L’industria del tabacco non molla

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di Nicoletta Dentico

Uno degli insegnamenti più rilevanti che Covid-19 ha impartito ai governi, anzi a tutti i decisori politici, riguarda la relazione fra interesse pubblico e interessi privati in ambito sanitario.

Da quando l’internazionalizzazione e la deregolamentazione dei mercati segnano il tempo spericolato della globalizzazione, la sfida che le logiche del profitto impongono ai diritti umani demarca un crinale di formidabile tensione nell’assenza di regole condivise.

La questione peraltro è oggetto di un negoziato internazionale a Ginevra con l’obiettivo di approdare a un trattato vincolante che regoli gli attori economici tout court in materia di diritto internazionale. L’elefante nella stanza.

Ma entriamo in un caso specifico per capire meglio. Si celebra quest’anno il 15esimo anniversario della Convenzione quadro sul controllo del tabacco (Framework convention on tobacco control, FCTC), il primo trattato creato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per porre un rimedio al consumo di sigarette, una pandemia che nel ventesimo secolo ha ucciso 100 milioni di persone e che si è spostata dal mondo industrializzato ai Paesi a basso e medio reddito.

Il tabagismo rappresenta la principale causa di morte evitabile nel mondo: otto milioni di decessi ogni anno per malattie legate al fumo.

Per “proteggere le generazioni presenti e future dalle devastanti conseguenze sanitarie, sociali, ambientali ed economiche del consumo di tabacco ed esposizione al fumo” la comunità internazionale intraprese due decenni fa un percorso diplomatico volto a regolamentare le pratiche commerciali dei giganti del tabacco, noti al mondo per l’aggressività con cui colonizzano nuovi ambiti di mercato.

La FCTC, oggi ratificata da 182 Paesi, ha inferto un duro colpo all’industria del fumo perché agisce sia sulla domanda sia sull’offerta attraverso una gamma di misure che riducono la possibilità di fumare, vietano la promozione dei prodotti, ne tassano pesantemente il consumo e combattono il traffico illegale. Ma l’industria del tabacco non molla.

9 miliardi: ogni anno l’industria del tabacco investe nove miliardi di dollari in pubblicità (Fonte: Health Policy Watch)

Oggi la sua strategia è volta a inficiare gli sforzi dei Paesi intenzionati a introdurre misure di tutela della salute pubblica e a scoraggiare chiunque voglia adottare politiche sanitarie integrate contro il tabacco: ci hanno provato Uruguay e Australia, portati in giudizio dalla Philip Morris con lunghe controversie di arbitrato internazionale tra investitore e Stato (Investor-State Dispute Settlement, ISDS).

A giugno l’Australia l’ha spuntata anche con l’Organizzazione mondiale del commercio sulla liceità di vendere sigarette in pacchetti senza logo, contestati per anni dai giganti del tabacco. L’altra tattica denunciata dal rapporto “Big Tobacco, Tiny Targets” (tobaccofreekids.org) e dagli esperti dell’Oms è puntare ai bambini e agli adolescenti per agganciarli alle sigarette, oppure ai prodotti innovativi come i dispositivi a tabacco riscaldato e le sigarette elettroniche che pur senza tabacco sono comunque nocive per la salute, dice l’Oms.

A 15 anni dalla sua adozione, la FCTC segna uno spartiacque nella storia dell’Oms e nella capacità dei governi di legiferare su scala globale a tutela della salute pubblica. Malgrado ciò, le interferenze dell’industria restano l’ostacolo più subdolo alla difesa dei diritti e dell’interesse pubblico.

Covid-19 insegna: la politica deve riprendersi in mano la filiera della responsabilità a tutto tondo. Gli attori economici globali possono essere rimessi a posto con strumenti giuridici globali. Abbiamo bisogno di multilateralismo sano, cosciente di sé. Oggi come non mai.

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici Senza Frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

Articolo pubblicato su Altreconomia.it e ripreso anche da Comune-info

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