Viva Airbnb, crepino gli inquilini!

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Wolf Bukowski4 Ottobre 2019

Un libro spiega come la piattaforma digitale dell’hosting sia l’ennesimo strumento per mettere a valore i nostri territori

Sottolineando con troppo vigore qualche passaggio di Airbnb città merce di Sarah Gainsforth (DeriveApprodi, 2019), incorniciando con la matita colorata frasi che avrei voluto riportare qui, devo aver inavvertitamente sfregato il dorso dello snello volume, fino a farne scaturire un genio come dalla lampada di Aladino. Il jinn – più precisamente la jinn – che ne è sortita non viene nominata in quelle pagine, ma il suo percorso è perfettamente coerente con ciò che nel libro viene descritto. 

Non è la prima volta che mi ci imbatto. Nell’autunno del 2016 scrivevo, con il collettivo Wu Ming, la storia del Passante di Bologna, il progetto di allargamento della tangenziale della nostra città. Nella seconda parte del reportage dedicato a quella grande opera nociva e sviluppista, raccontavamo del lavoro di promozione della «partecipazione» che era stato affidato a una società privata, Avventura Urbana, concludendo che quella «partecipazione» era in realtà una forma di contrasto preventivo al costituirsi di forme di opposizione. Parte di quell’articolo ruotava attorno alla figura di Iolanda Romano, una tra le principali teoriche della «partecipazione», nonché fondatrice di Avventura Urbana. Il doppio ruolo di Romano ci aiutava a misurare la distanza tra gli obiettivi altisonanti dei processi partecipativi (la teoria) e i loro concreto realizzarsi sul terreno: la magniloquenza con cui venivano dichiarati «strumento di democrazia» (copyright Virginio Merola, sindaco di Bologna) non serviva infatti ad altro che a imporre la nuova infrastruttura. Era una «democrazia», insomma, dall’esito preordinato.  

Ma non è tutto qui: per una significativa combinazione in quello stesso 2016 Iolanda Romano aveva lasciato la presidenza di Avventura Urbana per diventare, su nomina del primo ministro Matteo Renzi, commissaria del governo per il Terzo Valico della Tav, assumendo così «il mandato di agevolare la realizzazione del Terzo Valico». Il nuovo compito di Romano confermava la nostra tesi: la fuffa partecipativa serviva a realizzare le opere sgonfiando le opposizioni. Probabilmente infastidita dal nostro reportage, la commissaria aveva replicato facendo un uso imbarazzante della pagina facebook di Avventura Urbana (società di cui, come detto, non era più presidente).

Nel novembre del 2018, dopo alcuni mesi di convivenza con il primo governo Conte, Romano lascia l’incarico. I motivi non vengono resi pubblici, e in un breve video registrato appena dopo le dimissioni, Romano fa una quasi dichiarazione d’amore universale: tutti sono felici della Tav Terzo Valico, dal governo fino ai cittadini; e con questi ultimi bastava parlare, «dialogare», per convincerli della bontà dell’opera. Tutti entusiasti, tranne – come si scopre alla fine dell’intervista – gli irriducibili, i cattivoni No Tav. Contro la malvagità dei No Tav neppure le armi magiche dei jinn possono nulla. 

Finita l’avventura ad alta velocità Romano ne inizia un’altra, assai più sottotraccia. Del suo nuovo incarico si sa poco, quasi nulla. Certo, viene dichiarato nel suo profilo Linkedin, lascia qualche sporadica traccia in rete, ma niente di vistoso. Si tratta di questo: Romano, dal gennaio del 2019, è Campaign Manager for Italy and South East Europe di Airbnb. La definizione di Campaign Manager, pur generica, richiama le campagne politiche: visto il curriculum di Romano non mi risulta difficile immaginarla a tessere rapporti con la classe dirigente, né mi stupirei di sentirla presto audita in parlamento, a perorare le rapaci ragioni del datore di lavoro. 

L’impasto di interessi in gioco in queste vicende è coerente, ed è tutto nel segno dell’estrazione di valore dal territorio. Le istituzioni promuovono iniziative a favore del profitto (rigenerazioni urbane, sciccosi tram «green», treni ad alta velocità…), e gli esperti della «partecipazione» si occupano di farle digerire a quelle che sono le vittime predestinate, ovvero gran parte dei residenti locali e dei piccoli commercianti. Di seguito, quando la trasformazione urbana prende corpo, il processo estrattivo si perfeziona con l’arrivo di Airbnb, che mette il turbo ai valori immobiliari accelerando l’espulsione degli abitanti a basso reddito.  

Un pot-pourri di valori neoliberali e di «sinistra»

Se gli abitanti colpiti da vicino sono oggetto dell’attenzione mirata delle agenzie di «partecipazione», il consenso generale viene acquisito anche su base mitica. I miti di Airbnb sono un pot-pourri (ovvero olla podrida, cioè, letteralmente, pentola marcia) di valori neoliberali e di ammiccamenti a «sinistra»: la creatività, il successo individuale, la condivisione, la curiosità verso il mondo e la fiducia sono tutti tuffati nello stesso brodo. Gainsforth immerge le mani nella fetida zuppa e vi trae gli ingredienti, per poi tagliarli a fettine uno a uno. Accade così, pagina dopo pagina, che il mito fondativo dell’azienda ne esca assai ridimensionato: le intuizioni da startuppari del 2007-2008, alcune delle quali persino ridicole (come la pretesa che gli ospiti di Airbnb dormissero esclusivamente su materassi ad aria), non avrebbero portato da nessuna parte senza l’immissione di capitale operata dalle società finanziarie. Non è quindi la creatività individuale a portare al successo, ma piuttosto la capacità di intercettare le aspettative del capitale speculativo. 

Qualcosa di analogo vale anche sul piano sistemico: non è la capacità innovativa della piattaforma a generare per autofecondazione il proprio successo, ma il terreno fertile che essa trova già dissodato. Questo terreno sono i processi di deregolamentazione del mercato della casa. Gainsforth presenta diversi casi – Lisbona, San Francisco, New York – e in ognuno di essi è possibile verificare come il successo travolgente di Airbnb sia preceduto dallo smantellamento di sistemi di tutela degli inquilini. Lo stesso accade in Italia, terzo mercato al mondo per la piattaforma, dove dall’abolizione dell’equo canone nel 1992 le maggioranze parlamentari di ogni colore hanno praticato uno scientifico abbandono della questione abitativa, che è stata così consegnata per intero agli spiriti animali della speculazione immobiliare e del settore creditizio. 

Tra le pagine più efficaci del libro di Gainsforth ci sono quelle dedicate al complesso dei buoni sentimenti (fiducia-amicizia-condivisione), un complesso fondamentale nella mitologia di Airbnb. L’autrice mostra come il funzionamento di Airbnb non abbia in realtà alla base la fiducia tra persone, ma quella nel sistema bancario e nei pagamenti online: questa la sola fiducia necessaria affinché si perfezioni il contratto d’affitto turistico. Sarà un caso, ma una delle poche apparizioni online di Iolanda Romano come manager Airbnb è proprio quella in cui sparge la retorica anti-evasione tipica della propaganda dei pagamenti elettronici. In verità la lotta all’uso del contante non è altro che espressione della lotta di classe della borghesia più solida contro i ceti modesti e le loro economie marginali. E, al contrario, proprio Airbnb, «che triangola i propri redditi tra i 190 Paesi in cui è presente, il Delaware (Stato a fiscalità agevolata degli Stati Uniti d’America) e l’Irlanda (Paese europeo a fiscalità agevolata)», come scrive Altreconomia, è la prova provata che l’uso del denaro elettronico non ha nulla a che vedere con il reale contributo di un ricco business alle casse pubbliche.

Anche la stucchevole insistenza sul farsi nuovi amici affittando un pezzo di casa a estranei va a pezzi se osservata nel dettaglio: «l’unico modo per sopravvivere facendo Airbnb» è nello spedire fuori casa gli ospiti massimo alle 10 di mattina, dice Giulia, host di San Lorenzo. Ancora più amara un’altra host romana, Emma: 

Io ho affittato la mia stanza, e non la supposta «stanza in più», ho dormito a casa dei vicini, sui loro divani, non perché avessi tutta questa voglia di conoscere persone nuove, ma perché avevo affitti arretrati che non sapevo come pagare. 

La mitologia della condivisione si dimostra fallace anche sul piano statistico – oltre che su quello delle esperienze personali. Airbnb infatti si rende simpatica esibendo chi affitta una camera (purché non parli troppo chiaro, come Emma), ma i dati dimostrano che la maggioranza degli host gestisce più di un’unità immobiliare: questi ultimi, a Roma, costituiscono il 56,2% dell’offerta. 

Contro il «turismo di qualità»

Quasi in chiusura di volume Gainsforth contrasta una convinzione assai radicata nell’ottimismo turistico mainstream. Lasciate che riporti qualche riga:

l’incubo dell’overtourism, il troppo turismo […] non si può combattere con l’argomento del “turismo di qualità”, un concetto che nasconde insidie classiste, in continuità con i tentativi di depurare la vita urbana da chiunque non rientri nella categoria privilegiata del turista ricco. […] Il problema della “sostenibilità” del turismo […] andrebbe invece affrontat[o] capovolgendo il discorso e spostando il focus su un concetto di vivibilità incentrato sull’abitare, perché sono gli abitanti che fanno la città: sono le politiche per l’abitare che rendono la città vivibile

Le politiche del decoro e della sicurezza sono infatti l’altra faccia della cattura del consenso operata tramite i miti di creatività, amicizia, curiosità per il mondo. Chi resta fuori dall’area della seduzione turistica – perché non ha nulla da vendere, né i soldi per comprare – sarà represso e daspato, e i segni della presenza umana irriducibile al profitto (cioè spontanea, indecorosa…) dovranno essere cancellati. Proprio come cancellano le tag e le scritte gli host Airbnb del Pigneto insieme agli imbianchini a gratis del capitale, cioè ai volontari di Retake

La lotta contro le scritte sui muri è una lotta contro un’espressione schietta e sincera della vita urbana, ma è, allo stesso tempo, una lotta delle istituzioni neoliberali contro le opposizioni. Da quando esistono pennelli e città, infatti, il dissenso è stato tracciato anche sull’intonaco. 

«Airbnb crepa!»

In più strade di Bologna, negli ultimi mesi, sono comparse scritte contro la piattaforma. Nel corso di un’«istruttoria pubblica» sul disagio abitativo il pacato rappresentante di un’associazione di volontariato voleva mostrarne una in fotografia, allo scopo di illustrare ad assessori e consiglieri comunali presenti la crescita dell’insofferenza in città, invitandoli a intervenire con decisione a favore di chi cerca casa in affitto. Ebbene: la presidente del consiglio comunale Luisa Guidone (Pd), ha impedito la proiezione dell’immagine, perché «stiamo proiettando soltanto tutti i documenti di lavoro» (ma la foto, appunto, documentava una forma di opposizione alla turistificazione), e «perché offensiva, diciamo, nei confronti di un host, che tra l’altro è anche iscritto a parlare, sarà un’associazione che parlerà dopo». Incuriosito dalle parole della presidente ho chiesto a Fabrizio Tonello, che era intervenuto all’istruttoria per conto dell’associazione Famiglie Accoglienti, cosa ci fosse scritto sul muro che aveva fotografato, se ci fossero insulti o minacce mirate a un preciso affittacamere. La risposta è stata negativa. Nella foto c’era solo la scritta «Airbnb crepa!». 

Faccio uno sforzo di fantasia per entrare nell’assurda logica che ha mosso Guidone nel gesto censorio, e ipotizzo quanto segue. Primo: per piddini e simili le scritte sui muri sono il male assoluto. Usarle per illustrare qualcosa, quindi, già li inquieta. Secondo: il conflitto – anzi la rabbia – che emerge dalla scritta non si concilia con la loro città ideale. Che è decorosa, ordinata e, soprattutto, rassegnata a subire ogni crudeltà del capitalismo. 

Ma se poi un conflitto nonostante tutto emerge – ed è questo terzo punto quello fondamentale – esso deve essere annichilito riducendolo a una questione di buona educazione. Nel nome della buona educazione la critica politica e sociale viene fatta passare – anche a costo di rendersi ridicoli, come accade nella fattispecie – per una questione di offese personali. Ma allora, se non si può nemmeno auspicare ad alta voce la fine di Airbnb, se ne traggano le logiche conseguenze, e si dichiari che a crepare devono essere gli inquilini. Tanto, a quelli, non rimane neppure il diritto di offendersi. 

*Wolf Bukowski è uno dei guest blogger del sito dei Wu Ming, Giap, è stato redattore della Nuova Rivista Letteraria, collabora con Internazionale, è autore per Alegre diLa danza delle mozzarelle, La santa crociata del porco ed è appena uscito, sempre per Alegre, il suo La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro.

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