Il linguaggio globale del capitalismo

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Marco Ranaldi23 Dicembre 2019

Per la prima volta nella storia esiste oggi nel mondo un unico sistema socio-economico. Il libro “Capitalism, alone” di Branko Milanovic analizza l’economia politica in un’ottica globale a differenza degli ultimi vincitori del Nobel

Comincio con due immagini. Zhang, brillante studente di un famoso liceo di Pechino, è a casa quando riceve la tanto attesa lettera dalla celebre università di Harvard, con l’esito della sua domanda di ammissione alla facoltà di ingegneria informatica. Esito che, purtroppo, scoprirà essere negativo. Lo stesso esito tocca alla candidatura di Liu, eccellente liceale di Shangai, e di tutti quegli studenti cinesi che, poco meno di un anno fa, hanno visto rifiutate le loro domande di studio nella celebre università americana. E questo perché, se Harvard accettasse Zhang, Liu, Chen, Yang e tutti gli altri più che qualificati studenti cinesi nel suo ateneo, la prestigiosa università americana rischierebbe di trasformarsi in una piccola Chinaschool. Passo alla seconda immagine. Sono le cinque del mattino e Rakesh, meccanico trentenne di Mumbai, fa la fila davanti all’Apple Store, in attesa di comprare il nuovissimo IPhone 11. Davanti a lui ci sono già più di duecento persone che attendono con impazienza di avere tra le mani il nuovo prodotto della Apple, prima di andare a lavoro nella metropoli indiana. 

Cosa dicono queste due immagini? Probabilmente molte più cose di quante possa vederne io, dall’angolo del mio ufficio di New York. Decido di mettere l’accento su due aspetti in particolare. Il primo è che la Cina sta assumendo un ruolo sempre maggiore nel contesto politico economico globale. Il secondo è che il consumo sfrenato, nonché motore del sistema capitalistico, sta diventato un’invariante geografica. Se solo un americano e un indiano in fila davanti agli Apple Stores di New York e Mumbai potessero incontrarsi, anche solo per un istante, probabilmente si sentirebbero due connazionali, due vicini di casa. Questo perché sentirebbero di condividere la stessa, identica, lingua: la lingua del consumo. Una lingua che, oramai, s’impara sulla strada, anzi, su ogni strada, indipendentemente da dove ci si trovi.  

Nel suo nuovo libro, Capitalism, Alone(in traduzione per Laterza, che lo porterà in Italia il prossimo anno), Branko Milanovic, professore alla City University di New York tra i massimi esperti di disuguaglianze globali – in questa veste è stato invitato di recente al Festival Economia Come all’Auditorium di Roma – presenta un quadro teorico originale per comprendere, analizzare e riflettere sulle due immagini prima descritte. Il libro, infatti, comincia con due affermazioni taglienti: primo, il capitalismo è oggi, per la prima volta nella storia, l’unico sistema socio-economico esistente; secondo, l’Asia (e la Cina in particolare) sta vivendo un’impressionante ascesa economica globale. In altre parole, in tutto il mondo si parla la stessa lingua del capitalismo (che ci si trovi a New York o a Mumbai), e questa lingua è sempre più il cinese.

Capitalism, Alone

Nel primo dei cinque capitoli in cui è diviso, il libro definisce «i contorni del mondo dopo la guerra fredda». Oggi, secondo l’analisi di Milanovic, il mondo vive di continui scambi, d’interazioni, e vede il contrapporsi di due attori principali: il mondo occidentale (Europa e America del Nord) e l’Asia (trainata principalmente dalla Cina). Queste due aree geografiche dominanti rappresentano, da sole, il 70% della popolazione globale, e addirittura l’80% della produzione. Il secondo e il terzo capitolo del libro analizzano le caratteristiche socio-economiche di queste due varianti del capitalismo moderno. In particolare, si concentrano su come queste due forme di capitalismo tendono a produrre precise dinamiche di distribuzione del reddito, e (dunque) dei rapporti di forza tra le diverse classi sociali. Al fine di analizzare questi due sistemi sociali, Milanovic si concentra su due paesi rappresentativi: gli Stati uniti e la Cina. 

Gli Stati uniti sono definiti come un capitalismo meritocratico liberale. Gli aggettivi servono a mettere l’accento su due tratti distintivi di questo sistema sociale: il termine «liberale» fa riferimento al grado di trasmissione intergenerazionale dei privilegi (da liberal equality), mentre «meritocratico» al concetto di merito, perfettamente catturato dall’espressione «careers [are] open to talent» (le opportunità di carriera sono aperte a chi ha talento). Questo modello di capitalismo, secondo Milanovic, ha sei tratti distintivi. La sua economia sta diventando sempre più intensiva di redditi da capitale – è un’economia, cioè, in cui i salari di chi per vivere deve lavorare pesano sempre di meno, e pesano invece sempre di più i profitti di chi detiene imprese o azioni, e le rendite (affitti, debito pubblico). In termini tecnici, possiamo dire che la quota di capitale sul reddito nazionale sta aumentando – per quanto riguarda l’Italia, ne aveva parlato quiGiacomo Gabbuti

Chi è ricco di redditi da capitale tende sempre più a essere anche tra i più ricchi considerando il reddito nel suo complesso. Contemporaneamente, la ricchezza patrimoniale (sia quella reale, come case e immobili, che quella finanziaria) che genera questi redditi, si sta concentrando nelle mani di pochi. L’effetto è non solo un aumento delle disuguaglianze dei redditi, ma la stessa messa in discussione dell’idea di una società strutturata in classi sociali tradizionali: ricchi capitalisti contro poveri lavoratori. Quest’ultimo fenomeno – per molti versi l’equivalente economico di quella semplice divisione tra “alto” e “basso”, l’1 contro il 99% – viene definito da Milanovic col termine di homoplutia. Due ulteriori caratteristiche di questo sistema sociale sono la trasmissione dei privilegi tra genitori e figli, e l’omogamia («assortative mating»), quel fenomeno per cui individui con simili livelli di istruzione (in paesi in cui, come negli Stati uniti, questi «predicono» assai bene le possibilità di carriera) tendono a mettersi insieme e a formare famiglie «omogenee» in termini di origini e prospettive sociali. Nella Harvard che li ha «protetti» da Zhang e Liu, la love story tra Brooke e Tilly avrà l’effetto, tutt’altro che romantico, di contribuire ad aumentare le disuguaglianze dei redditi totali tra le famiglie di ricchi e istruiti, e gli altri. 

Il capitalismo politico, invece, è definito come il prodotto delle rivoluzioni comuniste condotte in società colonizzate o che hanno, a loro volta, colonizzato, come la Cina. Deng Xiaoping, leader della Cina dal 1978 al 1992, può essere considerato secondo Milanovic il padre fondatore del capitalismo politico moderno. Tale sistema sociale si basa su tre elementi: un dinamismo del settore privato (investimenti), il ruolo efficiente della burocrazia (o dell’amministrazione), e un sistema politico che si basa su un singolo partito. I vantaggi del capitalismo meritocratico liberale sono da ritrovarsi, secondo Milanovic, principalmente nel ruolo della democrazia. Essa agisce come sistema correttivo di politiche sbagliate attraverso continue consultazioni con i cittadini (come i referendum) e impedisce ogni forma di deriva autoritaria di chi è al potere. Al contrario, il capitalismo politico permette una gestione più efficiente dell’economia e del suo processo di crescita. 

Il quarto capitolo, invece, analizza le relazioni tra capitalismo e globalizzazione. Di questo capitolo prendo in considerazione diversi aspetti. Il primo è che oggi tutti i fattori di produzione sono mobili: sia il capitale che il lavoro possono, infatti, spostarsi da un paese all’altro. Questa è una grande differenza rispetto all’economia classica, in cui la terra giocava un grande ruolo, ma anche rispetto a gran parte del Novecento, quando le migrazioni, anche quando erano più libere di ora, non assumevano le proporzioni di oggi. I concetti di citizenship premium e citizenship penalty introdotti da Milanovic sono diretta conseguenza della mobilità, almeno teorica, del fattore lavoro. Due lavoratori con uguali capacità e titoli (ad esempio, entrambi in possesso di una laurea in lingue), anche a parità di mansioni, possono avere salari diversi a seconda che si trovino in un paese ricco o in uno povero (e questo rimane vero anche dopo aver aggiustato i salari per il differente potere d’acquisto, ovviamente). Da questo segue che, in un mondo globalizzato, il reddito è (anche) funzione della cittadinanza. La mobilità del fattore capitale è, invece, il risultato di una caratteristica importante del sistema capitalistico d’oggi: le cosiddette catene globali del valore, il processo in base al quale le singole fasi della filiera di produzione sono sempre più parcellizzate, e svolte in paesi diversi, da differenti imprese in giro per il mondo. 

Secondo Milanovic, il carattere rivoluzionario della catena globale del valore si trova in due sue caratteristiche principali. La prima è nella sua capacità di frazionare la produzione, con profonde implicazioni sulla distribuzione spaziale dell’attività economica. La seconda è che la crescita e lo sviluppo dei paesi nel sud del mondo non deve necessariamente avvenire attraverso un loro distaccamento da quelli del nord, così come teorizzato in passato dai neo-Marxisti e gli economisti cosiddetti strutturalisti. L’autore conclude il ragionamento di questo capitolo con una riflessione sul significato e sul ruolo della corruzione. La corruzione, secondo Milanovic, non deve essere vista come un’anomalia del sistema capitalistico. Essa è parte del sistema, è figlia della logica del profitto e della mobilità del capitale. Piuttosto che eliminarla andrebbe «normalizzata», ovvero considerata come una forma di rendita proveniente da uno specifico fattore di produzione: il potere politico. Insomma, se volessimo dare pieno credito a quest’ultima osservazione di Milanovic, nel prossimo corso di macroeconomia dovremmo riscrivere la famosa funzione di produzione Cobb-Douglas – che esprime il livello del reddito (Y) come funzione dei fattori capitale (K) e lavoro (L), remunerati da salario e profitti – per includere anche un terzo fattore, il potere politico (P), di cui la corruzione rappresenta il corrispettivo.

Nell’ultimo capitolo del libro Milanovic si domanda se esista un’alternativa al capitalismo. La risposta dell’economista serbo è netta: «There is no alternative». L’unico modo per mettere un freno al capitalismo è che tutti gli abitanti del pianeta si sottraggano contemporaneamente alla sua logica. Tuttavia, il capitalismo ha portato con sé un livello di ricchezza senza precedenti (specialmente nel nord del mondo), e nel tempo ha ridotto sia le disuguaglianze che la povertà (relativa) globale; tutto ciò rende poco credibile aspettarsi una tale prospettiva. Quello che si può, e che si deve fare secondo Milanovic – che non a caso arriva da una università pubblica di vocazione democratica come Cuny dopo una carriera dentro la Banca Mondiale – è migliorare il sistema da dentro. Sì, ma come? Sicuramente, sostiene Milanovic, non con la riduzione delle ore di lavoro. Questa politica avrebbe, riconosce, un impatto sicuramente positivo immediato nella vita delle persone: tuttavia, in un secondo momento, alcuni paesi potrebbero approfittarsi di quelli con ritmi di lavoro più moderati, sorpassandoli economicamente. Inizierebbero, poi, a comprare le loro migliori proprietà, producendo col tempo il dislocamento degli abitanti del posto. Neanche il reddito universale è visto come una soluzione. Tra gli argomenti a sfavore, uno sembra particolarmente interessante da una prospettiva di sinistra: il reddito universale giustificherebbe le disuguaglianze di mercato.  In effetti, una volta garantito un livello di reddito minimo per tutti, sarebbe più difficile giustificare perché le disuguaglianze sarebbero un problema per la comunità. 

Come possiamo migliorare la situazione, quindi? Raggiungendo quello che Milanovic definisce il capitalismo delle persone. Esso prevedrebbe una maggiore distribuzione non solo dei redditi da lavoro, per via di aumento di salario minimo, e altre classiche misure redistributive, ma anche di quelli da capitale e della ricchezza, rendendo sempre più diffusa la proprietà di quelli che un tempo si usava chiamare «mezzi di produzione». Un simile sistema inoltre, secondo Milanovic, sarebbe caratterizzato da una maggiore mobilità intergenerazionale, e sarebbe ottenibile con quattro politiche in particolare: (1) vantaggi fiscali per la classe media, e nello specifico un maggiore accesso al mercato finanziario; (2) un migliore accesso all’istruzione pubblica; (3) un diritto più inclusivo alla cittadinanza; (4) limitando i finanziamenti privati nelle campagne elettorali. Se queste misure non discostano Milanovic dal classico riformismo moderato anglosassone – proprio mentre la campagna di Bernie Sanders e ancor più il nuovo corso del Labour britannico ne evidenziano tutti i limiti – più che discuterle nel dettaglio mi sembra interessante mettere in evidenza la visione teorica nuova che emerge dal libro.

Una visione nuova di economia politica

Come anticipato, Capitalism, Alone, oltre a offrire una riflessione ampia sullo stato del capitalismo oggi – di estremo interesse anche per chi, a differenza dell’autore, continui a ritenere possibile e desiderabile un’alternativa al capitalismo – presenta infatti una visione per molti versi nuova dell’economia politica. Essa si pone, a mio avviso, in diretta contrapposizione, sia per sguardo che per metodo di analisi, a quella che traspare dai lavori di Ester Duflo e Abhijit Banerjee, entrambi vincitori, insieme a Michael Kremer, dell’ultimo premio Nobel per l’economia. Ester Duflo e Abhijit Banerjee, insieme a Michael Kremer, hanno recentemente ricevuto il prestigioso premio dalla Accademia Reale Svedese delle Scienze per il loro approccio innovativo alla riduzione della povertà globale. L’approccio proposto dai ricercatori di Harvard e del Mit si basa sulla scomposizione del grande problema della povertà, e dello sviluppo più in generale, in tanti problemi più piccoli, di per sé più gestibili e semplici da risolvere. Il loro approccio pragmatico volto alla risoluzione di micro-problemi – come ad esempio quello di aumentare le vaccinazioni nei villaggi dell’india rurale – è accompagnato da un metodo d’analisi specifico: gli esperimenti aleatori controllati (i randomized control trials, in inglese), di cui hanno parlato su Jacobin Italia Marta Fana e Luca Giagregorio.   

Nel libro Poor Economics, Duflo e Benarjee si dichiarano «contro l’economia politica», come sostengono letteralmente in uno degli ultimi paragrafi del libro. Con quest’affermazione i due premi Nobel sostengono che l’economia politica dovrebbe occuparsi sempre meno dello studio delle istituzioni (entità da loro considerate statiche e troppo complesse da poter essere modificate) e concentrarsi, piuttosto, su come migliorare le condizioni di vita degli individui all’interno di un’istituzione, attraverso specifiche politiche pubbliche. Queste politiche pubbliche avrebbero, insomma, l’obiettivo di apportare dei cambiamenti marginali, piuttosto che intervenire sui grandi temi come il funzionamento economico-politico di una società nel suo insieme. Ciò che spinge Duflo e Banerjee a concentrarsi su cambiamenti marginali, come il miglioramento della sanità o del livello d’educazione di un piccolo villaggio rurale dell’India, è una visione specifica della crescita. La crescita, e quindi l’innovazione, sono viste come processi casuali, di difficile previsione. Duflo e Benarjee sostengono che la «scintilla della crescita» abbia più speranza di innescare cambiamenti positivi lì dove ci sono maggiore forza lavoro e capacità intellettive (lavoro e capitale umano, per intenderci). Per questo, i loro programmi di sviluppo hanno l’obiettivo di creare un terreno fertile, qualora la crescita – una sorta di capricciosa divinità greco-romana – decidesse di andare a colpire proprio quel terreno. Insomma, per sintetizzare, la visione di crescita e innovazione di Duflo e Benarjee si pone in esatta contrapposizione alla tesi di Mariana Mazzuccato sullo stato innovatore, secondo cui gli investimenti statali sono il vero motore del cambiamento. E gli investimenti statali non possono, di certo, essere gestiti né pianificati dal basso, né decidono casualmente dove andare a dispiegarsi.

Torniamo adesso a Branko Milanovic. Differentemente da quanto fanno Duflo e Benarjee, Milanovic ci invita non solo ad analizzare le caratteristiche sistemiche e le conseguenti evoluzioni delle varie forme di capitalismo, ma anche a considerare il fatto che siamo tutti cittadini di un capitalismo globale. Il capitalismo, sostiene Milanovic, permea nella vita di tutti noi, ci accomuna davanti al consumo eccessivo, allo spreco, così come a quell’impulso, insito oramai nel nostro agire, che risponde alla logica secondo cui «più è meglio». Che cosa motiva l’adozione di un tale approccio, diametralmente opposto a quello cosiddetto micro-fondato, sostenuto dagli ultimi vincitori del premio Nobel? Una semplice «osservazione empirica»: la globalizzazione. In un mondo dove il commercio, l’istruzione, la natura degli scambi tra le persone si stanno facendo sempre più globali, così come ha certamente senso occuparsi dei problemi pratici di chi si trova nel sud del mondo, ha tuttavia senso anche interessarsi alle dinamiche istituzionali, e del legame tra varie istituzioni, nazionali e internazionali. 

Continuo con un esempio. Il cambiamento climatico è, e continuerà a essere, la principale sfida dell’uomo nei prossimi decenni. Una tra le più violente conseguenze del cambiamento climatico sarà, per l’appunto, l’aumento della povertà globale, sia in termini assoluti che relativi, per via dell’impatto assai diseguale delle devastazioni ambientali, e della capacità delle classi dominanti di proteggersi dalle sue conseguenze, almeno nell’immediato. Al fine di combattere tale minaccia per l’umanità, e in particolare per le classi popolari e per il mondo in via di sviluppo, non saranno sicuramente delle micro-politiche ad avvicinarci anche di un millimetro all’obiettivo. Essendo il cambiamento climatico un problema globale, la risposta deve essere di natura globale, e deve mettere in discussione l’assetto stesso delle istituzioni economiche, così come il modo in cui esse interagiscono tra di loro. Inoltre, a mio avviso, saranno proprio i massicci investimenti nel settore della ricerca e non solo, su scala nazionale, a darci le migliori possibilità di uscire vincitori da questa battaglia. Nonostante le proposte concretamente portate avanti da Milanovic non si discostino, per la verità, da quelle cui si arriva da un approccio «micro», la lezione sta nel metodo di analisi, che rimane utile a trovare soluzioni diverse e realmente alternative.

L’ultimo confronto che voglio fare tra queste due visioni d’economia politica è, per l’appunto, quello sui metodi d’analisi. Il tema del metodo, e più nello specifico delle metodologie in economia, è un tema che ho particolarmente a cuore, avendo io stesso dedicato il mio dottorato di ricerca a questioni di tale natura. Se da un lato Duflo e Benarjee utilizzano gli esperimenti aleatori per misurare l’impatto e l’efficacia di uno specifico micro intervento su un gruppo di persone, Milanovic mette al centro della sua analisi sistemica la distribuzione funzionale del reddito, ovvero la dicotomia tra capitale e salario – la stessa alla base dell’analisi marxista, oggi considerata «fuori moda». La distribuzione funzionale del reddito, considerata dai classici un elemento centrale nell’analisi dell’economia politica, ci permette di analizzare l’evoluzione dei rapporti di forza tra i differenti attori della società, e quindi il perpetuarsi o meno di logiche di potere. Ed è proprio il perpetuarsi di queste logiche di potere che impedisce alla politica di occuparsi della collettività. La più grande differenza esistente tra questi due approcci – quello micro, mirato a ricreare nelle scienze sociali le condizioni in teoria più simili possibile all’esperimento in provetta, e quello macro, con assai meno pretese di oggettività, ma forse con più aderenza alla realtà – sta nella cosiddetta generalizzabilità dei risultati. Mentre per gli esperimenti aleatori controllati è difficile provare che i risultati siano validi ovunque – e quindi, che ciò che abbiamo ottenuto in un villaggio dell’India sarebbe avvenuto anche se l’intervento fosse stato fatto in un villaggio del Congo – lo studio della divisione tra capitale e lavoro nei vari paesi ci fornisce, nei limiti del possibile, la possibilità di comparare gli andamenti di diversi paesi in diverse epoche. Questo ci permette di fare ipotesi sulle cause strutturali di grandi questioni come il cambiamento climatico e la povertà globale, così come di immaginare possibili soluzioni di carattere decisamente più macro che micro.

Per concludere, il libro Capitalism, Alone, di Branko Milanovic non ci aiuta solamente a interpretare, in maniera più precisa, la natura stessa del sistema capitalistico in cui ci troviamo, ma getta anche le basi per analizzare l’economia politica, e lo sviluppo più in generale, in un’ottica globale. L’ottica globale è necessaria per affrontare le maggiori sfide del nostro tempo, a cominciare dal cambiamento climatico, rifiutando interpretazioni tecnocratiche e semplicistiche.

*Marco Ranaldi è Postdoc allo Stone Center on Socio-Economic Inequality della City University of New York, e ha ottenuto il dottorato di ricerca in economia presso la Paris School of Economics.FacebookTwitterPinterestEmailShare

1 Comment

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.