Cosa ci serve nel mondo globale ?

Non sono un esperto in economia, però oggi gli strumenti di informazione, a cercarli ci sono e mentre lascio dettagli e particolari da definire a chi ha competenze, mi piacerebbe ragionare su linee possibili di progetti di “mondo” sociale e dato che ci vivo (in questo mondo) mi sento titolato ad esprimermi.
Definire un progetto di vita si potrebbe anche fare partendo per proprietà transitiva dalle critiche possibili alla realtà concreta in cui siamo immersi. Lo so che la mia è una operazione furbesca per non dire niente, ma mi baso sul fatto che invece tutto è stato detto.
Sintetizzo: se in Italia ci sono circa 10 milioni di poveri o avviati verso la povertà, mentre ancora fino a circa 10 anni fa la settima potenza industriale, c’è un problemino da risolvere
Chi parla di PIL parla di aziende, di finanziarie in borsa, di banche, di uso delle energie fossili e persino dell’agricoltura o allevamento animale intensivo che al netto delle condizioni di chi ci lavora, certamente peggiorate al di là dei sindacati collusi, lasciano l’ambiente(inteso come acque, terra e popolazione) più devastato e impoverito, oltre che inquinato a carico totale del pubblico.
Non devo allungare il discorso in questo senso, c’è una ricca letteratura(social compresi) che si estende spesso anche ai programmi di partiti che poi fanno …altro, di quanto dichiarano.
Siamo, proprio in questi giorni, nel pieno della guerra dei dazi USA imposti a paesi della UE, mentre stanno forzando in varie aree geopolitiche condizioni di scontro frontale anche violento dallo Stretto di Ormuz, al Libano, ad alcune nazioni Africane, oltre che in America del Sud . Sono sempre loro all’attacco in una mano petrodollari, nell’altra armi sofisticate e marines . Qual’è la causa ?
In poche parole sta scoppiando la bolla dei grandi gruppi di potere nel mercato mondiale, quello che il liberismo doveva rappresentare come “democratica concorrenza” ne è diventato il limite di fondo : vinci tu o venco io(fra gruppi finanziari)
Hanno creato artificialmente bisogni di commercio fra materie e prodotti con il gigantismo di aziende globali digitalizzate tipo Ali Baba, Amazon, e molte altre, i cui tratti di fondo sono:

  • vendono in tutto il mondo, ma sfruttando produzioni e lavoratori in determinate zone geografiche che permettono di ottimizzare guadagni comprimento valori dei prezzi materiali e delle condizioni di lavoro
  • saltano ogni regola anche interna a singole nazioni, regole di mercati del WTO con accordi tipo CETA e TTIP perchè con metodi e mezzi giganteschi a disposizione possono farlo e non pagano quasi mai tasse perchè hanno sedi in paesi canaglia e usano bandiere di paradisi fiscali.
  • ogni azione così prodotta è una rapina doppia sulle spalle di chi agisce sempre sul mercato, ma con mezzi molto ridotti limitati alla zona di espansione territoriale e serve a mantenere squilibri fra continenti e fra aree di influenza diverse.
    Pensate che il 75 % delle imprese italiane medio-piccole lavora per l’interno.
    Questo significa che in Italia la maggioranza che lavora in aziende o come artigiani fa dipendere il proprio reddito da attività sui territori, nei comuni, nelle regioni italiane qualunque sia la tipologia e a cui poco va come beneficio delle attività internazionali, mentre ne è penalizzata come entità fiscale.
    Chiaro che quindi mentre intorno abbiamo governo e grandi gruppi che spingono per esasperare la produzione e l’esportazione, per la logistica e la mobilita(navi, aerei, trasporto su gomma) da un capo all’altro della terra, merci di cui potremmo tranquillamente fare a meno. Nascono come funghi centri commerciali, anche se in nazioni che hanno già avuto accellerazioni in questo senso come gli USA, con colate di cemento assurdo sulle loro città, ora sono in molti a lasciarli decadere inutilizzati e intere città si sono spopolate. Da noi, mentre di produttivo c’è una secca diminuzione, la corruzione comunale o regionale politica esistente offre ancora spazi a questo sistema.
    Ci mancano merci ? No, c’è sovrapproduzione e confusione di ruoli, la crisi è di sovrabbondanza e non di mancanza.
    Cosa manca?
    Il mercato che manca è quello che ha fatto chiudere 6.500 imprese artigiane in ogni categoria ad esempio, manca un mercato per ovviare a cose utili sui territori, alcune uguali per tutta la nazione, alcuni specifici siano prodotti o servizi.
    Così se nella Piana di Albenga hanno difficoltà ad avere prezzi di ortofrutta in concorrenza con stessi prodotti che vengono dall’altro capo del mondo su navi in arrivo a Vado L. che abbassano i costi viaggiando su navi che bruciano prodotti oleosi inquinanti a basso costo. Lo stesso si può dire di chi produce pomodori ad esempio con tutta la storia ormai nota provocata dalla domanda delle aziende di Grande Distribuzione di prezzi bassi(che causano una filiera di sfruttamento oggettivo).
    Lo sfruttamento avviene sulle stesse Grandi Navi da crociera, quasi un oligopolio fra quattro finanziarie proprietarie con in mezzo a lustri e luci, lavoratori a 2,80 euro/h o altri a 5/6 euro/h perchè è l’unico modo di prendere soldi a poveri sfruttando la voglia di divertimento con crociere proposte a bassi costi.
    Non è solo l’agricoltura o l’allevamento animale fatto da intensività artificiale, ma anche l’intera ricerca è poco sfruttata, le varie università sono spesso slegate dal mondo del lavoro concreto o non sono finalizzate ad esso.
    Le piccole aziende non hanno protezione contro disastri naturali, contro inquinamenti territoriali e qualunque sia la loro attività avrà sempre limiti di credito, di servizi logistici(chi apre una fabbrica in Liguria è un pazzo).
    Insomma la mia tesi analizzando pur superficialmente questi aspetti, mentre apre possibilità se l’ambiente fosse davvero ritenuto una ricchezza da mantenere, di lavoro, di reddito a catena, di cura del territorio in ogni senso.
    Far dipendere un posto come l’Italia da energia fossile è una assoluta scemenza e ancor di più se non si mette in pratica una efficienza energetica, che poi sarebbe solo l’attuazione di ciò che le direttive UE dicono(democrazia energetica) se i governi fossero conseguenti.
    Negli anni ’60 la costruzione di immobili senza piani regolatori, ne regole certe costruttive diede l’avvio ad una trasformazione importante del nostro paese fatta per creare debito e alimentare traffici delle banche, che ha trascinato l’economia della maggioranza. Oggi abbiamo migliaia di case sfitte e un mercato al ribasso con un prodotto sotto il livello minimo di efficienza (70% di immobili in classe G, cioè 70% di energia comunque fatta, buttata via).
    Incentivare la ristrutturazione dell’esistente in senso di efficienza e di energia, oltre a considerare il 15 % del patrimonio immobiliare ancora con tetti di amianto, sarebbe solo una normale scelta.
    Faccio piccoli esempi e so di essere ancora semplificatorio, ma il senso della mia comunicazione non è fare un nuovo progetto, ma dare idee di massima per confrontarle con quelle che ogni giorno i media ci propongono uscite da istituzioni: governo,regioni, comuni, categorie, ecc.
    Sono due “metodi” che non si incrociano viaggiano paralleli, ma con risultati ben diversi.
    La grandi Aziende sono sempre più grandi ed avveniristiche potendo muoversi senza problemi su ogni continente e anche per conoscenze dirette dei famosi dati sensibili ormai mercato nel mercato.
    Ora proporre come discriminante l’assoluta ricerca di ricostruire condizioni della bio-sfera dentro i propri confini, staccando economicamente e politicamente con ogni dipendenza dalla UE o da altre alleanze, evitando di farsi coinvolgere da alleanze atlantiche e non solo deleterie, costosissime(36.000 anno spendono per spese militari) mi pare solo un normale buon senso. Investendo risorse nel qui ed ora delle piccole medie imprese italiane con ovvio un tempo per dare transizioni e scelte alle altre che già hanno piedi in scarpe estere.
    Tutto quindi viene subordinato a questo modo:
  • dove investo e come spendo le mie risorse
  • come sviluppo la società di conseguenza basata non tanto nel Made in Italy che ormai fa ridere, ma sulla capacità nazionale di produrre arte, turismo, manifattura, agricoltura e allevamenti, ecc.
    Questa dovrebbe essere la misura della struttura politica utile a portare a compimento questo piano complessivo fatta appunto di radicamento sul territorio che oggi non c’è, dove la democrazia del confronto fa nascere le linee guida di ogni cambiamento reale . Il piano progettuale deve essere frutto di una collaborazione reale fra competenze e abitanti, non l’idea geniale dell’intellettuale di turno.

Gianni Gatti

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