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Le fragranze dei pini martellano la casa portandovi clangore d’inerte
solitudine esistente e l’ebbrezza d’ogni morte e
travasa dall’alta recinzione l’inconscia moltitudine ed
è quasi picchiare con un’aguzza incudine sulla testa di cielo la prigioniera evasa
oscillando pian piano nella similitudine di labirinti al freddo di luna che si sfasa nell’argento fremente sciolto
in cima all’abisso degli aghi conficcati dentro un sangue rovente di vette abbandonate nel buio
ove l’amore dello sguardo ghiacciato come la neve e
fisso al centro del non senso profumava di niente ogni luna ubriaca di quel suo alieno cuore.
Di Irene Rapelli