Salvare i profitti della fabbrica o salvare la città

Dal blog https://jacobinitalia.it/s

Massimo Ruggieri7 Novembre 2019

l ricatto della ArcelorMittal punta a ridurre il costo di acquisto dell’ex Ilva e ottenere un taglio di occupati. La politica pensa a ciò che gli può tornare utile in una legislatura, serve invece una riconversione economica, sociale ed ecologica pluriennale

Il film cui stiamo assistendo a Taranto in questi giorni non è una prima visione, ma è il solito film drammatico che va in onda da anni: la proprietà minaccia di andar via, il governo si piega e la città tutta, lavoratori compresi, a fare da spettatrice pagante. A carissimo prezzo.

Ma davvero ArcelorMittal vuole andar via da Taranto? Noi, ovviamente, ce lo auguriamo. Non solo perché stiamo difendendo strenuamente la nostra vita e il nostro territorio, ma perché la nostra teoria resta giusta anche se affrontata sull’unico piano che sembra importare in questi giorni a tutti gli illustri opinionisti della classe dirigente di questo paese, ovvero quello economico. Salvare questa fabbrica «ottocentesca», infatti, sta costando più del doppio di quanto occorrerebbe spendere per salvare la città con un serio programma pluriennale. La vera differenza sta nel fatto che per la prima operazione esiste una fortissima volontà politica, corroborata dall’impegno nel restituire i soldi che le principali banche italiane hanno stanziato su Ilva, per la seconda, invece, non ce n’è alcuna. 

Per una politica che fa solo ciò che può tornarle utile nell’arco di una legislatura, un programma di riconversione pluriennale non è un buon affare: meglio affidarsi a un privato, anche se senza scrupoli come Mittal, per sbandierare agli elettori il numero degli occupati «salvati». Peccato che anche questa foglia di fico stia cadendo, perché ci ha messo ben poco il magnate indiano a tradire gli accordi occupazionali. Del resto, per capire a chi ci si stava affidando, sarebbe bastato vedere come opera Mittal ovunque produca nel mondo.

E chissà se dietro questa manovra non ci sia proprio la partita della revisione del contratto. Difficile pensare che la nuova Ad Lucia Morselli sia venuta a Taranto solo per scrivere la letterina di addio alla città: d’altra parte, la fama di «tagliatrice di teste» la precede. L’obiettivo potrebbe essere una riduzione del costo di acquisto dell’ex Ilva e un deciso taglio degli occupati, così che a Taranto restino solo le ferite mortali di quest’operazione irresponsabile alla quale la politica si è prestata, senza avere ora il potere di contrastarla.

C’è tuttavia qualcosa di vero in quanto comunicato dall’azienda al Governo ed è riportato, nero su bianco, sull’atto di citazione depositato presso il Tribunale di Milano che ha scatenato l’ennesima bufera su Taranto. 

Mittal, che detiene gli impianti in fitto per due anni, è infuriata soprattutto per il comportamento, che giudica «doloso», da parte dell’Amministrazione straordinaria di Ilva, rea, a suo giudizio, di aver mentito sul reale stato degli impianti dell’area a caldo. Va infatti ricordato – e non è affatto secondario in questa intricata vicenda – che questi sono formalmente sotto sequestro dal 2012. Poi il Governo intervenne con una delle tredici leggi «salva-Ilva» ed aggirò il provvedimento, ottenendo la facoltà d’uso a costo di otto vite perse proprio su quegli stessi impianti. Ma questo, nella narrazione di questi giorni, non è neppure secondario, è del tutto superfluo.

Tornando all’atto di citazione, vale la pena di soffermarsi sull’interessante passaggio in cui AMInvestCo e ArcelorMittal scrivono riguardo a Ilva in amministrazione straordinaria, poiché è assai emblematico di quanto questa fabbrica sia ormai semplicemente a fine vita, come sosteniamo da anni. Eccolo: 

«le Concedenti hanno deliberatamente descritto in maniera erronea e fuorviante circostanze fondamentali relative alle condizioni di AFO2 e allo stato di ottemperanza alle prescrizioni», tali da far ritenere «del tutto superate le esigenze cautelari alla base dell’originario provvedimento di sequestro».

Invece a luglio è accaduto che la Magistratura, verificata l’inottemperanza di diverse prescrizioni su tale altoforno, abbia concesso solo un’ulteriore proroga – al 13 dicembre – cui l’azienda, per sua stessa ammissione, non sarà in grado di ottemperare.

La verità è dunque che gli impianti non sono più neppure nelle condizioni di essere spremuti come di solito Mittal fa quando acquista fabbriche tanto vetuste. E che, conseguentemente, la produzione potrebbe continuare solo a condizione di ulteriori interventi legislativi volti a imbavagliare la Magistratura in danno della sicurezza dei lavoratori e dei tarantini. Sempre tenendo a mente quanto riportato dagli incontrovertibili documenti scientifici con cui Arpa Puglia ha dimostrato che questa fabbrica non può essere compatibile con la vita umana neppure ottemperando a stringenti prescrizioni ambientali.

C’è un modo, però, ora più cha mai, per far calare il sipario su questo scenario irresponsabile e deprimente, per alzarne uno che sappia di futuro: girare sulla riconversione economica e il risanamento ambientale del territorio, le risorse che si stanno sperperando su Ilva, cogliendo le opportunità che l’Europa offre di salvaguardare i redditi e formare i lavoratori per le bonifiche. 

Nel «Piano Taranto», un corposo documento che la città ha scritto in modo partecipativo cercando di colmare i vuoti della politica, si è messo in evidenza uno studio del 2006/2014 con cui la stessa Confindustria ha chiarito come le bonifiche possano rappresentare il futuro del Paese. In esso si calcola che per il risanamento di tutti i territori d’Italia occorrerebbero nove miliardi di euro in cinque anni, che rientrerebbero, per ben la metà, in fiscalità e per il doppio, in produttività. Non solo: si otterrebbero duecentomila occupati in più in svariati settori dell’economia etica e, più in generale, la ripartenza socio-economica dei territori inquinati e del Paese verso orizzonti di grande prospettiva.

Operazione difficile ma, conti alla mano, assai meno complessa e onerosa – in termini di denaro e vite – del salvataggio del polo siderurgico. Per questo, però, occorrerebbe una classe politica avveduta, seria e lungimirante.

* Massimo Ruggieri è un attivista tarantino, già membro del Comitato per Taranto, tra i promotori del percorso partecipativo TuttaMiaLaCittà. Attualmente è presidente dell’associazione Giustizia per Taranto, in prima linea sulle vertenze ambientali del territorio. È tra i protagonisti della redazione del “Piano Taranto”, ambizioso programma di riconversione socio-economica della città di Taranto scritto dal basso.FacebookTwitterPinterestEmailShare

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