La terribile normalità della morte a domicilio

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Camillo Chiappino23 Dicembre 2019

Solo nei primi dieci mesi del 2019 25 incidenti hanno colpito lavoratori e lavoratrici delle consegne: quattro di loro hanno perso la vita

20 dicembre 2019. Alle 18, un nutrito gruppo di giovani, di origine italiana e non, si ritrova in piazza Statuto a Torino, biciclette alla mano e con degli strani cubi sulle spalle. Qualche centinaio di chilometri più a sud, ventuno lettere della questura di Prato raggiungono altrettante persone, tutte provenienti da paesi molto lontani dal nostro. La distanza tra questi due luoghi non deve confondere. Abbiamo a che fare con un’unica storia: lo sfruttamento della vita di chi conta poco nella società italiana.

I fatti

Cos’è che non dobbiamo consegnare all’oblio? Siamo tra il nord e il centro Italia, a Torino e Prato per l’esattezza. Nel quartiere residenziale San Donato del capoluogo piemontese un fattorino dell’azienda del food delivery Glovo viene investito da un automobilista che, dopo aver trascinato per svariati metri quel corpo inerte, si dà alla fuga. Il lavoratore si chiama Zohaib, 31 anni, origini pakistane. Adesso è in coma in condizioni molto critiche, lottando tra la vita e la morte. Come se non bastasse, l’azienda avrebbe mostrato poco interesse per il ragazzo colpito: «In realtà non dovremmo neanche esserci qui, non si tratta di un nostro dipendente ma solo di un collaboratore» , sono le parole che alcuni colleghi, andati a trovare Zohaib, hanno sentito riferire dai responsabili di Glovo ai medici.

In Toscana la vicenda sembra avere tutta un’altra fattezza. 21 lavoratori, dalle origini più svariate, della tintoria Superlativa e di altre aziende affini vengono sanzionati con multe che vanno dai 1000 ai 4000 euro per aver organizzato, il 16 ottobre, un blocco stradale durante uno sciopero, con l’aiuto del sindacato di base Si Cobas. Questa azienda del tessile di proprietà cinese, è nota alle cronache per l’utilizzo indiscriminato di contrattualizzazioni atipiche e lavoro nero, nonché di imporre turni e orari massacranti (anche da 12 ore) senza rispetto del pagamento dei salari. È bene precisare che queste condizioni riguardano molte aziende collocate nello stesso distretto industriale, tra cui troviamo anche il Panificio Toscano del gruppo Coop, che non si sono mai fatte scrupoli, secondo una vera e propria concertazione, a ricorrere all’intervento della forza pubblica. Questo distretto è attraversato da lotte sindacali che ormai si protraggono da più di un anno, in cui non sono mancati eventi di violenza poliziesca che hanno fatto molto scandalo. Le notifiche di cui sopra rientrano nelle misure introdotte con i decreti sicurezza di Salvini, che oltre a regolamentare in chiave razzista il salvataggio in mare e l’accesso ai permessi di soggiorno, riduce l’agibilità di azioni di protesta, venendo reintrodotto il reato di blocco stradale (il cosiddetto «decreto sicurezza e immigrazione» del 2018). Quello dei lavoratori della Superlativa è il primo caso continentale di applicazione di queste norme a una manifestazione – la prima in assoluto riguarda le proteste sul prezzo del latte in Sardegna.

Un rischio connesso al lavoro

Il 4 novembre del 2019 un report del neonato osservatorio Incidenti rider food delivery  «analizza i sinistri stradali gravi con decessi e feriti, che hanno visto il coinvolgimento di lavoratori che operano su strada con utilizzo di velocipedi, ciclomotori e motocicli, per il trasporto di cibo prenotato attraverso piattaforme digitali» . Dal primo gennaio al 25 ottobre di quest’anno, 25 incidenti hanno coinvolto rider impegnati nelleconsegne a domicilio di cibo: 4 di loro hanno perso la vita e 21 sono rimasti feriti, dei quali 6 con prognosi riservata. L’incidente di ieri sera cade in una settimana importante per il mondo del food delivery. Alcuni sindacati confederali – Filt, Filcams e Nidil Cgil – hanno promosso innanzi al Tribunale di Bologna un’azione legale per condotta discriminatoria nei confronti di una delle principali multinazionali del food delivery, Deliveroo. Sotto la spinta del protagonismo delle mobilitazioni dal basso dei fattorini delle città più importanti del paese – Bologna e Torino su tutte – questa azione potrebbe fare il paio con la sentenza del tribunale di Torino contro Foodora (oggi ricompresa sotto Glovo) in cui si dimostrava la subordinazione dei lavoratori e le forti dinamiche di esclusione adoperate dagli algoritmi che organizzano il lavoro. Se Zohaib non dovesse farcela, andrebbe a ingrossare la lista di fattorini morti o resi disabili. Avvenimenti che non vanno relegati a meri accidenti. La paga a cottimo, come la mancata fornitura di attrezzatura di sicurezza adeguata per segnalare la propria presenza in strada (casco, luci), il dover a tutti i costi risalire le classifiche che permettono a ogni fattorino di poter lavorare nelle sessioni migliori, come il fatto che questo è un lavoro soprattutto notturno, tutto questo aumenta l’esposizione ai rischi durante il lavoro. Al rischio di perdere la vita, innanzitutto. E su questo le aziende hanno tutte le responsabilità del caso, che non possono nascondere dietro le loro poco chiare e misere assicurazioni aziendali. Per chi, come me che scrivo, lavora nel settore da un po’, ha ormai ben presente che la morte può essere un’eventualità. È banale a dirsi, ma al posto di Zohaib poteva esserci chiunque altro di noi. Questa, la morte, non costituisce affatto l’elemento che porta al rifiuto di questo lavoro, vista anche la bassa retribuzione – il ricambio della forza lavoro coinvolta non stenta a fermarsi, anche se sono molti ormai che fanno consegne come primo lavoro da più di un anno – ma un rischio connesso al lavoro, del tutto integrato nel ventaglio di possibilità di una vita da rider, soprattutto per quei soggetti sociali che per avere dei soldi non possono che far questo. Dentro aziende che quest’anno hanno raggiunto il miliardo di valorizzazione. La morte, insomma, sta diventando un fatto normale.

Tornando nel pratese, siamo di fronte a un altro fatto di importante normalizzazione in senso negativo dentro il mondo del lavoro. È il primo caso di applicazione della legge Salvini in chiave anti-sindacale e, quindi, anti-democratica. La durezza è nella sapidità delle sanzioni: migliaia di euro a testa, per colpire lavoratori poveri e strutture di supporto che non possono appoggiarsi alla ricchezza di cui dispone un sindacato confederale. Inoltre, possiamo tastare con mano la sostanza di questo pacchetto di norme. Il suo valore politico e sociale, più che misurarsi nell’abiezione del suo contenuto, lo troviamo nel come queste stiano modificando in maniera irreversibile l’assetto dello Stato nelle sue fondamenta. Diversamente dai salvataggi in mare, in cui le leggi si sono accompagnate dalla personalizzazione dell’esclusione – Salvini che chiude i porti –  e da una volontà politica comunque sempre sottoposta a un possibile contraddittorio che può contare sulla dimensione parlamentare, morale e politica in generale, qui siamo in presenza di un automatismo amministrativo, applicato direttamente dalla questura nel pieno rispetto di una norma. Se protesti, è legale – normale – che tu venga multato.

Chi è stato colpito?

Chi sono le persone coinvolte nei settori fin qui descritti? La risposta è immediata: tutti quei soggetti che nella società italiana ricoprono posizioni marginali. La forza lavoro del food delivery è incarnata in corpi che devono guadagnarsi il diritto al rispetto sociale: giovani bianchi, che sono ai loro primi lavori e senza una famiglia da mantenere, quindi non per forza spettabili degli stessi diritti di chi nella società è adulto o anziano – una sorta di «nonnismo sociale»; soggetti razzializzati, protagonisti indiscussi dal punto di vista quantitativo della composizione lavorativa del settore soprattutto in quelle città la cui l’economia non ruota intorno all’università in modo esclusivo, che con questo lavoro vogliono far fronte all’impoverimento cui sono relegati dalle gerarchie della società italiana, nonché per guadagnare punteggio sociale per ottenere visti, permessi e tutto quanto possa facilitare il loro accesso alla cittadinanza, senza che di questo si abbia certezza visto il carattere atipico della contrattualizzazione. Soggetti la cui marginalità sociale li dispone a un lavoro meno tutelato.
Spostando lo sguardo alle tintorie, la situazione presenta molte risonanze con il quadro appena descritto. Qui i lavoratori sono di fatto tutti non italiani. O meglio, gli scioperanti sono di fatto tutti non italiani. In questo contesto l’etnia e la nazionalità contano tanto rispetto ai processi di sfruttamento e repressione. La compressione dei salari è tutta giocata sull’invisibilità di questi soggetti, costretti ad accettare condizioni di lavoro a ribasso perché più in difficoltà a integrarsi nel mercato del lavoro, e sul ricatto della cittadinanza: queste persone hanno bisogno di lavorare per rinnovare i propri permessi di soggiorno, il cui rinnovo può essere più importante del salario percepito. Faccia testo questa testimonianza raccolta dalla Camera del lavoro della Cgil o presso lo sportello di contrasto al grave sfruttamento lavorativo del progetto regionale antitratta del Comune di Prato: «Se non sottostai alle mie condizioni, ti metto in cattiva luce con le forze dell’ordine e faccio di tutto per renderti difficile la regolarizzazione come cittadino». Su questa base si agganciano tutte le forme di violenza pubblica e privata. La violenza con cui sono stati sgomberati i picchetti è stata inaudita in molti casi: calci, pugni in faccia, uso smodato di agenti e una gestione fuori da ogni protocollo. Cui si aggiungono i casi in cui i padroni delle aziende hanno organizzato delle azioni squadriste per picchiare chi protestava, sfruttando la minor attenzione mediatica verso questi soggetti. Senza dimenticare la repressione giudiziaria contro i solidali che ogni giorno danno supporto organizzativo e giuridico ai protagonisti della lotta – in particolare i fogli di via emessi contro gli attivisti del Si Cobas Luca Toscano e Sarah Caudiero. La città di Prato è diventata negli ultimi mesi un vero e proprio laboratorio di repressione sindacale, che ci impone uno occhio di riguardo verso tale contesto  per come si articola il rapporto tra sfruttamento del lavoro, mantenimento dell’ordine pubblico e soggettività lavorative marginali.

Conflitto e democratizzazione

Questo panorama dai tratti più che nefasti, si contraddistingue, tuttavia, per una capacità della forza lavoro di esprimere una conflittualità inedita per come siamo ormai abituati a guardare all’ambito del processo di produzione immediata. Ciò emerge in particolare guardando alla forma organizzative e di sciopero che caratterizza questi ambiti. In entrambi i settori, la conflittualità è legata ad una forma dello sciopero senza la concertazione, che allarga lo spazio per forme di azione diretta. Ciò è dovuto sia al fatto che il diritto di sciopero in questi ambiti non è in alcun modo garantito: sia per il tipo di inquadramento contrattuale nel caso dei rider, considerati lavoratori autonomi – per la logistica in generale il discorso è diverso, facendo riferimento ad inquadramenti molto diversi in cui il diritto di sciopero è previsto; sia per la forte ricattabilità bio-politica dei soggetti in questione, come nel caso dei lavoratori delle tintorie. Ciò che si guadagna è una conflittualità contraddistinta dalla presa di parola diretta dei soggetti in lotta, che autonomamente gestiscono i rapporti con il padrone e la politica: il conflitto qui è innanzitutto democratizzazione. Il Si Cobas, per quanto sia un’associazione sindacale, non propone la mediazione concertativa  come i sindacati confederali, esprimendo una continuità della lotta inedita nel panorama italiano degli ultimi trent’anni. A Prato, la mobilitazione fatta di tantissimi picchetti e scioperi non autorizzati i cui aderenti sono cresciuti di volta in volta è durata più di un anno, nonostante la repressione. I rider, a loro volta, si sono costituiti innanzitutto in collettivi informali di lavoratori, che oltre a organizzarsi per portare avanti le proprie battaglie, hanno messo in pratica interessanti forme di mutuo aiuto – dalle collette agli aperitivi per costituire casse di mutuo soccorso, dal ritrovarsi in spazi occupati alla nascita di ciclo-officine autogestite, cui si aggiunge la stesura di proposte di regolamentazione scritte dal basso –  il tutto senza avere grandi organizzazioni alle spalle. Ottenendo risultati affatto banali:come le sentenze sulla riconoscimento della subordinazione anche in regime di contratto autonomo; l’avvio di inchieste che pongono il problema dell’utilizzo di macchine algoritmiche e dei dati per l’organizzazione del lavoro e del profitto; la capacità di dettare i contenuti dell’agenda politica del governo – la crisi di legittimità politica di Di Maio si spiega anche per come non è stato in grado di agire su questo settore a fronte del grande dibattito pubblico aperto dalle lotte dei fattorini. Più in generale, queste esperienze hanno determinato la ricomposizione e la politicizzazione di soggettività lavorative che si è sempre creduto difficile si prestassero a forme di sindacalizzazione: i precari, immersi in rapporti lavorativi molto intermittenti, grande ostacolo alla sedimentazione di lotte; soggetti razzializzati, per i ricatti di cui sopra. 

Possiamo trarre un paio di conclusioni di massima. Innanzitutto, leggere il conflitto di classe in Italia nel segno dell’inversione: esso abita tra i soggetti marginali del mercato del lavoro – si tengano presente anche le lotte di ItalPizza, fatte da donne non italiane, o quelle dei braccianti nel mezzogiorno – ed è in questi ambiti che, da un lato, si riattiva il conflitto sociale come lotta dentro la produzione, dall’altro, si ottengono risultati significativi. Inoltre, questa conflittualità si combina con un’importante bisogno di democratizzazione dei processi partecipativi e della società in generale. La lotta dei rider ha avuto come effetto tra i tanti proprio quello di spuntare ciò che ho chiamato «nonnismo sociale», mostrando che i giovani sono costretti a lavorare tanto e in condizioni pessime e che le alternative lavorative sono tutte ridotte ad attività pericolose e/o insoddisfacenti. Le lotte dei razzializzati hanno mostrato come il loro sfruttamento è legato all’impossibilità di partecipare alla vita democratica e alla loro marginalità giuridica.

Guardare a questi contesti lavorativi è un’urgenza non rimandabile. Sia perché sono laboratorio di irreggimentazione e precarizzazione del lavoro quanto di repressione del conflitto.a per la loro potenzialità conflittuale i cui effetti e motivi sono ancora tutti da esplorare – se li sapremo ascoltare.

Questo articolo è dedicato al mio collega Zohaib, fattorino che lotta tra la vita e la morte per colpa del lavoro. Il 28 gennaio a Torino si manifesta anche per lui.

*Camillo Chiappino, nato a Pescara nel 1995, è studente di Filosofia e lavora come rider a Pisa. È attivista dello spazio sociale eXploit di Pisa.

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