagli Stati Uniti, fa propaganda democratica e anti-repubblicana, anzi anti Trump, benché sia pagata da noi cittadini, almeno teoricamente, per darci le informazioni e non la sua sviscerata passione pro Clinton e anti Trump, ci vorrà una svolta politica assai più decisa di quella del 4 marzo. Il governo giallo-verde ha vinto, ma ha tutti i media contro; per avere una informazione un po’ più onesta, non basta il 60% dei voti, ci vorrà l’80%. E noi cercheremo di darglielo. E per mandare a casa Marco Tarquinio, che ha trasformato L’Avvenire in un giornale politico pro-Pd con tanto di satira blasfema, bisogna che molti altri cattolici levino una voce di protesta. La gente non ne può più di sentirsi far la lezione da giornalisti faziosi e strapagati che parlano a nome di se stessi e non rappresentano alcuno.

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