Dedicato a Notre-Dame.

Dalla pg FB di Fulvio Ugo De Lucis‎ aMarxiana libertaria prefigurante

Dedicato a Notre-Dame.

A una settimana dall’incendio della cattedrale parigina, prende la parola l’architetto Pietro Carlo Pellegrini, per una riflessione sul tema del restauro dello storico edificio.

“La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.
Gustave Mahler

La cattedrale di Notre-Dame, a seguito degli ingenti danni provocati dalla Rivoluzione francese, fu oggetto di un importante restauro stilistico con riferimento al periodo medioevale a opera di Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc.

Quel restauro che l’ha contrassegnata e, purtroppo, in parte non vediamo più a seguito dell’incendio del 15 aprile 2019. 
A suo tempo il progetto fu oggetto di non poche critiche da parte degli storici “romantici”.

Dopo quello che è successo, con tutta la suggestione e dolore da parte del popolo francese, il presidente Macron ha promesso che in cinque anni la cattedrale sarà ricostruita, ma la domanda che ci poniamo è come sarà ricostruita? 
La Francia è uno Stato che ha dimostrato, con il Centre Pompidou e con la piramide del Louvre a Parigi, una precisa volontà politica e culturale di segnare il contemporaneo; a volte anche sbagliando, come nel progetto dei grandi mercati di Les Halles, ma sempre con coraggio e determinazione.

L’ARCHITETTURA NON È ETERNA

Credo che la ricostruzione di Notre-Dame possa essere una sfida importante per il Paese, per dimostrare la concretezza del sistema e nel voler fare una nuova opera contemporanea.

L’architettura non è eterna, molti fattori condizionano la sua durata: gli eventi naturali, quali le alluvioni e i terremoti.

Penso a Firenze nel 1966 e ad Assisi nel 1997, tragedie indescrivibili prima per le perdite umane, poi per i beni culturali persi. 
Ancora oggi nel nostro Paese abbiamo la città dell’Aquila in ricostruzione, a distanza di dieci anni dal terremoto del 4 aprile 2009, e molti Paesi, che vanno dal Lazio all’Abruzzo, alle Marche e all’Umbria. 
Penso alla cattedrale di San Bernardino a Norcia, dove ancora non si conosce come sarà il progetto, alla Sicilia con le ferite ancora aperte, in parte richiuse grazie alla ricostruzione della cattedrale di Noto dopo il crollo nel 1996. 
Penso al Teatro La Fenice di Venezia, che un incendio distrusse sempre nel 1996.

L’architettura, che non è eterna, per questo è interessante, perché si può modificare, integrare, rinnovare.

Nasce il desiderio di fare incontrare la sua storia antica con il contemporaneo, attraverso un progetto della conoscenza che può donare anche nuove architetture, non solo rispettose del passato, ma vive per il passato.

sempi sono il Kolumba Museum a Colonia, progettato da Peter Zumthor ‒ un museo dell’Arcidiocesi di Colonia, che esternamente accarezza le cappelle del “Sacramento” e la “Madonna delle Macerie” ‒ o la trasformazione del convento di Bouro in Portogallo, su progetto di Edoardo Souto De Moura, dove il linguaggio contemporaneo si relaziona con la bellezza di quello che resta dell’architettura del monastero. Alla vista di quest’opera ci si meraviglia per l’educazione e il rispetto con cui è stata costruita, un raro esempio di riuso, dove la lettura del progetto è in continuità tra la storia e il presente.

COSTRUIRE SUL COSTRUITO

Potrei scrivere a lungo e citare molti architetti italiani che su questo tema sono stati e sono dei veri maestri ‒ Franco Albini, Carlo Scarpa, Guido Canali, Massimo Carmassi, Emanuele Fidone e Vincenzo Latina ‒, perché il nostro Bel Paese è una palestra per gli architetti del costruire sul costruito: c’è una passione e un’ attenzione ad accompagnare per mano l’architettura antica fino a incontrare il contemporaneo con una sensibilità innocente, ma sapiente e cosciente del saper fare il proprio mestiere. Il mio augurio è che dalle fiamme possa nascere un progetto che non ricalchi solo il passato, ma che sia un progetto del presente, che possa contribuire a generare un cambiamento nel modo di fare il restauro monumentale.

Credo in un restauro creativo, sotto tono, elegante, mai esibizionista, capace di integrare i materiali esistenti e adoperare una continuità misurata, che possa scrivere un nuovo testo per il riuso in architettura.

‒ Pietro Carlo Pellegrini

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