Un reddito di base per cambiare la società

Dal blog https://volerelaluna.it/la

05-11-2020 – di: Luigi Pandolfi

Nella crisi pandemica si stanno riversando, come in un imbuto, tutti i problemi che ereditiamo dal passato. Un corpo sociale frantumato e fortemente trasformato rispetto a 30-40 anni fa, nel quale, paradossalmente, la “classe antagonista” per eccellenza, quella operaia delle grandi fabbriche, finisce per occupare, nell’immaginario collettivo, l’angolo dei “garantiti”, a fronte di un esercito di precari, di “occasionali” e di “intermittenti”, di “autonomi sommersi”, dai venditori abusivi di mercanzia contraffatta ai giovani laureati con master, che in questa tempesta sono entrati senza l’ombrello di qualsivoglia ammortizzatore sociale.

Per capire quello che sta ribollendo nelle nostre città è da qui che bisogna partire. Rispetto alla prima ondata, quella ingentilita dai balconi canori, vissuta con fiducia nelle istituzioni e nel Governo, questo secondo passaggio del virus sta facendo da detonatore a una miscela esplosiva di frustrazioni e drammi sociali cresciuti nell’ultimo trentennio all’ombra di politiche all’insegna del trinomio rigore/privatizzazioni/deregulation. «Intrico di contraddizioni» l’ha definito efficacemente Marco Revelli (https://volerelaluna.it/commenti/2020/10/30/la-rivolta-dottobre-dietro-le-vetrine-di-gucci/).

Precarizzazione e svalutazione del lavoro, riduzione e aziendalizzazione dei servizi del welfare state, assoggettamento di tutte le sfere della vita, dalla produzione alla riproduzione, alla logica del profitto e della competizione, stanno portando il conto. Per questo non si può pensare di uscire da questa crisi con misure tampone, inseguendo da un lato il virus e dall’altra le singole rivendicazioni, settore per settore. Servono misure strutturali – o “riforme di struttura”, per rendere meglio l’idea – che modifichino in profondità gli assetti socioeconomici del Paese, le relazioni industriali, il patto fiscale tra cittadini e Stato. Non serve soltanto contare i soldi che verranno, quando verranno, dall’Europa: più investimenti non è sic et simpliciter sinonimo di maggiore giustizia sociale. Anche la transizione verde potrebbe rivelarsi una mera occasione di business per il grande capitale e per le imprese multinazionali, la nuova frontiera della valorizzazione del capitale.

Accanto agli investimenti ci vogliono “riforme di contesto” e interventi normativi per ridare dignità al lavoro, innanzitutto. E un aiuto, in questo senso, potrebbe venire dall’istituzione di un reddito di base incondizionato, che non dovrebbe essere concepito soltanto come uno strumento di contrasto alla crescente povertà, ma anche, soprattutto, come una leva per scardinare gli attuali rapporti di potere nel mercato del lavoro, in modo da uscire dalla pandemia meglio di come ci siamo entrati.

L’equilibrio della sottoccupazione (con l’estensione massiva dei rapporti di lavoro precari e sottopagati), poggia, come è noto, su un rapporto squilibrato tra offerta e domanda di lavoro. Non siamo più nello scenario malthusiano, dove i salari, in regime di piena occupazione, erano tenuti bassi dall’eccesso procreativo delle masse popolari (ma la “legge” non era “bronzea” per Marx, contava anche il conflitto). Ci sono la tecnologia e la robotica che fanno il “lavoro sporco”. Le “macchine”, anziché favorire una più umana distribuzione del “lavoro vivo”, rafforzano il potere ricattatorio del capitale, rimangono “nemiche”, non “alleate” del lavoratore.

Vuoi lavorare? Accontentati di quello che passa il convento, che fuori c’è tanta gente pronta a prendere il tuo posto. È il paradigma, il modo in cui “si mostra” la nostra società, nella sua integrità, ben oltre la fabbrica manifatturiera, fino ai servizi più avanzati e alle professioni liberali. Non essendoci all’orizzonte la “socializzazione dei mezzi di produzione”, c’è, pertanto, una sola strada per provare a rovesciare questo paradigma: usare il reddito di base per aumentare il potere contrattuale di chi vende la propria opera, nella prospettiva di una riduzione dei tempi di lavoro individuali e di un allargamento della base lavorativa del paese. Non un reddito per stare a casa o per istituzionalizzare la povertà, ma ciò che serve per consentire a milioni di persone di partecipare al processo produttivo in condizione di maggiore libertà.

Quest’ultima specificazione è molto importante, perché non tutte le forme di reddito minimo vanno nella stessa direzione. Come ha chiarito il gesuita Gaël Giraud in un suo articolo apparso su La Civiltà Cattolica (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/04/27/per-ripartire-dopo-lemergenza-covid-19/), una cosa è il reddito minimo «che sostituisce tutti gli altri trasferimenti sociali» e si contrappone al welfare universalistico (la versione di Milton Friedman), un altro è quello che a questi trasferimenti e ai servizi del welfare si aggiunge. Nel primo caso, il percettore del sussidio sarà ancora più debole nel mercato del lavoro, perché costretto a compensare la perdita delle provvidenze dello Stato sociale (sanità, istruzione ecc.) con qualsiasi contratto di lavoro, anche il più vessatorio. Nel secondo caso, invece, la misura potrebbe rivelarsi «un ottimo mezzo per risolvere i problemi di insicurezza finanziaria della classe media e dei ceti popolari» e, soprattutto, per «rendere possibile un altro genere di rapporto di lavoro», riducendo al minimo o eliminando del tutto i cosiddetti “lavori-spazzatura”.

Nel secolo XIX il concetto di “utilità marginale” fu usato per dare una base scientifica al livellamento verso il basso di prezzi e salari, andando oltre la tradizione classica del “valore-lavoro”, troppo rigida nella distinzione tra “valori d’uso” e “valori di scambio”. Il valore di un bene non è dato solo dal lavoro in esso “incorporato”, ma dal suo grado di utilità. Ma perché certi beni, la cui utilità è indiscutibile, hanno prezzi molto bassi? Perché questi beni, per quanto utili, non sono scarsi. Un bene, utile socialmente, più è scarso, più costa. È un principio applicabile anche al “lavoro socialmente necessario”. Se un lavoratore gode di un reddito di base incondizionato e di adeguati servizi di welfare non si vende al primo offerente e a qualsiasi condizione. La sua opera può diventare una merce scarsa e, di conseguenza, acquistare maggiore valore. Problemi economici? No, solo un trasferimento di valore aggiunto dai redditi da capitale ai redditi da lavoro, dopo decenni di tendenza all’incontrario.

I soldi per finanziare questo strumento? Più progressività fiscale e spesa in deficit. Che poi, questa nuova crisi ci ha dimostrato, a differenza di quella precedente, che i soldi, quando si vuole, ci sono, non c’è bisogno di trovare miniere d’oro per averli. È la bellezza della moneta moderna.

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