Io adesso sono libero, ma la Turchia non lo è

dal blog https://jacobinitalia.it/

Max Zirngast 16 Settembre 2019

Dopo un anno tra arresti e restrizioni Max Zirngast, collaboratore di Jacobin, è finalmente libero. Qui ragiona sulla situazione in Turchia, le difficoltà del regime di Erdoğan e le prospettive della lotta per la libertà

L’11 settembre 2018, alle 6 del mattino, sono stato arrestato insieme a due miei amici a seguito di un raid  della polizia anti-terrorismo turca. La settimana scorsa, esattamente un anno dopo, siamo stati completamente assolti dall’accusa di avere aderito a un’organizzazione terroristica armata. Abbiamo trascorso circa tre mesi e mezzo in prigione e ci è stato impedito di lasciare la Turchia anche dopo la nostra scarcerazione. Sia il verdetto che i tempi sono stati un po’ una sorpresa. Negli ultimi anni, mentre il regime guidato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan reprimeva gli oppositori di ogni componente ideologica, processi per reati politici come il nostro di solito si trascinavano avanti per anni e per molte udienze in tribunale. Per noi, ci sono voluti solo un anno e due udienze. Cosa spiega l’assoluzione relativamente rapida? E cosa rivela questa singola vicenda della situazione politica turca?

Il caso

Media e diplomatici austriaci hanno seguito da vicino il nostro processo (e forse hanno fatto molto più che limitarsi a osservare), cosa che sicuramente ha aiutato la nostra causa. Ciò da solo non sarebbe bastato: nei giorni seguenti la nostra assoluzione, sia un cittadino austriaco che uno tedesco sono stati giudicati colpevoli di varie accuse di terrorismo. Che differenze c’erano nel mio caso? In primo luogo, loro erano di origine turca o curda. Ma soprattutto, i loro casi non erano stati intercettati dai radar dei media. Io fin dall’inizio ho beneficiato di una campagna di solidarietà  che si è protratta da Vienna a New York e che ha portato il mio caso all’attenzione dei principali media e dei funzionari statali austriaci. Ciò è fondamentale da sottolineare perché mostra quello che la solidarietà internazionale può raggiungere. Tuttavia, non bisogna sopravvalutare l’importanza della pressione dall’Occidente. 

Questioni interne in Turchia hanno svolto un ruolo importante nella nostra assoluzione, in particolare in due modi. In primo luogo, le istituzioni giudiziarie turche sono in rovina. I processi durano all’infinito e il lavoro dei funzionari è molto spesso trascurato. Questo è in gran parte un prodotto delle purghe di massa effettuate dopo il tentativo di colpo di stato del luglio 2016 contro Erdoğan e la conseguente crisi dello stato. Negli ultimi anni, molti funzionari sono stati sostituiti da personale giovane e inesperto. La magistratura manca semplicemente della capacità di perseguire casi come il  nostro per anni, quando è probabile un’eventuale assoluzione. Questo problema è talmente rilevante che il governo stesso sta proponendo un disegno di legge di riforma giudiziaria che introdurrebbe alcuni elementi liberali (lasciando intatto il sistema di base).

Il secondo fattore interno è rappresentato dal cambiamento del clima politico dopo le elezioni locali del 31 marzo e del 23 giugno. Il governo Erdoğan ha subito un duro colpo e le forze restauratrici 

dell’opposizione – composte da coloro che non cercano un cambiamento sistemico ma vogliono spingere Erdoğan e ricostruire alcune istituzioni in linea con le esigenze del mercato – hanno ottenuto una grande vittoria. Da allora, l’equilibrio di potere negli apparati statali si è spostato. Mentre l’opposizione non è riuscita a sfruttare appieno la sua vittoria, è chiaro che il governo è stato costretto a stringere nuove alleanze e navigare in acque tempestose tra le varie fazioni statali, tutte alla ricerca di maggiore influenza. Di conseguenza, negli ultimi tempi abbiamo visto diverse decisioni giudiziarie positive. Gli accademici perseguitati vengono assolti e altri casi come il nostro si stanno chiudendo rapidamente.

Eppure le cose non stanno migliorando dappertutto. Canan Kaftancıoğlu, presidente di Istanbul del centrista Republican People’s Party (Chp), ha ricevuto una condanna a quasi dieci anni di carcere per un tweet di sei anni fa. Il governo Erdoğan sta rimuovendo i sindaci dal Partito democratico popolare di sinistra (Hdp) nelle tre principali città governate dai curdi.

In breve, in Turchia continuano i tempi turbolenti, con tendenze molteplici e spesso contraddittorie. Proprio a causa di queste contraddizioni, sarebbe ridicolo affermare che la Turchia sia diventata una vera democrazia o che sia stato ripristinato lo stato di diritto. Per la mia persona, ovviamente, la sentenza del tribunale è un grande sollievo. Ma l’idea che questo di per sé sia un segno propizio per la Turchia nel suo insieme è sbagliata e la mia liberazione può essere rivendicata solo se si astrae dalle dinamiche più generali. La lotta per un’autentica democrazia in Turchia è stata condotta per molto tempo e dovrà ancora continuare in futuro. Lungo la strada, ci sono insorgenze di cambiamenti positivi. Ma il paese avrà bisogno di riforme strutturali e garanzie legali, come una nuova costituzione democratica, per poter parlare di una vittoria almeno parziale.

La nostra arma è la solidarietà 

L’ultimo anno è stato difficile, ma non è trascorso invano. Ho continuato il mio lavoro nel miglior modo possibile, sempre assieme ad altri, sempre in uno sforzo collettivo. Lo stato turco cerca di spaventare, isolare e ridurre le forze di opposizione. Cercano di punire senza un verdetto, incastrando correnti politiche e singoli dissidenti in lunghi processi. Nel mio caso, questo tentativo è fallito. Lo stato non mi ha spaventato né isolato. Semmai, ha creato collaborazione e solidarietà. Il 

potere non sarà mai felice della lotta contro l’ordine che mantiene. 

Cercheranno di sabotare, a volte con mezzi sottili, a volte con strumenti non così soft. Diranno che siamo terroristi, ci condurranno in detenzione preventiva, ci perseguiteranno in processi interminabili, faranno qualsiasi cosa per ostacolarci. Eppure, nonostante tutto, andremo avanti. 

Continueremo a lottare per la democrazia e il socialismo, per un mondo libero che metta fine allo sfruttamento di esseri umani e natura, patriarcato e razzismo. La loro arma è la forza bruta. La nostra è solidarietà.

*Max Zirngast è uno scrittore indipendente, studia filosofia e scienze politiche a Vienna e Ankara. Questo articolo è uscito su JacobinMag.com. La traduzione è di Giuliano Santoro.

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