Il rifiuto del lavoro, in piena crisi

Dal blog https://comune-info.net/i

Raúl Zibechi 12 Novembre 2021

Negli Stati Uniti, in agosto, oltre 4 milioni di persone hanno abbandonato volontariamente il loro posto di lavoro. Che sta accadendo? La stabilità che in grandi linee aveva segnato la seconda parte del XX secolo non tornerà. Non deve stupire più di tanto, dunque, che accadano cose che in passato avremmo considerato “strane” o molto improbabili. Sono molte le voci autorevoli che ipotizzano l’entrata in una fase (iniziale? molto lunga?) di collasso del sistema che fornisce le impalcature su cui poggia la nostra esistenza planetaria.

Non stiamo parlando certo solo della crisi “pandemica”. Allargando lo sguardo, vivaddìo, si trova di tutto e di più, anche se non è certo un belvedere: la crisi climatica e quella energetica, l’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime, la mancanza di stoccaggio, tassi di inflazione che non si vedevano da decenni…

E poi c’è il lavoro. Già, che accade, nel mondo, a quella tremenda invenzione che genera ricchezza e povertà infinite ma pretende, di fatto, l’asservimento di tutto il nostro tempo e le nostre energie? Gran parte della popolazione mondiale maledice il lavoro (o la sua mancanza) ma continua a considerarlo la via maestra dell’emancipazione della propria esistenza.

Eppure nel Regno Unito c’è un milione di posti di lavoro vacanti; negli Usa, dall’aprile scorso, ben 20 milioni di persone hanno lasciato il proprio impiego e il Financial Times scrive che in Europa servono 400mila camionisti per “regolarizzare” il trasporto merci.

Più in generale, nei 38 paesi OCSE ci sono 20 milioni di lavoratori attivi in meno rispetto a prima della pandemia e 14 milioni di essi pare abbiano proprio abbandonato il mercato del lavoro. Non lavorano e non cercano un impiego. Siamo di fronte a una svolta della storia, sostiene Raúl Zibechi, e a noi pare che abbia ragione. Non sarà affatto facile cominciare a interpretarla, ma di certo è più interessante dello stillicidio di percentuali quotidiane del contagio

In agosto il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha pubblicato un dato statistico che attira l’attenzione: solo in quel mese, 4,3 milioni di lavoratori, che rappresentano quasi il 4% della forza lavoro statunitense, hanno lasciato il loro impiego.

Non si tratta di lavoratori licenziati dai datori di lavoro, ma di lavoratori che hanno abbandonato volontariamente il lavoro.
Negli Stati Uniti, da aprile, circa 20 milioni di lavoratori hanno lasciato il lavoro, e si è registrato un numero record di pensionamenti, la cui cifra è raddoppiata rispetto al 2019. In 38 paesi OCSE ci sono 20 milioni di lavoratori attivi in meno rispetto a prima della pandemia; 14 milioni hanno abbandonato il mercato del lavoro, non lavorano e non cercano un impiego. Rispetto al 2019, ci sono 3 milioni di giovani in più tra coloro che non lavorano e non studiano.

Negli Stati Uniti la chiamano già “The great resignation”: tra luglio e agosto otto milioni di persone hanno abbandonato il posto di lavoro, almeno un quarto di loro non aveva alternative occupazionali. Anche in Germania e nel Regno Unito ci sono cifre da record.

La costruzione di alloggi è scesa al minimo non solo a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali e dei ritardi nella consegna, ma anche per la mancanza di manodopera. Nel Regno Unito ci sono quasi un milione di posti di lavoro vacanti. Secondo il Financial Times, in Europa c’è bisogno di 400.000 camionisti per regolarizzare il trasporto merci.
Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman pensa che durante la pandemia i lavoratori abbiano imparato molte cose.

Lo scompiglio creato dalla pandemia è stato un’esperienza in cui molti si sono resi conto, durante i mesi di inattività forzata, di quanto odiassero il lavoro che svolgevano. 
È dai tempi delle grandi lotte del movimento operaio e sindacale degli anni Sessanta che non si assisteva più a un abbandono così massiccio dei posti di lavoro. Ora si tratta di un movimento di base, senza qualcuno che lo diriga, ma potente nel senso che molti lavoratori rifiutano la schiavitù salariata, come Lenin definiva l’occupazione.
È vero che, dopo quel momento luminoso per i lavoratori, il capitalismo è stato in grado di ricomporre il dominio su nuove basi, come il toyotismo e l’automazione del lavoro in fabbrica, ma anche espellendo intere nidiate di giovani dal mercato del lavoro.

Le nuove tecnologie messe al servizio dell’accumulazione del capitale hanno reso precario il lavoro e causato un calo dei salari, condizioni contro le quali milioni di persone si stanno ora ribellando.

Foto Pixabay

Penso che ci siano alcune cose da imparare da questo movimento. Innanzitutto dobbiamo ricordare, in linea con Silvia Federici e altri, che il lavoro salariato non è la via dell’emancipazione, come erroneamente abbiamo ritenuto per molto tempo, in particolare quelli di noi che provengono dal campo marxista. Possiamo contare su un numero sempre maggiore di realtà imprenditoriali che sono in grado di creare posti di lavoro al di fuori del mercato capitalista, con piccole iniziative sia nel campo della produzione che in quello dei servizi.

Centinaia di migliaia di persone svolgono lavori creati da collettivi autogestiti, dove controllano i loro tempi e i loro modi di fare, senza capisquadra o padroni, sulla base dell’aiuto reciproco, della collaborazione e dello spirito di comunità. Si dirà che sono pochi e marginali, se si guarda alla grande produzione capitalista, ma si dimentica che i movimenti anti-sistemici nascono sempre ai margini, mai al centro.

Photo: ©FAO/Rosaria Martin G./FAO
foto tratta da https://www.fao.org

In secondo luogo dobbiamo cogliere l’importanza strategica di questa forma di lavoro, quando è collettiva. Gli indigeni, molti contadini e molti abitanti delle periferie urbane, ad esempio, svolgono lavori non salariati con i quali riescono a vivere dignitosamente. C’è una qualche relazione tra la notevole capacità di resistenza, di lotta e di trasformazione dei popoli indigeni e il fatto che lavorano comunitariamente?
In Brasile, ad esempio, questi popoli rappresentano l’1 per cento della popolazione totale, ma sono il principale attore collettivo contro il cambiamento climatico e per la conservazione della vita, nonché un soggetto collettivo in grado di sfidare il sistema con una tale forza che le classi dominanti lo considerano un nemico da sconfiggere.

Ventisette milioni di persone sono vittime di sfruttamento selvaggio nelle maquiladoras. Foto tratta da La Marea


Il terzo insegnamento, in questa lista, riguarda la scala, come ci insegna Fernand Braudel. Il capitalismo è figlio della grande scala; ha potuto spalancare le ali solo con la conquista dell’America che ha spalancato le porte del mercato globale. Il capitalismo può essere arginato e tenuto a freno soltanto su piccola scala, quella della comunità, del villaggio.
La fabbrica, con migliaia di lavoratori, e la campagna, con migliaia di ettari di monocolture, devono essere gestite da specialisti, poiché le comunità non possono controllare la massa. Questi personaggi, una volta arrivati al potere statale, saranno i nuovi borghesi. In ogni caso, sono un ostacolo ai cambiamenti, come dimostrano le lotte del ventesimo secolo. https://comune-info.net/quella-sveglia-puntata-alle-sei-lavoro/embed/#?secret=Kq4MXJEqNh

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