Io, medico, ho dubbi sulle zone colorate e i 21 indicatori Covid. Ecco perché

Dal blog https://www.startmag.it/

di Gianluigi Magri

Zone colorate, indicatori Covid e comunicazione ai cittadini: che cosa va e che cosa non va. L’intervento di Gianluigi Magri, medico, già sottosegretario e direttore ff Ricerca e Innovazione dell’Irccs Azienda ospedaliero-universitaria di Bologna

Del senno di poi son piene le fosse per cui credo serva ragionare pacatamente ma in breve tempo per capire eventuali errori da correggere e possibilità di miglioramento.

La mia perplessità immediata rispetto alla suddivisione in zone colorate nasceva dal ritenere utili, ma sostanzialmente troppo parziali, i 21 indicatori Covid.

Il monitoraggio di 9 parametri in due algoritmi di valutazione producono una matrice del rischio che però deve essere contestualmente considerata.

La valutazione dell’impatto, seppur dinamica, degli indicatori rischia di sottovalutare un gap le cui conseguenze potrebbero essere colte troppo tardivamente.

Numerose telefonate di amici di Campania e Lazio mi hanno descritto realtà drammatiche difficilmente interpretabili con le caratteristiche di zona gialla (teoricamente in situazione di minore difficoltà).

Certo il monitoraggio dei 21 indicatori mostra andamenti che finiscono per descrivere l’efficacia dell’intervento nei diversi territori, ma forse troppo tardivamente e troppo parzialmente.

Sicuramente la valutazione della capacità di raccolta e valutazione dei dati, la capacità di affrontare i casi sospetti e le capacità in risorse e strutture rendono un quadro importantissimo che è però troppo debole se non è corretto da valutazioni sul livello di rispetto delle norme, sulla logistica del territorio (principalmente trasporti e concentrazione di presenze) e soprattutto sulla capacità delle strutture sanitarie territoriali di supportare lo sforzo complessivo.

La capacità di curare a domicilio i paucisintomatici e la capacità di screenare rapidamente gli operatori sanitari, che rappresentano giocoforza un formidabile potenziale di contagio, rappresentano caratteristiche ineludibili.

Se le mutazioni del virus e il miglioramento della capacità terapeutica hanno sicuramente influito sulla diminuzione di letalità l’aumento progressivo del contagio rischia di raggiungere a breve la saturazione della capacità di risposta.

Il numero degli operatori rappresenta poi un parametro molto aleatorio laddove i mezzi a disposizione sono troppo diversi nelle diverse realtà.

Le famose USCA in alcuni territori hanno dato risultati importanti, in altri sono inesistenti e la capacità di comunicazione con il cittadino passa da rari esempi di efficienza ai più frequenti casi di mancanza di risposte, di centralini perennemente occupati, di difficoltà a raggiungere i presidi diagnostici.

L’assistenza domiciliare a non autosufficienti, malati e anziani mostra la solita Italia a macchia di leopardo con situazioni di reale abbandono dei cittadini.

Un altro dato fondamentale è la capacità di trasmettere al territorio indicazioni chiare, di trasferire mezzi e risorse e soprattutto la capacità e i tempi di reazione del territorio alle nuove esigenze organizzative e strutturali.

In altri termini la valutazione di 21 indicatori se non affiancata da un’accurata analisi del territorio rischia di non cogliere le effettive capacità di risposta. Un brillante studio epidemiologico è fondamentale, ma deve essere utile per un’analisi contestualizzata.

Da ultimo, ma fondamentale, metto la comunicazione ai cittadini che dovrebbe essere sintetizzata in poche chiare regole di comportamento che invece, sommerse da un chiacchiericcio esibizionistico, finiscono per dare informazioni spesso sbagliate e contraddittorie.

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