Si comincia: 5 miliardi alla tv, 15mila all’obitorio

Dal blog https://ilmanifesto.it/

Piergiorgio Pescali

Cinque miliardi di persone (secondo dati della Fifa) guarderanno in tv le 32 nazionali che si batteranno per il trofeo ai Mondiali in Qatar, mentre si stimano in 1,5 milioni i tifosi che si recheranno nel minuscolo stato – grande quanto l’Abruzzo – per tifare la loro squadra.

Oltre ad essere i primi mondiali disputati durante l’inverno dell’emisfero boreale, questi saranno anche i primi che si giocheranno in un Paese arabo. Ma saranno ricordati anche come i mondiali delle numerose polemiche, alcune delle quali sorte già nel 2018 quando ad ospitare la competizione fu la Russia.

Allora le critiche si concentrarono soprattutto sulla repressione di Putin verso le comunità Lgbt; oggi, a queste si sono aggiunte anche quelle inerenti ai diritti umani, in particolare quelli dei lavoratori stranieri, e alle spese faraoniche sostenute da Doha per i trenta giorni di partite in programma da oggi.

NEL 2010 IL QATAR si era aggiudicato a sorpresa i mondiali del 2022 battendo i diretti concorrenti (Usa, Australia, Giappone e Corea del Sud), dopo una controversa gara che portò la Fifa e la nazione qatariota di fronte a un tribunale internazionale con l’accusa di aver favorito l’assegnazione grazie a una “mancia” di 3,8 milioni di dollari.

Dopo due anni di investigazioni, le accuse furono ritirate, ma i successivi rapporti Fifa hanno confermato che le pressioni degli emissari qatarini per aggiudicarsi la competizione erano giunte al limite della legalità.

Le polemiche si sono amplificate ulteriormente anche a causa degli esorbitanti costi dei lavori legati ai mondiali: otto nuovi stadi dal costo di 6,5-10 miliardi di dollari (per una popolazione di meno di tre milioni di abitanti, di cui solo 400mila cittadini del Qatar), un nuovo aeroporto, 100 nuovi hotel, un nuovo sistema di metropolitana da 36 miliardi di dollari.

In totale questi mondiali costeranno 229 miliardi di dollari (per fare un termine di paragone, i mondiali in Russia nel 2018 erano costati 14 miliardi di dollari). Se pure alcune delle opere serviranno la comunità anche dopo la conclusione dei giochi, occorrerà vedere a quanto ammonterà l’impatto ambientale e sociale di tali costruzioni.

GLI APPUNTI più pesanti sono stati mossi verso il governo del Qatar per la sua politica verso i lavoratori provenienti da Paesi dell’Asia orientale e mediorientale.

Il Qatar, così come le nazioni arabe a lui vicine, ospita percentuali di lavoratori stranieri pari al 70-80% della sua popolazione (su 2,9 milioni di residenti, solo 400mila hanno cittadinanza qatariota) e gran parte di questa manovalanza è sfruttata al limite della schiavitù.

Si stima che 30mila salariati siano stati impiegati per la costruzione delle infrastrutture per ospitare i mondiali di calcio. Lavoratori letteralmente tenuti in ostaggio delle compagnie da cui sono assunti, le quali pagano loro salari miserrimi, impongono condizioni di lavoro proibitive, nessuna assistenza sanitaria negando i più elementari diritti.

DI FRONTE alle crescenti proteste dei gruppi per i diritti umani, di singoli giocatori e di alcune nazionali (ad esempio Danimarca e Australia), nel novembre 2022 la Fifa ha scritto una lettera in cui si chiede alle 32 nazionali di focalizzarsi solo sul calcio, evitando polemiche non strettamente legate allo sport.

La lettera, firmata dal presidente della Fifa, lo svizzero Gianni Infantino e dalla segretaria generale, la senegalese Fatma Samoura, invita a non lasciare «che il calcio sia trascinato in qualunque battaglia ideologica o politica (…) In Fifa, cerchiamo di rispettare tutte le opinioni e credenze, senza impartire lezioni morali al resto del mondo. Nessun popolo, cultura o nazione è ‘migliore’ di altri. Questo principio è la pietra angolare del rispetto reciproco e della non discriminazione».

LA LETTERA, come era prevedibile, ha fatto discutere: se non si sollevano ora i problemi sociali, quando gli occhi sono puntati su questa parte del mondo, difficilmente ci sarà un’altra occasione così globale.

Una volta terminati i campionati mondiali il mondo ci si scorderà dei diritti umani in Qatar e negli Stati del Golfo e ogni pressione in tal senso non avrà più il peso che potrebbe invece avere oggi sui loro governi.

Evitare di insistere sui diritti umani rischierebbe anche di vanificare i timidi successi sino ad oggi ottenuti: l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) ha ottenuto nel 2020 la riforma del kafala, il sistema di sponsorizzazione creato nel 2009 che impedisce ai lavoratori stranieri di lasciare il Qatar senza il permesso dei loro datori di lavoro.

Secondo il kafala il datore di lavoro ha il diritto di confiscare il passaporto del proprio lavoratore e di congelarne il salario, impedendo quindi che questo possa fuggire dal Paese senza il suo permesso.

L’Ilo ha inoltre raggiunto gli obiettivi di dare ai lavoratori un salario minimo di 1000 riyal al mese (270 euro), la proibizione di lavorare all’aperto tra le 10 e le 15.30 dal 1 giugno al 15 settembre per evitare stress dovuti al caldo.

Ma i datori di lavoro, secondo l’organizzazione internazionale, hanno già preso le loro contromisure: ai dipendenti che decidono di cambiare lavoro, la compagnia cancella la residenza, impone multe salatissime e trattiene diversi mesi di salari.

LE MORTI sul lavoro sono spesso archiviate come “morti naturali” e Doha non va certo ad investigare a fondo. Secondo stime governative, tra il 2010 e oggi (il 2010 è l’anno in cui il Qatar ha acquisito il diritto di ospitare i mondiali) sono stati 15.000 i lavoratori stranieri morti, ma solo 39 di questi decessi sarebbero imputabili a cause di lavoro.

“Cause naturali per via dell’età avanzata” afferma il comunicato ufficiale. Per contro l’Ilo ha indicato, per il solo 2020, 50 morti sul lavoro e 506 gravemente feriti e 37.601 lievemente feriti.

Incongruenze? Forse, ma i mondiali di calcio, oltre a rappresentare un momento di spensieratezza e di costoso divertimento (ogni tifoso spenderà in media 6.600 dollari per una permanenza di 8 giorni), potranno trasformarsi in una testimonianza di denuncia dei diritti umani ai danni dei più deboli e indifesi. Nonostante la Fifa.

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