Né ibernazione né pausa, la vita continua, che ci piaccia o no

Dal blog l’angolo della psicologia

Posted: 03 Apr 2020

Chiudere gli occhi e aprirli quando tutto è finito. Come se fosse stato solo un brutto sogno da lasciarci rapidamente alle spalle. Scrollarci di dosso la sonnolenza per tornare a quella normalità che ci è stata tolta troppo velocemente da rendercene conto. È un’idea allettante. E tutte le idee allettanti diventano rapidamente idee che si possono vendere.

Quindi non sorprende che la parola “ibernazione” e sinonimi come “pausa” stiano guadagnando sempre più importanza nei discorsi istituzionali e nei titoli dei giornali. Ibernazione … Dicesi dello stato di profonda letargia in cui funzioniamo al minimo delle nostre capacità per recuperarci poi quando i tempi saranno più favorevoli.

Eppure non siamo in letargo. Tantomeno la vita è in pausa. Dietro le porte chiuse che si affacciano sulle strade deserte – in parte tranquille e in parte inquietanti – la vita è più intensa di prima. In questo stato di paralisi presunta, si delinea una delle esperienze emotive più difficili e incerte che abbiamo affrontato negli ultimi tempi. Non possiamo ignorarlo.

I due errori più gravi che possiamo fare

Le parole scelte per dare forma alla narrativa – ufficiale e individuale – su ciò che ci sta accadendo, sono importanti. Non possiamo dimenticare che, per fortuna o per disgrazia, ripetere una parola come un mantra non è sufficiente per farla diventare realtà.

Né dovremmo dimenticare che il linguaggio è spesso progettato per far sembrare vere le menzogne e dare un’apparenza di solidità al semplice vento, per parafrasare George Orwell. Non dobbiamo dimenticare che le parole che scegliamo possono anche limitare la portata del nostro pensiero e restringere il raggio d’azione della nostra mente.

Credere che siamo in ibernazione o che la nostra vita sia in pausa ci porta a due tremendi errori. Il primo, passare attraverso questa dolorosa esperienza senza apprendere nulla, buttando a mare il confino e la sofferenza. Il secondo, pensare che quando ne usciremo riprenderemo tutto dallo stesso punto in cui ci siamo fermati.

La parola d’ordine: riflettere

La sofferenza in sé non insegna nulla. Non è un’epifania mistica. Ma il modo in cui affrontiamo questa sofferenza può rafforzarci. Non possiamo evitare ciò che sta accadendo. Ma possiamo assicurarci che tutto ciò che sta accadendo non sia in vano.

Cercare di distrarre la mente con delle banalità, per non pensare troppo alle preoccupazioni che crescono sempre di più nella nostra testa, è legittimo. Per un po’. Ma non dovrebbe essere la nostra strategia maestra. Ora, più che mai, abbiamo bisogno di riflettere.

I difensori dell’idea che questi sono tempi d’azione, non di riflessione – come se non avessimo la capacità di fare entrambi allo stesso tempo – negano in anticipo la possibilità di un cambiamento che trasforma. Se agiamo e poi pensiamo, corriamo il rischio di agire in ritardo e di sbagliare. Di pentirci e cadere nello scivoloso fango della colpa.

Possiamo approfittare di questo tempo per pensare a cosa abbiamo fatto di sbagliato come società e cosa vorremmo fare diversamente. Possiamo usare questo tempo per mettere in ordine le priorità – sociali e individuali. Possiamo approfittare di questo tempo per realizzare le cose veramente essenziali, quelle di cui non vogliamo o non possiamo fare a meno, e quelle cose superflue di cui sarebbe meglio sbarazzarsi.

Possiamo approfittare di questa pausa per dare un colpo di spugna e ripartire da zero. Per osare fare le cose in modo diverso quando tutto questo sarà finito. Per rallentare. Goderci gli abbracci e le piccole cose, che sono davvero le grandi cose della vita.

Forse, quando questo virus scomparirà, “Un altro – e più benefico – virus ideologico si diffonderà e forse ci contagerà: il virus di pensare ad una società alternativa”, come direbbe il filosofo Slavoj Zizek, una società migliore, meno competitiva e più solidaria. Una società che si accorga di ognuno nella sua individualità e che dia a quelle persone che oggi sono in prima linea il valore e il riconoscimento che meritano.

Niente sarà più lo stesso, nel bene e nel male

“Negli ultimi duecento anni o più, il mondo è andato sempre più veloce. Ma tutto ciò è stato interrotto. Viviamo in un momento unico di calma. Stiamo vivendo un momento storico di rallentamento, come se giganteschi freni fermassero le ruote della società”, dice il filosofo Hartmut Rosa.

Quella frenata improvvisa ci ha lasciato attoniti. Perché il peso dell’imprevisto si è aggiunto al disastro. Ma può servirci. Non per mettere in pausa la nostra vita, ma per rimetterla in carreggiata.

Il mondo a cui torneremo non sarà più lo stesso. Il trauma è stato troppo grande. Molte persone non saranno le stesse. Hanno perso i loro cari senza nemmeno avere la possibilità di dirgli addio. Senza poterne piangere la morte in famiglia. Altre persone hanno perso il loro sostentamento economico e con esso la stabilità e i progetti di vita.

Ora siamo una società che è stata lasciata nuda di fronte alla sua vulnerabilità. E questo lascia il segno. Dobbiamo tenerlo presente quando finalmente le porte si apriranno e riempiremo nuovamente le strade. E il tempo di prepararsi è adesso. Quindi dobbiamo assicurarci di non andare in letargo. Non cedere all’apatia che disattiva il nostro pensiero. Non arrenderci all’abulia che ci affonda, all’anedonia che ci disconnette.

Invece, dobbiamo continuare a combattere. Per chi amiamo. Per il mondo che vogliamo. Con le armi che abbiamo. In modo che quando arrivi l’agognato “disgelo”, il ritorno alla normalità, non solo ci saremo mantenuti vivi, ma anche umani.

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