“Dubito ergo sum”

Dalla pg FB di Marco Zuanetti

Dalle fosse comuni di Gheddafi ai massacrati di Timisoara: così una fotografia può trasformare la realtà.

Non si dubita più, perché si dovrebbe? Si sa. C’è una fotografia.

Poi ti accorgi che la storia è gonfia di bugie di cui la fotografia è stata strumento. Perché mancava qualcosa di fondamentale: la didascalia, che testimoni il luogo e il tempo in cui era stata scattata, le circostanze, i nomi di coloro che vi erano effigiati, soprattutto chi l’aveva scattata e perché, e chi l’aveva diffusa e data ai giornali.

Dalle false fosse comuni di Gheddafi ai massacrati di Timisoara le fotografie ritoccate, costruite, plagiate hanno reso buon servizio ai rivoluzionari e ai controrivoluzionari, ai tiranni e ai loro nemici, alle democrazie e ai totalitarismi. E fa spavento vedere quanto noi occidentali siamo diventati ingannabili, l’occidente che per tanti resta l’eterno nido della conoscenza. Perché in mezzo, tra noi e il ‘’vero’’ fotografico, si infila la propaganda, che svende finte verità, modifica i fatti, li abbiglia a sua immagine e somiglianza.

E contro cui l’unica arma che ci resta è la prudenza, il dubbio infinito, il sospetto dell’inquisitore che non ha fretta ma vuole verificare sempre.

Non sempre avviene. (cfr. FARHAD BITANI, DOMENICO QUIRICO)

Per esempio l’Afghanistan del dopo: dopo di noi, dopo l’occidente, dopo la rotta, dopo una democrazia che in fondo non c’è mai stata se non nella sua figurazione propagandistica (fatta anche di immagini ahimè! con cui abbiamo colmato per tranquillizzarci questi venti anni), dopo altre decine di migliaia di innocenti finiti nella sovranazione dei fuggiaschi, dei profughi, dei mendicanti. L’Afghanistan del vuoto perché pieno degli Altri, dei talebani, dei nemici delle donne della tolleranza di tutto. Che ormai sembrano vivere da soli, senza testimoni. Sfondo perfetto per qualsiasi delitto.

Fucina di voci, notizie non verificabili, disininformazione, propaganda, da mille parti. Da quel vuoto improvviso di immagini arrivano due fotografie. La prima riprodotta, moltiplicata, esibita, è tremenda: piedi di bimbi che escono da un mucchietto di stracci, fratellini morti per fame, per l’incuria, criminale disinteresse che gli studenti di dio hanno per tutto ciò che non è il loro paradiso di divieti e sharia. I volti non si vedono, non si scorgono gli occhi vitrei e inespressivi dei morti, spalancati nel corpo immobile, di una crudeltà eterna.

La foto parla anzi urla: di dolore, di quell’Inumano che chiamiamo così per esorcizzarlo e invece, qui e ora, in questo terzo millennio, è ovunque intorno a noi, è umano, troppo umano. Davanti alla foto si inorridisce, si impreca e depreca, si chiede, che ingenuità! di far quello che non abbiamo fatto firmando la consegna di 34 milioni di persone a questi zeloti della violenza e della fame purificatrice. La foto forse è vera, purtroppo, forse davvero i bimbi sono morti per fame. Ma qualcuno con prudenza si è chiesto, prima di pubblicarla, chi l’ha scattata o inviata?

Lo sguardo scende sulla dicitura. Spiega come la foto sia stata ripresa dalle agenzie di stampa dal profilo Facebook dell’ex deputato afgano Haji Muhammad Mohaqeq.

Sapete chi è questa persona? Qualcuno prima di rilanciarla come documento indiscutibile di orrore ha fatto almeno qualche ricerca su di lui?

Quest’uomo è uno dei più grandi criminali della guerra civile afgana!

Tra i più spietati mujaheddin che gli americani hanno poi messo al governo. Durante la guerra civile i suoi uomini piantavano i chiodi nel cranio dei prigionieri. Lui e il suo gruppo nelle vie di Kabul erano capaci delle peggiori violenze. Mohaqeq conosce bene l’orribile pratica del “raqsi morda”, il ballo del morto: quando tagliavano le teste dei nemici, versavano olio bollente nel corpo che, ancora in preda alle convulsioni, per gli ultimi sussulti nervosi, si muoveva, e le accompagnava con la musica delle radio portatili, accese per lo spettacolo.

Per non parlare della fine che toccava ai prigionieri che finivano nelle mani dei mujaheddin, lasciati all’interno di container sotto il sole, a 45 gradi, finché non morivano “cotti”. Dunque siamo certi di quella foto?

Di cosa stiamo “postando” e incollando sui social?

Come è accaduto giorni fa con la giovane pallavolista morta…senza nemmeno una ricerca, senza accertarsi del come e perché fosse morta. Ci siamo chiesti perché questa persona posti su Facebook una foto simile, quali interessi lo muovano…?

Perché ha a cuore i bambini afghani? I bambini morivano di fame anche mesi fa, quando l’America controllava il paese, e Mohaqeq era deputato… E non solo i bambini hazara, anche quelli delle altre etnie morivano come mosche!

Nessuno si è chiesto se questa foto sia vera…

Quando sei alla fame, fare finta di essere bambini morti può farti guadagnare un pasto per tutta la famiglia. Non c’è certezza, non lo sapremo mai. Un’altra foto afghana, questa meno cruenta: il figlio del mullah Omar, Yaqoob, ministro della difesa, in turbante talebano e l’aria di saperla assai lunga, con accanto un generale, in uniforme gallonatissima che sembra una sopravvivenza di ragnatelosi bisnonni. Questa foto è stata messa in rete dai talebani.

Semplice cronaca del nuovo Afghanistan?

Ti accorgi di un particolare clamoroso: l’uomo, che indossa la divisa del vecchio esercito regolare che si è battuto a fianco degli occidentali contro i talebani, porta un voluminoso paio di baffi sovietici. Ma non ha la barba. Propaganda: serve a suggerire che i talebani non sono affatto fanatici, accanto a loro e in posti di alta responsabilità c’è posto anche per chi seppure un po’ sbattuto, spennacchiato dagli eventi, appartiene all’altro Afghanistan, quello nostro.

E quindi…fidatevi di noi.”

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