OGM, sostenibilità e mistificazione/1

Dal blog https://www.apocalottimismo.it/

by Igor Giussani | Feb 5, 2021

Una persona, dichiaratasi ambientalista ma ‘eretica’ rispetto alle posizioni prevalenti (anti-vegano, pro OGM, ecc.), autore di un libro dato alle stampe qualche anno fa, ha commentato un mio articolo su Decrescita Felice Social Network, avviando una lunga e serrata (anche se talvolta molto kafkiana) discussione sui benefici ecologici delle sementi transgeniche; chi fosse interessato può leggersi tutto lo scambio intercorso.

Tra le numerose esternazioni, il soggetto in questione se n’è uscito con la seguente rivelazione:

Nel Febbraio 2013, due fratelli mantovani, produttori di mais che poi usano per allevare scrofe da rimonta, stanchi di avvelenarsi con insetticidi ed avvelenare i loro animali con micotossine, mi chiesero di accompagnarli in Spagna (parlo bene cinque lingue, tra cui il castigliano) per constatare de visu la bontà del mais GM. Dopo aver parlato con vari agricoltori spagnoli, tutti entusiasti, siamo tornati con il nostro camper carico di sacchi di semente GM. Da allora i miei amici coltivano clandestinamente lo stesso mais che l’Italia importa: 2 milioni di tonnellate ogni anno. Per non parlare della soia e del cotone, oramai GM per più del 90%. L’anno scorso, uno dei due fratelli mi ha raccontato che il contoterzista che gli trebbia il mais, si è accorto dell’enorme differenza qualitativa e quantitativa del mais da loro prodotto, rispetto a quello dei campi vicini, e strizzando l’occhio gli ha rivelato che oramai sono in molti a coltivarlo clandestinamente in Pianura Padana.

Sulla veridicità o meno di quanto riportato si può solo congetturare, sicuramente suffraga voci e dicerie che circolano da tempo.

In ogni caso, alla luce anche del tentativo (poi respinto) della ex ministra dell’agricoltura Bellanova di sdoganare gli OGM in Italia, conviene affrontare seriamente l’argomento. Del resto, quanti scienziati e opinion maker ammoniscono continuamente sulla necessità di adottare le sementi transgeniche per un’agricoltura sostenibile, obiettivo a portata di mano che sarebbe negato per colpa di uno stolto e retrogrado manipolo di agricoltori ed ecologisti?

Periodicamente, la biologa-senatrice a vita Elena Cattaneo lancia appelli accorati, anche se abbastanza vaghi e confusi. Non ci aiuta granché neppure Dario Bressanini – accademico e saggista diventato un influencer del Web – che da anni dedica gran parte della sua attività di divulgatore alla causa della transgenesi. Nei libri Pane e bugie e Contro Natura, il tema della sostenibilità è  trattato molto en passant: per dare un’idea, le parole contenenti la radice ‘sostenibil-‘ nelle due opere compaiono rispettivamente 11 e 9 volte in totale, mentre non si parla mai di impronta ecologica e altri parametri fondamentali. Del resto, l’obiettivo dichiarato di Bressanini è di cambiare il frame, la cornice culturale che influenza negativamente il pubblico. La sua azione è per lo più volta a demitizzare rappresentazioni stereotipate e luoghi comuni sugli OGM, nel tentativo di minimizzare le differenze tra ingegneria genetica e altri metodi più accettati di manipolazione, creando così un clima più favorevole alla sua accettazione. In questo senso, gli va riconosciuto di evitare i toni altisonanti tipici di tanti altri apologeti. Scrive in Contro Natura:

Per noi – e ormai lo sapete – gli OGM sono una storia normale, una storia come tante nel grande libro dell’agricoltura. Non sono speciali né in positivo né in negativo: sono, per dirla con una metafora, uno dei tanti attrezzi della cassetta di agricoltori, genetisti e agronomi. La chiave inglese del 12. Alcuni attrezzi possono fare più cose, altri hanno un ruolo ben preciso. Ma se dovete risolvere un problema grosso, vi servono tutti. Gli OGM sono uno dei tanti strumenti che spesso non è nemmeno necessario usare, ma quando, invece, a servire è proprio quello strumento lì, la chiave inglese, per noi è da sciocchi non usarlo.

Una volta che ritiene di aver dimostrato il carattere eco-friendly di qualche ritrovato transgenico (ad esempio una coltura Bt progettata per ridurre l’uso di pesticidi), il contributo di Bressanini alla causa della sostenibilità è terminato. I suoi libri si concentrano sugli strumenti della cassetta degli attrezzi, ma molto poco sull’oggetto da riparare (cioé il paradigma agricolo contemporaneo, con tutte le sue criticità).

Accantonato il chimico-influencer, ho ripiegato sul Web, rivolgendo la  mia attenzione  al portale  AgroNotizie, anch’esso notoriamente favorevole all’introduzione delle sementi geneticamente modificate. Mi sono imbattuto in un documento dal titolo molto accattivante: OGM: tra verità e disinformazione. Produttivi, eco-compatibili e sostenibili: tutti i motivi sociali, ambientali, agronomici ed economici per i quali l’Italia dovrebbe aprire agli OGM, pubblicato nel settembre del 2019 da Donatello Sandroni. Parlando esplicitamente di ‘sostenibilità’ ed ‘eco-compatibilità’, mi ha subito incuriosito, per rimanere poi abbastanza deluso: pur entrando un po’ più nel dettaglio di Bressanini, resta comunque molto sul vago.

In particolare, manca la cosa che si supporrebbe essere più ovvia: un’analisi sistematica dell’agricoltura USA, madrepatria degli OGM, da confrontare con quella di altri paesi ancora riottosi ad adottarli. Il  2021 segnerà il venticinquesimo anniversario della commercializzazione delle sementi transgeniche e già da una decina d’anni queste varietà costituiscono l’80% di mais, soia e cotone; quasi la metà complessiva dei terreni agricoli statunitensi è dedicato alle colture geneticamente modificate.

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(Le sementi HT sono ‘herbicide tolerant’, cioé resistenti a un particolare tipo di erbicida; quelle Bt sono state modificate per produrre il bacillus thuringiensis, tossina insetticida. Le varietà di mais e cotone ‘stacked’, che presentano contemporaneamente le caratteristiche HT e Bt, stanno gradualmente soppiantando quelle con una sola specifica)

Alla luce di questi dati, se davvero gli OGM presentano evidenti vantaggi per l’ambiente, allora ciò deve emergere dall’analisi generale dei principali fattori di impatto ecologico. Per fare un confronto, a pochi anni dalla sua implementazione era innegabile che la rivoluzione verde stesse ottemperando allo scopo per cui era stata ideata, ossia aumentare la produttività per allontanare lo spettro della ‘bomba demografica’. Tuttavia, prima di procedere con la disamina, è bene capire quali aspetti rendano insostenibile l’attuale modello agricolo e, cosa ancora più importante, sgombrare il campo da dubbi ed equivoci intorno al concetto di sostenibilità.

Sostenibilità ambientale: cos’è e cosa non è

‘Sostenibilità’ è una parola alla moda di cui si riempiono la bocca tante persone, facendo rientrare nel significato tutto ciò che permette di contenere in qualche maniera il danno ambientale: dopo l’introduzione dei motori ibridi, c’è persino chi parla di ‘F1 sostenibile’. Al di là di slogan e concezioni idiolettali, la nozione scientifica di sostenibilità si basa su tre assunti fondamentali:

• il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione;
• l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell’ambiente non deve superare la capacità di carico dell’ambiente stesso. Nel caso dell’agricoltura, i problemi principali in tal senso sono: emissione di gas serra che contribuiscono al riscaldamento globale dell’atmosfera; creazione di ‘zone morte costiere’ causate dall’accumulo di nutrienti riversati nei mari; contaminazione delle falde acquifere tramite sostanze chimiche di sintesi;
• lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo. Nel contesto di cui trattiamo, le principali criticità riguardano le materie prime impiegate per i fertilizzanti di sintesi (metano, fosfati, minerali di potassio) nonché i derivati del petrolio, usati principalmente come combustibili per le macchine agricole e per alcuni pesticidi.

(Qui e qui per chi volesse approfondire la questione)

Pertanto, una tecnica agricola non può ricevere una patente di sostenibilità solo perché consente genericamente di ridurre gli input o migliorare la produttività rispetto a pratiche già adottate. Se gli OGM stanno davvero permettendo di avviare un percorso in direzione di un’agricoltura sostenibile, dal loro utilizzo è doveroso aspettarsi almeno:

  •  un evidente abbattimento delle esternalità ambientali che provocano o contribuiscono ad aggravare importanti problematiche ecologiche;
  • una graduale emancipazione dagli input della chimica di sintesi che, da fattore determinante e imprescindibile, si devono trasformare gradualmente in un apporto integrativo sempre meno rilevante.

Uno sguardo d’insieme

Il modo più semplice per valutare la sostenibilità di un’attività consiste nell’esaminarne i consumi diretti e indiretti, perché sono questi a tradursi in esternalità ambientali. L’agricoltura USA, nel periodo 2002-16, ha mostrato andamenti abbastanza stabili per quanto concerne le principali variabili interessate, fatta eccezione per fertilizzanti e gasolio, i cui consumi hanno cominciato a lievitare dal 2010-12, al punto che nel 2012-15 si è registrato un ‘disaccoppiamento negativo’, tale per cui l’output produttivo è aumentato del 6%, ma l’apporto energetico del 10%.

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Fonte: USDA 2018

Da questo quadro generale possiamo già concludere che l’agricoltura USA non ha intrapreso alcun percorso verso la sostenibilità, ma non ci dice ancora nulla di particolare riguardo al ruolo giocato dagli OGM. Cerchiamo allora di sviscerare i dati concentrandoci su quegli aspetti dove la qualità delle sementi può contribuire a ridurre l’impatto, in particolare l’efficienza d’impiego degli input.

Produttività delle sementi e relative esternalità

Gli OGM sono più produttivi delle colture tradizionali? Sandroni non ha dubbi:

Che gli ibridi OGM possano apportare grandi benefici alla produttività e alla redditività agricola nazionale, lo dimostrano i record ottenuti negli Stati Uniti negli specifici “contest”, come per esempio il National Corn Yield Contest, ove i maiscoltori si confrontano fra loro alla ricerca del record assoluto di produttività. Nel 2018 il vincitore di tale sfida ha raccolto ben 30 tonnellate per ettaro di granella, raccolto che non è bastato però a infrangere il record dell’anno precedente con 34 tonnellate. Entrambi i record sono stati ottenuti grazie a due ibridi resistenti agli insetti, cioè con soluzioni tecnologiche proibite in Italia e pertanto indisponibili. Ciò contribuisce a condannare i maiscoltori nazionali a produzioni di gran lunga inferiori, dal momento che anche nelle migliori condizioni di coltivazione italiane raramente si superano le 20 tonnellate per ettaro.

Negli USA è stata indubbiamente riscontrata una crescita lineare delle rese per ettaro di mais, soia e cotone, sebbene in linea con i trend pre-transgenesi. Risultati sicuramente ragguardevoli, che però si scontrano con un’altra evidenza empirica: al di là dei luoghi comuni mediatici (e di situazioni molto particolari come i contest agricoli), le rese dei maiscoltori italiani hanno poco da invidiare a quelle dei colleghi statunitensi, mentre quelle di soia nostrane performano addirittura meglio delle rivali a stelle e strisce.

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Fatto ancora più importante, l’agricoltura italiana ha intrapreso negli ultimi quindici anni un grosso sforzo per efficientare l’impiego dei nutrienti, al punto che il consumo per ettaro oggi è inferiore a quello USA. Pertanto, i nostri maiscoltori avrebbero dovuto rosicare molto di più negli anni Ottanta, quando le controparti d’oltreoceano riuscivano a ottenere rese pressoché identiche con molta meno concimazione.

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Sorgono dubbi anche riguardo al cotone transgenico, se analizziamo il diverso rendimento in India e Burkina Faso, paesi in cui le varietà Bt sono state introdotte rispettivamente nel 2002 e nel 2008.

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Se nella nazione asiatica si è assistito a una vera e propria escalation produttiva (più volte osannata come prova della bontà della transgenesi), in quella africana non ci sono state variazioni significative rispetto alle rese precedenti, una delle ragioni che ha convinto il Burkina Faso nel 2016 ad abbandonare il cotone Bt della Monsanto (che aveva promesso maggiorazioni anche del 30%). Se esaminiamo il trend dei fertilizzanti per ettaro in entrambi i contesti, vengono alla luce le ragioni di tanta disparità nei risultati.

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Pertanto, gli exploit delle colture OGM non sono da ascrivere alle sementi, ma al consumo massiccio di nutrienti, specialmente nel caso del mais americano, i cui record tanto decantati sono stati ottenuti grazie all’apporto di fertilizzanti azotati più elevato di sempre. Queste ‘scoperte’ rappresentano in realtà un gigantesco segreto di Pulcinella, essendo un fatto già constatato nel 2016 in un rapporto della National Academies of Science, Engineering and Medicine. Un documento frequentemente citato dai fautori degli OGM, ma solo relativamente all’analisi che non rintraccia evidenze di tossicità negli alimenti transgenici, mentre questo aspetto meno gradito viene per lo più taciuto.

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L’esame sull’impiego dei fertilizzanti stronca sul nascere qualsiasi aspirazione di sostenibilità dell’agricoltura USA. Essa ha notevolmente migliorato la propria efficienza a partire dagli anni Ottanta, senza però riuscire a stabilizzare gli stock di risorse non rinnovabili, ma solo il consumo annuale. Almeno per quanto riguarda fosforo e potassio, perché il dispendio di azoto ha solo rallentato la sua crescita, dal momento che i miglioramenti di efficienza nell’impiego per ettaro sembrano aver raggiunto un plateau dall’inizio del nuovo millennio.

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Fonte: Peiyu e altri 2018

Mentre si parla spesso dei danni ambientali dovuti ai pesticidi, quelli causati dai fertilizzanti di sintesi tendono ingiustamente a passare in secondo piano. Dai campi, i nutrienti attraverso i corsi d’acqua si riversano in mari e oceani e, se in grandi concentrazioni, provocano la proliferazione di alghe che, una volta morte, si accumulano nei fondali e vengono decomposte dai batteri, consumando tutto l’ossigeno nel processo: si formano così le zone morte (‘dead zone’) marine. Quella creatasi nel Golfo del Messico negli ultimi vent’anni si è gradualmente allargata fino a raggiungere un’estensione paragonabile alla Toscana, alimentata principalmente da nitrati e fosforo trasportati dal Mississipi e i suoi affluenti dalle regioni della ‘corn belt’ fino al sud della nazione.

Inoltre, i fertilizzanti azotati rilasciano dai terreni grandi quantità di protossido di azoto (N2O), gas serra da duecento a trecento volte più potente dell’anidride carbonica e con tempo di residenza in atmosfera stimato nell’ordine di 150 anni.

Tirando le somme

In questa prima disamina dell’agricoltura USA, non solo è stato demitizzata la leggenda popolare sulla maggiore produttività delle sementi OGM, ma si è anche scoperto che, sul versante dei fertilizzanti di sintesi, da una decina d’anni l’agricoltura italiana è addirittura più virtuosa di quella dello zio Sam.

Al riguardo, non si possono addurre particolari colpe agli OGM, bensì a obiettivi produttivi eccessivamente ambiziosi. Il raccolto di mais statunitense, in particolare, risulta sovradimensionato a causa dei piani governativi varati dai tempi della presidenza di George W.Bush a sostegno di quel colossale greenwashing che sono i biocarburanti, dove il bioetanolo da mais rappresenta una delle risorse centrali in questa strategia di ‘indipendenza energetica’. Pensando che allo scopo viene dedicata una quota pari al 25-30% circa della produzione nazionale, è facile comprendere lo spreco di azoto e altri nutrienti che l’intera operazione comporta. Ci sarebbe molto da dire anche sulla soia, utilizzata all’80% per l’alimentazione animale.

D’altro canto, siccome prima di immettere sul mercato una semente transgenica occorrono mediamente tredici anni e 130 milioni di dollari spesi in ricerca e sviluppo, bisogna chiedersi se un impiego non ‘gonfiato’ ricompenserebbe adeguatamente gli investimenti. In ogni caso, al di là delle esagerazioni promozionali dei loro sostenitori, le sementi transgeniche non sono state progettate per aumentare la resa delle coltivazioni, sebbene sondaggi condotti dall’USDA rivelino che sia stata la ragione principale a spingere gli agricoltori statunitensi a passare agli OGM.

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Fonte: USDA 2014

In realtà, l’obiettivo delle coltivazioni OGM di ‘prima generazione’ non è ridurre l’apporto di fertilizzanti di sintesi ma di fitofarmaci (erbicidi, insetticidi e funghicidi), quindi lo scopo non è aumentare le rese bensì proteggerle più efficacemente. E’ su questo versante che deve essere testata la loro validità. (continua)

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