Dicono idrogeno e sussurrano fossili

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Andrea Turco 2 Febbraio 2021

I grandi colossi energetici italiani come Enel, Snam, Eni e Italgas vogliono sfruttare l’idrogeno al contrario: con la scusa della riconversione in realtà ripropongono lo stesso modello di produzione. Ma un’altra via è possibile

Nel 1961 la cosiddetta bomba Zar entrò nella storia come il più potente ordigno mai conosciuto dal genere umano: capace di sprigionare 50 megatoni, ovvero 3.125 volte l’energia emanata da Little Boy (la bomba atomica sganciata dagli Stati uniti su Hiroshima), la bomba Zar era alimentata a idrogeno. Oggi, a distanza di cinquant’anni da quell’esperimento dell’Unione Sovietica che sancì un capitolo fondamentale della guerra fredda, l’idrogeno è tornato al centro delle attenzioni mondiali. Stavolta non per motivi bellici ma energetici.

L’era dell’idrogeno, come la definiscono Gianni Mattioli e Massimo Scalia in un paper riprendendo un noto libro di Peter Hoffman, vede il 2020 appena passato come l’anno della rinascita. Dopo qualche sussulto nei primi anni 2000, grazie soprattutto alla spinta del noto economista Jeremy Rifkin, l’idrogeno come combustibile aveva vissuto un lungo oblio. Nell’arco di pochi mesi invece l’idrogeno diventa protagonista del dibattito pubblico, uscendo dall’alveo degli specialisti:

  1. a giugno la Germania annuncia di investire 9 miliardi di euro per diventare leader mondiale nella produzione di idrogeno;
  2. a luglio la Commissione europea elabora la strategia dell’Ue per l’idrogeno, in cui si legge che «la priorità è sviluppare l’idrogeno rinnovabile, prodotto usando principalmente energia eolica e solare, ma nel breve e nel medio periodo servono altre forme di idrogeno a basse emissioni di carbonio per ridurre rapidamente le emissioni e sostenere la creazione di un mercato redditizio»: si tratta di un assist, nemmeno troppo velato, alle aziende fossili;
  3. a novembre il ministero dello Sviluppo Economico lancia la consultazione pubblica sulle linee guida per la strategia nazionale sull’idrogeno, che «mirano a individuare i settori in cui si ritiene che questo vettore energetico possa diventare competitivo in tempi brevi ma anche verificare le aree di intervento che meglio si adattano a sviluppare e implementare l’utilizzo dell’idrogeno»: una vaghezza che appare anche in questo caso come un segnale di collaborazione rivolto alle aziende fossili;
  4. sempre a novembre il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca vara la strategia italiana di ricerca sull’idrogeno, che punta più sull’idrogeno ricavato dalle fonti rinnovabili, noto come idrogeno verde, «per colmare il divario con gli altri Paesi europei»;
  5. a dicembre il governo diffonde una bozza del Recovery Plan nel quale è inserito il progetto di Eni per la cattura e lo stoccaggio di carbonio, che il cane a sei zampe intende realizzare nei giacimenti a gas di fronte Ravenna. Si sostiene che nell’impianto verrà prodotto idrogeno blu, a partire cioè dal metano con successiva separazione e sequestro dell’anidride carbonica. Per realizzare il progetto di Eni il governo si impegna a utilizzare 1,35 miliardi di euro del Next Generation Ue. 

Diventa dunque sempre più evidente che la grande corsa all’idrogeno è appena cominciata. In prima fila ci sono le aziende energetiche italiane a partecipazione statale attraverso la presenza di Cassa Depositi e Prestiti: Eni, Enel, Snam, Italgas. Il loro potere di influenza sulle decisioni politiche è immenso, si pensi soltanto che è proprio ai vertici di queste aziende che il premier Giuseppe Conte intendeva (intenderebbe?) affidarsi per costruire la cabina di regia sul Recovery Fund. Una proposta al momento saltata, paradossalmente grazie a quel Renzi che nel 2014 nominò da presidente del Consiglio gli attuali amministratori delegati di Eni ed Enel, e in realtà poco praticabile anche per gli appetiti diversi. Eni e Snam, infatti, puntano sull’idrogeno blu; Enel e Italgas, invece, sull’idrogeno verde. 

Recentemente anche Report, la nota trasmissione televisiva d’inchiesta, ha focalizzato la propria attenzione sul tema, con un servizio dall’emblematico titolo La transizione energetica: l’idrogeno. Nei 44 minuti del racconto giornalistico Rai, Snam ed Enel vengono più volte citate come aziende innovative e pronte, tra le altre cose, a far diventare la Sicilia il nuovo hub dell’energia. Sembrava di assistere in questo senso a un aggiornamento dell’industrializzazione dell’isola, avvenuta nel dopoguerra attraverso la creazione di tre poli petrolchimici (a Gela, Milazzo e Augusta). Di quel sogno oggi sono letteralmente rimaste solo le scorie, tra mancato sviluppo, che viene sempre promesso e sempre rimandato, e siti in attesa di bonifiche da oltre vent’anni. Dal petrolio all’idrogeno il passo è breve? 

A parere di chi scrive la vicenda è un po’ più complessa di come la dipinge Report. Certamente la trasmissione ha suggerito spunti importanti, come ad esempio la possibilità di superare l’atavica questione dell’assenza di una rete ferroviaria attraverso la spinta dei treni a idrogeno. In Sicilia infatti su 1.369 chilometri di linee ferrate l’87% è a binario unico, risalente ai tempi dell’Unità d’Italia, solo 190 chilometri di binari risultano elettrificati mentre il parco treni è uno dei più vecchi d’Europa con un’età media di quasi vent’anni. Di fronte a un tale disastro, l’idea che attraverso nuovi treni a idrogeno si possa superare la mancata elettrificazione dei binari e, coi soldi risparmiati, investire sul miglioramento della rete ferroviaria appare un discreto punto di partenza quantomeno per un confronto tra parti sociali e istituzioni. Molto più complessa, invece, la proposta dell’amministratore delegato di Snam Marco Alverà di riconvertire l’ampia rete di gasdotti a idrogeno. Addirittura il manager italiano sostiene di poter fornire in questo modo idrogeno alla Germania, la nazione che secondo i calcoli di Angelo Consoli (fondatore e presidente del Cetri, Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale), ha già speso 50 miliardi di euro per costruire una filiera attorno a questo combustibile energetico. Eccessivamente fedele a una visione meritocratica, per non dire apolitica, a furia di voler inanellare esempi virtuosi ed eccellenze a volte succede anche a Report di incappare in uno scivolone. 

A spiegarne le ragioni è Angelo Gagliani, docente della scuola Emergenza Climatica. «Si tratta di una vicenda emblematica – spiega Gagliani – Pensiamo ad esempio ai gasdotti Tap o alla Linea Adriatica, entrambi di Snam, o alla metanizzazione della Sardegna: per salvare queste strutture, ancora da completare e già in crisi perché il metano comincia ad andare fuori mercato, si usa l’escamotage dell’idrogeno. Negli attuali l’idrogeno non può passare, e per questo andrebbero riconvertiti. Al momento la strategia nazionale del Mise prevede un mix iniziale del 2% di idrogeno rispetto al metano. Da parte propria Snam ha già fatto alcune prove in Lombardia, con una quota del 5% di idrogeno. Ma in ogni caso si tratta di percentuali irrisorie, che non rendono certamente il metano green». Un discorso speculare vale per Eni, che insiste sull’idrogeno per rivitalizzare il GreenStream, il gasdotto che collega la Libia alla Sicilia e che ad appena 17 anni dall’avvio viaggia a metà della capacità – e con l’attuale crisi dei consumi potrebbe vedere un ulteriore ribasso. Come ricorda Cosimo Quaranta, attivista No Tap, «i contratti dei gasdotti sono spesso take or pays: è la clausola in base alla quale l’acquirente è tenuto a corrispondere comunque, interamente o parzialmente, il prezzo di una quantità minima di gas prevista dal contratto, anche nell’eventualità che non ritiri tale gas. Quindi le aziende sono in difficoltà perché si trovano sul groppone strutture che comunque dovranno pagare. Ma non si può avere pietà per loro: sia perché comunque questi costi vengono scaricati sui cittadini attraverso le bollette dell’energia elettrica, sia perché gli investimenti del fossile sul metano sono arrivati poi a tempo scaduto, quando già il cambiamento climatico era non solo un’evidenza scientifica ma anche una questione sentita».

Attorno a questi e altri motivi la scuola Emergenza Climatica, il movimento No Tap, il Forum Ambientalista e la rete Legalità per il Clima hanno presentato, con la sottoscrizione anche della campagna «Per il clima, fuori dal fossile», le proprie osservazioni alla strategia nazionale sull’idrogeno. Osservazioni che in questo momento sono in fase di elaborazione da parte del ministero, con la pubblicazione prevista a febbraio. 

Uno dei punti centrali è che l’idrogeno, anche quello verde, appare come l’ennesimo tentativo di greenwashing da parte delle aziende fossili. Il caso dell’impianto di Eni per la cattura e lo stoccaggio di carbonio è in questo senso emblematico. Negli scorsi giorni il governo ha consegnato al Parlamento il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che potrà integrarlo e modificarlo grazie all’intervento delle parti sociali. Se è vero che il progetto del cane a sei zampe è scomparso – con le associazioni ambientaliste che hanno esultato e i sindacati che hanno invece criticato il governo – è altrettanto innegabile che il capitolo sull’idrogeno è sostanzialmente un copia e incolla delle linee guida del Mise, col Miur e il ministero dell’Ambiente che non hanno avuto voce in capitolo. E soprattutto il Partito democratico pensa già a un possibile ritorno nel Recovery Plan dell’impianto ccs «per beneficiare di finanziamenti pubblici capaci di creare un effetto moltiplicatore», come afferma a il manifesto il senatore Salvatore Tomaselli, responsabile delle politiche energetiche del Pd. Sempre la solita storia: il rischio d’impresa in Italia lo paga la popolazione, anche (soprattutto) quando si tratta di impianti potenzialmente devastanti per gli equilibri dell’ecosistema.

«Fino a questo momento le aziende non vengono pagate soltanto per l’energia che producono ma anche per la sicurezza che offrono al mercato nel caso in cui questa venga a mancare – spiega ancora Gagliani – Ecco perchè impianti come il rigassificatore Snam di Livorno o le centrali Enel di Cerano e Civitavecchia, ma l’esempio potrebbe estendersi a molti altri siti, non funzionano a pieno regime perché sono sovvenzionati dallo Stato attraverso il capacity market». Il sistema, creato dal ministero dello Sviluppo Economico,  a detta di molti, non crea condizioni eque di mercato per le fonti rinnovabili e andrebbe rivisto coerentemente con gli Accordi di Parigi e i recenti e ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂ che si è data l’Europa. «Con l’idrogeno potremmo liberarci di queste centrali antieconomiche – sostiene il docente di Emergenza Climatica – che sono mantenute in vita in maniera artificiosa grazie all’espediente del capacity market. E invece le aziende fossili vogliono sfruttare l’idrogeno al contrario, con la scusa di riconvertirsi e in realtà riproporre lo stesso modello di produzione».

A tal proposito si inserisce anche la recente narrazione della decarbonizzazione, fortificata proprio dalla possibile produzione ad ampio raggio di idrogeno; specie quello verde che, essendo ricavato ad esempio dall’elettrolisi dell’acqua, prevede una notevole riduzione delle emissioni di anidride carbonica rispetto a petrolio, carbone e gas. A parte la facile osservazione che un processo industriale non emette soltanto CO₂ ma anche altre sostanze nocive, limitare l’impatto ambientale di un impianto industriale alle sole emissioni è come  giudicare l’aspetto di una persona solo dal cappello. Ogni industria significa sfruttamento del territorio, a partire dal consumo di suolo per proseguire con l’organizzazione del lavoro, i rapporti economici e con gli enti locali, la promozione della ricerca, gli stimoli culturali, gli aiuti sociali. Non si può non tener conto di tutti questi fattori quando si cerca di elaborare una strategia nazionale sull’idrogeno. Specie se a muovere le fila sono coloro che considerano l’ambiente esclusivamente un costo economico, una voce in più da inserire nei propri bilanci aziendali. 

La ricerca italiana è capace da sola di offrire soluzioni interessanti, come dimostra il recente brevetto Enea che ha individuato un nuovo modo di produrre idrogeno e ossigeno, attraverso la decomposizione termica dell’acqua realizzata con l’energia solare. Invece di scrivere piani nazionali a uso e consumo di Eni e Snam, e raccontare i tentativi delle aziende fossili di intercettare i nuovi business come innovazioni ed eccellenze, basterebbe guardare altrove. Là dove non batte (solo) il profitto.

*Andrea Turco, giornalista siciliano, scrive di ambiente e temi sociali.

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