Una guida per decifrare il linguaggio di Erdoğan

Dal blog https://www.internazionale.it

Cengiz AktarAhvalTurchia 30 ottobre 2019 

L’amato grande timoniere turco, il comandante in capo dei jihadisti islamici locali, il venerato protettore dei musulmani di tutto il mondo, non parla altra lingua che un turco stentato. Lo stesso di milioni di turchi che, quindi, lo capiscono facilmente. Ma accanto a questi “insider” ci sono le altre persone, che hanno bisogno, soprattuto all’estero, di una guida per cogliere il senso della sua neolingua. E quindi cominciamo con la definizione di alcuni suoi “concetti” spesso ripetuti di questi tempi.

Terrorista

Qualsiasi essere umano, turco o straniero, che mette in discussione la sua conoscenza di un qualsiasi aspetto dell’esistenza.

Il suo uso onnicomprensivo della parola “terrorista” copre così tante sottocategorie che è molto facile perdersi. Per esempio, quando il dollaro si rivaluta e rispetto alla lira turca sale, i suoi sostenitori cominciano a parlare del “terrore del dollaro”. Quando i venditori di frutta e verdura aumentano i prezzi all’ingrosso l’entourage di Recep Tayyip Erdoğan comincia a denunciare il “terrorismo della frutta e della verdura”. Tuttavia l’appellativo si applica comunemente ai curdi, ovunque essi vivano, che sono considerati fonte di una minaccia alla sopravvivenza di tutto quanto è turco. L’opposizione è d’accordo. Tutto considerato, chiunque potrebbe un giorno diventare uno dei terroristi di cui parla Erdoğan.

Legittime preoccupazioni sulla sicurezza

Espressione onnicomprensiva che rappresenta una variante contemporanea di una famosa paranoia turca: “I turchi non hanno altri amici che i turchi”.

In questo modo la repubblica turca è stata costruita sulle ceneri di un impero ottomano multietnico, multiconfessionale e poliglotta, la cui ricca diversità è stata sistematicamente distrutta.

L’“ideale” di una nazione turca etnicamente, religiosamente e linguisticamente omogenea è ancora in corso di realizzazione dopo oltre un secolo. Lo sforzo di pulizia etnico-religiosa è perlopiù concluso, con l’annientamento delle popolazioni non musulmane (circa un quinto della popolazione) e l’imposizione del turco come lingua unica. Aleviti e curdi che non appartengono alla maggioranza turca sunnita devono ancora essere “omogeneizzati”.

Di conseguenza, viste le pulizie etnico-religiose passate e i presenti tentativi di omogeneizzare forzatamente gli “elementi inusuali”, la Turchia è naturalmente ossessionata dalla sua stessa sicurezza, poiché nessuno dei genocidi, pogrom, atrocità, uccisioni di massa ed esclusioni dalla società è stato oggetto di appropriata giustizia o assunzione di responsabilità. In altri termini, è normale che la Turchia si senta insicura, seduta com’è su fragili fondamenta fatte di sangue, sudore e lacrime.

Ma queste minacce sono reali? Gli occidentali e in particolare i funzionari della Nato fanno presto a credere alle preoccupazioni della Turchia per la propria sicurezza. Si tratta di uno specchietto per le allodole molto conveniente e che permette di non fare niente, neppure condannare le implacabili azioni coercitive e le palesi aggressioni della Turchia.

Questo accade nonostante i funzionari occidentali siano perfettamente consapevoli dell’irrilevanza di tale concetto di legittima preoccupazione in sé. Non esiste un singolo paese al mondo che minacci direttamente o indirettamente la sicurezza della Turchia, stato che fa parte della Nato! L’inganno è tale che il segretario generale di questa stessa istituzione, Jens Stoltenberg, perfettamente consapevole di queste non minacce, continua a fare riferimento alle legittime preoccupazioni per la sicurezza.

Casomai le legittime preoccupazioni per la sicurezza della Turchia sono quelle di Erdoğan, che ha bisogno delle guerre per mantenere le sue grinfie sul potere, e ha bisogno di proteggersi da qualsiasi tentativo di colpo di stato, come emerge dall’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400, destinati unicamente a proteggere il suo palazzo.

Zona di sicurezza

Chiamata anche con il sinistro eufemismo di “corridoio di pace”.

È un sottoprodotto delle preoccupazioni per la sicurezza e costituisce il perno dell’attuale attacco armato contro il Kurdistan siriano. Abbondantemente pubblicizzato dallo stesso Erdoğan, che ha mostrato la mappa della fascia protetta all’assemblea generale dell’Onu lo scorso settembre, questo “concetto” non è altro che un limes o confine fortificato, come quello dell’impero romano, aggiornato al ventunesimo secolo. Usato in seguito sistematicamente da tutti gli imperi eurasiatici, tra cui quello di Bisanzio (akritai) e quello ottomano (uç beyliği), consiste nella creazione di una zona tampone popolata da gruppi armati di qualsiasi etnia, pagati e mantenuti dall’autorità centrale, liberi di tormentare l’altra parte del confine e di garantire una certa stabilità nelle regioni più instabili. Erdoğan vuole riempire questo corridoio, ipoteticamente lungo 340 chilometri e largo trenta, per un totale di circa 10.200 chilometri quadrati, nel quale curdi e altri gruppi siriani indesiderati come gli yazidi saranno oggetto di purga e saranno sostituiti con rifugiati siriani trasferiti forzatamente qui da altre regioni insieme ai jihadisti pagati da Ankara e alle loro famiglie.

Esercito nazionale siriano

Fino a poco tempo fa Esercito siriano libero, ribattezzato dal regime di Erdoğan.

È composto da irregolari provenienti da vari gruppi jihadisti, tra cui il gruppo Stato islamico (Is) e si valuta che sia composto da 110mila soldati. Ai suoi effettivi è permesso eseguire saccheggi, prendere ostaggi, corrompere, uccidere e terrorizzare la popolazione locale nelle parti già occupate della cosiddetta fascia protetta, con l’obiettivo di spingere alla fuga gli abitanti. Quest’esercito irregolare è la spina dorsale delle operazioni militari dell’esercito turco in Siria.

Lotta al gruppo Stato islamico (Is)

Un’altra clamorosa fandonia della Turchia!

L’ex inviato speciale degli Stati Uniti nella regione, Brett McGurk, conferma quanto è noto ai servizi d’intelligence di tutto il mondo, oltre che al consiglio di sicurezza dell’Onu: “Tal Abyad, una città siriana di confine, è stata la principale rotta di approvvigionamento per l’Is dal giugno 2014 al giugno 2015, quando armi, esplosivi e combattenti si muovevano liberamente dalla Turchia a Raqqa e fino all’Iraq. La Turchia ha rifiutato le ripetute e argomentate richieste di chiudere il suo lato del confine con l’aiuto e l’assistenza degli Stati Uniti. In questo periodo, inoltre, la Turchia si è rifiutata di concedere all’esercito statunitense di volare dalla base aerea di İncirlik per colpire le posizioni dell’Is anche quando i combattenti del gruppo entravano in Siria dalla Turchia. Dopo la perdita di Tal Abyad, l’Is ha riorganizzato i suoi combattenti stranieri nella città di Manbij e ha continuato a pianificare grossi attentati in Europa. Per oltre sei mesi abbiamo lavorato con la Turchia e i gruppi di opposizione da essa approvati, che si muovevano dalle sue regioni occidentali verso quelle orientali, per conquistare Manbij. Questi combattenti hanno ricevuto più supporto delle Forze democratiche siriane, ma non potevano avanzare e alcuni hanno consegnato gli equipaggiamenti forniti dagli Stati Uniti ai gruppi di Al Qaeda nel nordovest della Siria. Gli avvertimenti di minaccia si sono dimostrati veritieri nel novembre 2016, quando una brigata di combattimento dell’Is è partita da Manbij, attraversando la Turchia e giungendo a Parigi, dove ha ucciso 131 persone. La cosa ha fatto seguito all’attentato suicida dell’Is all’aeroporto di Bruxelles, anche questo effettuato da un gruppo che era venuto dalla Siria attraversando la Turchia”.L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ

E così oggi, con il principale sponsor del gruppo Stato islamico che rimette fisicamente piede nella regione, è di nuovo alto il rischio di vedere rimessi in libertà dei combattenti dell’Is imprigionati, ma anche centinaia di migliaia di jihadisti alle dipendenze della Turchia a Idlib e nel Kurdistan siriano, liberi di commettere atti di terrore nella regione e all’estero.

Ultimo ma non meno importante, l’assassinio del leader dell’Is in un villaggio siriano vicino al confine turco nella provincia di Idlib, dove abbondando i jihadisti, la dice lunga sulla probabile cooperazione di Ankara con l’Is.

Lotta al terrore

Come conseguenza dei giochi di prestigio sopra elencati, la lotta del regime turco al terrore significa in realtà l’estirpazione dei curdi che sono considerati semplicemente dei terroristi e quindi meritevoli di ogni sorta di maltrattamento. E ce ne sono molti. La comunità internazionale comincia lentamente a capire il trucchetto e parla oggi di “pulizia etnica” per descrivere l’attacco guidato dall’esercito turco nel Kurdistan siriano. Quanto ai curdi di Turchia, la stessa comunità internazionale rimane perlopiù silenziosa, approvando tacitamente gli attuali e frequenti abusi e ingiustizie portati avanti sotto il nome di “lotta al terrore”.

Colonialismo e imperialismo

Infine, colonialismo e imperialismo, nel lessico di Erdoğan, sono concetti che si applicano a qualsiasi nazione, in particolare quelle occidentali, ma mai alla Turchia, che però è impegnata a rimodellare i territori occupati di Cipro e Siria con mezzi e strumenti tipicamente coloniali e imperiali.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul quotidiano turco Ahval.Sostieni il giornalismo indipend

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