Scuole come prigioni

Dal blog https://jacobinitalia.it/

Marianela D’Aprile 18 Novembre 2021

L’architettura esprime lo spirito del tempo. Quella contemporanea dominante, spesso tradisce più la tendenza al controllo e alla sorveglianza che all’apertura e alla possibilità che tutti possano accedere a uno spazio

C’è una prigione federale nel centro di Chicago, il Metropolitan Correctional Center, che è celebrata dagli architetti perché «non sembra una prigione». Questo fatto non ha molta importanza per le persone all’interno, ovviamente: l’edificio è sempre una prigione. Ma l’edificio progettato da Harry Weese innegabilmente è concepito più minuziosamente e in maniera sorprendentemente dettagliata rispetto alla maggior parte degli edifici finanziati da fondi pubblici.

I tratti distintivi del Mcc di Chicago, oltre all’area per gli allenamenti sul tetto, sono la pianta triangolare e la forma delle finestre. La configurazione triangolare è una scelta semplice che però fa molto: allontana l’edificio da Van Buren Street, proteggendolo dal rumore della strada e dai treni sopraelevati che percorrono quella arteria principale. Riduce inoltre la lunghezza richiesta dei corridoi interni e massimizza il rapporto tra la superficie verticale e quella orizzontale, consentendo l’ingresso di più luce naturale attraverso le finestre.

Queste finestre sono aperture alte e sottili che si leggono come eleganti fessure nella facciata dell’edificio. Poco più di due metri di altezza ma 15 centimetri di larghezza, non sono abbastanza larghe da richiedere sbarre, rendendo le celle (in teoria) meno oppressive dall’interno. Anche le aperture sono smussate, il che significa che proiettano meno ombra verso l’interno dell’edificio e consentono alla luce di entrare.

Il Metropolitan Correctional Center a Chicago, Illinois (Wikimedia Commons)

Costruito nel 1975 e progettato per ospitare un massimo di quattrocento detenuti, l’Mcc Chicago ne ospita attualmente 641. Le cuccette doppie in acciaio hanno sostituito i letti in legno massello che un tempo rendevano le celle più ospitali della prigione media, e anche le scrivanie in legno abbinate sono state rimosse. Le finestre si estendono ancora dal pavimento al soffitto, ma il vetro trasparente è stato sostituito con vetri smerigliati, il che significa che sia la luce solare che la vista sul mondo esterno sono notevolmente ostruite. Dall’esterno, sembra lo stesso, ma all’interno è significativamente meno umano di quanto prevedesse il progetto originale.

Suona ironico che gli architetti siano attratti da una prigione che superficialmente «non sembra» tale, quando così tante opere di architettura contemporanea vengono regolarmente paragonate alle carceri. Negli ultimi anni il brutalismo, uno stile architettonico nato a metà del ventesimo secolo che faceva ampio uso di cemento e forme monolitiche, ha goduto di un po’ di rinascita. I libri sui tavolini da caffè e gli account Instagram sono stati realizzati per apprezzare questo stile, ma la maggior parte delle reazioni che raccolgo dicono che questi edifici sembrano prigioni.

L’associazione non è del tutto sbagliata. La formazione architettonica contemporanea è un’esperienza generalmente apolitica e asociale in cui, esteticamente, quasi tutto va bene. Qualsiasi cosa può servire a fungere da quello che, nel gergo architettonico, viene chiamato «precedente formale», che è un modo gergale di dire «ispirazione». Forme, dipinti, colori, altri edifici, concetti: tutto serve per foraggiare design, spesso fuori contesto.

Le sedici stampe di prigioni immaginarie di Giovanni Battista Piranesi, chiamate «carceri d’invenzione», di solito vengono utilizzate nelle scuole di architettura come modelli della stratificazione spaziale e della profondità che gli architetti dovrebbero riprodurre nei loro progetti. Nonostante la cupa desolazione e la rigidità claustrofobiche, spesso servono come ispirazione per i designer. Alla scuola di architettura, è stato introdotto il concetto di «panopticon» non come critica dello stato ma come interessante premessa per ordinare lo spazio.

 L’arco gotico dalle Carceri d’invenzione di Giovan Battista Piranesi (1749-’50 circa)

All’inizio di quest’anno, ho chiesto alle persone su Twitter esempi di edifici che ricordassero loro le carceri, aspettandomi che la maggior parte delle risposte riguardasse opere di architettura contemporanea. Avevo previsto un diluvio di edifici brutalisti in cemento. Sebbene ce ne fossero più di alcune tra le tante risposte, il filo conduttore travolgente aveva a che fare con lo scopo dell’edificio: la maggior parte erano strutture educative.

Scuole superiori, scuole medie, aule universitarie, biblioteche, dormitori. Molti sembravano monolitici e minacciosi dall’esterno, avevano poche finestre e lunghi corridoi ed erano rivestiti con finiture scialbe come blocchi di cemento dipinti di grigio. Diverse persone hanno raccontato aneddoti sulle voci che sostenevano che le loro scuole superiori o i college erano stati modellati sulle prigioni o progettati da architetti che avevano costruito anche prigioni. La maggior parte di queste storie probabilmente non sono altro che leggenda, ma è altrettanto probabile che alcune di esse siano vere. Molti grandi studi di architettura progettano tutto – scuole, biblioteche, ospedali, carceri – utilizzando principi e tavolozze di materiali simili.

Gli edifici pubblici – tutti gli edifici – svolgono funzioni sociali; organizzano le persone e le loro attività. Le carceri allontanano le persone dal loro ambiente e quindi dalla loro umanità; disciplinano e isolano. In uno stato capitalista, in cui le scuole sono in gran parte incaricate di creare futuri lavoratori ordinati e disciplinati, ne consegue che condividano la forma con le carceri.

L’architettura funge da cartellone pubblicitario per le priorità dei suoi committenti e gli edifici pubblici generosi e accoglienti sono in fondo alla lista. È così che ci ritroviamo scuole e biblioteche che sembrano carceri e carceri che non appaiono tali.

* Marianela D’Aprile vive a Chicago. Fa parte del comitato politico nazionale dei Democratic Socialists of America. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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