Perché quello di Trump non sarà un vero ritiro

dal blog http://www.occhidellaguerra.it

Donald Trump ha annunciato il ritiro dalla Siria e ha ridotto il contingente americano dall’Afghanistan. Ma sbaglia chi pensa che questo sia l’inizio del grande ritiro dell’America dall’Asia o dalle aree di conflitto. Quella in corso non è una smobilitazione: è un rimodulazione, o, se se vuole usare il termine corretto, una sorta di ritirata strategia. E Trump c’è anche per questo motivo: modificare i parametri del coinvolgimento degli Stati Uniti nelle aree del mondo in cui sono coinvolte le forze Usa.

Il Medio Oriente è troppo importante per Washington. E gli alleati regionali non vogliono che questo cambio nella strategia americana implichi un peggioramento della loro condizione. Anche perché basta osservare gli alleati dell’attuale amministrazione Usa nella regione per capire che questo ritiro da parte degli Stati Uniti non possa ledere gli interessi d chi è legato a doppio filo al capo della Casa Bianca. Israele e Arabia Saudita sono due partner fondamentali. E difficilmente The Donald potrebbe scegliere una via per ledere i loro interessi strategici quando ballano rapporti politici, economici, e militari che significano miliardi di dollari in commesse militari e lobby che incidono sui destini di un sistema politico.

Trump lo sa. E non è pensabile che non lo sappia nemmeno il suo entourage, che si fonda proprio su questi interessi. L’America First di The Donald si fonda anche su questi miliardi e su questi interessi politici. E il fatto che una superpotenza sia “First”, per definizione implica che non si trasformi in una superpotenza isolata dal resto del mondo. Specie con un Russia in espansione (e che sta guadagnando terreno anche grazie al disimpegno americano) e con un Cina che sta intessendo la sua rete d’interessi globali che vanno dal Pacifico al Mediterraneo e che stanno andando a colpire anche il Sud America.

Quello di Trump è un bluff? No, non è detto che lo sia. Ma sicuramente non può essere considerato un ritiro che implichi la sconfitta strategica degli Stati Uniti, che che mai ammetteranno il fallimento in Afghanistan, così come l’incapace di trova una exit strategy del conflitto in Siria. Quello in atto è, in linea generale, un riposizionamento che potrebbe implicare due conseguenze: un maggiore impegno degli alleati regionali nei diversi conflitti; una sospensione delle attività americane in alcune aree di crisi per comprendere come mettere in pratica una strategia diversa e, probabilmente, migliore.

Del resto, gli ultimi decenni hanno dimostrato che la linea voluta in particolare dalle presidenza di George W. Bush e Barack Obama non è stata effettivamente foriera di effetti positivi .Le guerre in Afghanistan, Iraq e Siria hanno rappresentato tre perdite di vite umani, soldi e tempo in cui a sorgere è stato il caos: non un certo un regime internazionale particolarmente utile alla causa di Washington. Ed è proprio da questo punto di partenza che Donald Trump ha deciso di cambiare rotta. Ma cambiare rotta non significa invertire quella che per decenni hanno effettuato Washington e i suoi militari La creazione di un sistema internazionale di alleanze non contempla l’isolazionismo. Semmai implica un maggiore coinvolgimenti di chi ha rappresentato l’avamposto degli Stati Uniti nel mondo.

Proprio per questo motivo, nelle ultime ore sono arrivate notizie contrastanti dagli Stati Uniti sul fronte del “ritiro”. Il New York Times ha rivelato che esiste un piano del Pentagono per modificare l’impegno Usa in Siria con la permanenza di gruppi di forze speciali che opereranno al confine fra Iraq e Siria. “I commando americani verrebbero trasferiti nel vicino Iraq, dove si stima che circa 5.000 unità degli Stati Uniti siano già schierate e ‘si riverseranno’ in Siria per raid specifici, secondo due ufficiali che hanno parlato a condizione di anonimato”, scrive il quotidiano americano. “Le squadre di attacco – continua il Nyt – sono una delle varie opzioni, inclusi attacchi aerei continui e rifornimento di combattenti alleati con armi e equipaggiamenti, in una nuova strategia per la Siria che sta sviluppando il Pentagono”.

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Mentre sul fronte afghano, dove gli Stati Uniti hanno pagato con la vita di 2400 caduti il prezzo della decisione di combattere i talebani, c’è di nuovo chi parla dell’utilizzo di mercenari della ex Blacwater, ora Academi, al posto dei soldati. Un’idea che James Mattis, segretario dimissionario alla Difesa, aveva sempre bocciato, e che invece Trump aveva ampiamente sostenuto. E adesso, con Mattis fuori dai giochi, potrebbe tornare. Come scrive Guido Olimpio per Il Corriere della Sera, “la Casa Bianca potrebbe riconsiderare il progetto, come soluzione intermedia. Il sito Military Times, a questo proposito, ha segnalato la pubblicità su una rivista della Blackwater: la compagnia annuncia il suo ritorno sulla scena.”. Chissà se non sarà proprio nel cimitero degli imperi: l’Afghanistan.

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